Elisabetta Sgarbi. «Vorrei raccontare la musica»

A Lubiana, nell'ambito della Fiera del libro, piacevole incontro con la poliedrica regista ferrarese, che afferma: «Io credo che i confini non siano solo una linea ma siano delle regioni culturali»

Elisabetta Sgarbi è nota, tra l’altro, per essere stata l’ex dirigente della casa editrice Bompiani

Nell’ambito della Fiera del libro a Lubiana, abbiamo incontrato Elisabetta Sgarbi, nota tra l’altro per essere stata l’ex dirigente della casa editrice Bompiani e per averla lasciata nel momento dell’acquisizione da parte di Mondadori per fondare assieme a Umberto Eco e altri scrittori una nuova casa editrice. Sgarbi è arrivata nella capitale slovena in veste di regista, per presentare il suo documentario “L’altrove più vicino”, dedicato appunto alla Slovenia.
Lei è una figura poliedrica: regista, direttrice di una casa editrice, promotrice di eventi culturali… A quale di questi ruoli si sente più vicina?
“Siccome tutto quello che faccio ha un filo conduttore e rappresenta forme diverse di uno stesso pensiero, non riesco a scegliere. Pratico il cinema così come faccio l’editore e quando faccio l’editore è fondamentale che ci sia sempre un’attenzione anche al cinema. Quando penso un Festival, come ho fatto con la Milanesiana, penso sempre che dentro quel Festival non ci debba essere solo la letteratura ma ci debbano essere anche le altre arti: letteratura, musica, cinema, scienza, filosofia, teatro, economia…”.
Spirito multidisciplinare
“Mi sembra che tutto quello che faccio, a partire dal mio mestiere editoriale, continuando con il mestiere di regista e arrivando anche all’idea di quest’opera d’arte che è La Milanesiana, in tutte c’è la mia natura e il mio spirito multidisciplinare. Tant’è vero che sono editore ma sono laureata in farmacia e specializzata in farmacologia. Per cui è un continuo mescolarsi. Mi piace che ci siano i confini aperti tra una disciplina e l’altra. Io credo che i confini non siano solo una linea ma siano delle regioni culturali”.
Adesso ha menzionato i confini. Come si spiega il suo interesse per le zone di frontiera del Nord-Est?
“Tutto nasce nel 2011, quando esce ‘Il viaggio della signorina Vila’, commissionatomi da Rai Cinema perché avevano in progetto di fare un film collettivo nel quale diversi registi raccontassero una porta d’Europa. Io ho scelto Trieste, una città dove andavo con i miei genitori da ragazza. Mi è sempre sembrata una città bellissima per la presenza del mare. Per me le città devono avere vicine l’acqua e il mare è molto seducente”.
Guardare e andare oltre il confine
“Ho raccontato Trieste, però con una grande attenzione per la cultura slovena. Tant’è vero che nel film ho dedicato molto tempo a Boris Pahor, Tatjana Rojić, Srečko Kosovel… Ho sentito, quindi, la necessità di andare oltre il confine e di raccontare quello che poi ho definito nel titolo come l’altrove. Un mondo da me lontano e diversissimo da quello in cui vivo, ma allo stesso tempo l’altrove più vicino”.
Nelle opere dedicate sia a Trieste che alla Slovenia e al rapporto tra Italia e Slovenia è presente il tema dell’identità e della contaminazione culturale. In queste zone, contraddistinte storicamente da una frontiera dinamica, possiamo parlare di crisi identitaria?
“La crisi identitaria riguarda anche diverse regioni d’Europa. L’idea nel film è di avvicinarsi a un’identità che è apparentemente lontana a causa proprio della lingua. Una lingua che per noi italiani è complessa. Lo stesso fatto che gli editori italiani non abbiano una produzione molto cospicua di libri provenienti dalla letteratura slovena è per il fatto che l’approccio a lingue come l’inglese o il francese è molto più facile”.
«La lingua slovena è bellissima»
“Lo sloveno è una lingua variegata, bellissima nella sua poetica, tant’è vero che nell’‘Altrove più vicino’ c’è Rebula, che è italiano di lingua slovena, che ci parla non solo della bellezza della natura della Slovenia ma ci parla anche dell’importanza di questa lingua che non ha nulla da invidiare ad altre lingue. Rebula ricorda Oton Župančič che ha tradotto Shakespeare; mettendo a confronto le due lingue, la versione slovena non è inferiore a quella italiana. Nel film, al di là del tema delle identità si parla molto di uno spirito sloveno, che come dice Rumiz, è molto mitteleuropeo, molto vicino alla vecchia Europa. Secondo la visione di Rumiz, la Slovenia è più mitteleuropea dell’Austria”.
Intende approfondire questo discorso, andando verso Est, verso l’Istria, magari verso Fiume?
“Sì, mi piacerebbe approfondirlo. Per fare un film è necessaria una parte di vita e non è possibile improvvisarlo. Ho affrontato un tema molto bello nel film, ho coinvolto un direttore d’orchestra che vive a Duino, Igor Coretti-Kureta, il quale, insieme a un compositore, ha riunito in un’orchestra dei giovani musicisti che provengono da tutta Europa, da Paesi che hanno avuto conflitti sanguinosi e che si ritrovano a dialogare e a far cadere tutte le barriere. In nome di uno spirito artistico, che invece di dividere unisce. Anche quest’aspetto porterebbe a ulteriori indagini in altri luoghi, laddove i conflitti si fanno più aspri. Bisogna però averne i committenti, perché un film ha un costo ma anche per quanto riguarda la preparazione, per fare un discorso che abbia un senso”.
Torniamo alla sua esperienza da direttore di case editrici. Ha lasciato un incarico dirigenziale alla Bompiani per fondare con Umberto Eco e altri scrittori La Nave di Teseo. Che cosa le ha portato questa nuova indipendenza editoriale rispetto alle esperienze precedenti?
“Ha portato moltissimo. Oggi posso dire che è stata forse la scelta più importante che ho fatto dal punto di vista professionale. Una scelta fatta assieme a Eugenio Lio, editor della casa editrice insieme a Mario Andreose – che a sua volta è oggi presidente della Nave di Teseo – e soprattutto a Umberto Eco, che ha fortemente voluto, non tanto andare contro la Mondadori perché i proprietari erano la famiglia Berlusconi, ma ha voluto ribadire la necessità di autonomia e indipendenza di una casa editrice. L’acquisizione da parte di Mondadori del gruppo RCS libri avrebbe portato a un polo editoriale così concentrato che avrebbe dominato il 38 se non il 40 per cento del mercato”.
La competizione è importante
“Eco ha detto che è necessario avere un sana competizione tra le case editrici, una dinamica che invece un gruppo così importante sacrifica. Dobbiamo fare in modo che ci sia una casa editrice che mantenga la propria identità, diceva Eco. Fin dall’inizio la nostra casa editrice doveva essere grande, non volevamo fare un lavoro da dilettanti, per pubblicare una decina di libri l’anno o autori che fossero solo il nostro piacere personale di lettore. Sono venuta a Lubiana a raccontare questa esperienza fatta con grande paura e grande coraggio, ma che ci ha dato una grande visibilità. Oggi possiamo dire che la Nave è cresciuta e sta andando molto bene, ha una proposta di letterature variegate che comprende anche un’attenzione per il confine orientale; noi pubblichiamo Mauro Covacich, Daša Drndić, abbiamo pubblicato anche Tatjana Rojc. Abbiamo acquisito la trilogia di Lojze Kovačič, di cui i primi due volumi dovrebbero venire pubblicati a breve”.
Dopo aver letto innumerevoli libri, cosa riesce ancora a stuzzicare il suo interesse editoriale?
“Mi piacerebbe riuscire ad afferrare meglio il senso della poesia dialettale. Io avevo un padre che mi recitava a memoria delle poesie in dialetto ferrarese. Da ragazza guardavo con sufficienza queste cose, non mi sembravano appassionanti. Adesso, invece, scopro che anche nelle forme dialettali di una lingua ci sono delle cose meravigliose. Chissà quali scoperte potrò fare in questo ambito…”.
Emozione e ribellione
“Certamente sono cose rivolte a un pubblico di nicchia, ma mi trascinano emotivamente perché mi rimandano a un mondo verso il quale ho provato un senso di ribellione. Sono vissuta nella mia adolescenza nella delta del Po, al quale ho dedicato diversi dei miei lavori cinematografici, però ho sentito il bisogno di fuggire. Sono stata a Milano, dove ho trovato la grande città e ho scoperto molte cose. Poi succede sempre così: ciò che si ha rinnegato, in qualche modo si cerca di ritrovarlo. Sul mio tavolo c’è un libro di un autore che mi è vicino, Ermanno Cavazzoni. Vive in Emilia. L’ultimo film di Fellini è ispirato al ‘Poema dei lunatici’, proprio di quest’autore. Non è un caso che lo ritrovi qui tra le mie letture”.
Quali nuovi progetti ha in cantiere?
“Ho appena fatto un film scientifico che mi riporta alla mia formazione. Sono arrivata a Lubiana dal Torino Film Festival, dove c’è stata l’ultima replica del mio film ‘Vaccini: nove lezioni di scienza’. È interpretato da un’importante comunità scientifica di medici e come metodologia è aperto sia alla filosofia che all’esperienza medica professionale sul campo, insieme ai migranti. Per la prossima esperienza cinematografica mi piacerebbe fare qualcosa che ricordi un musical o che racconti l’universo musicale. Naturalmente, non quello già ampiamente esplorato, vorrei addentrarmi in un mondo sotterraneo, che ha la forza di emergere per novità, ricerca o sperimentazione. Sto studiando gruppi musicali e può darsi che il prossimo sia un film sulla musica dei nostri anni.

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