D’Annunzio ritorna a Fiume in mostra nel «suo» Palazzo

Il Palazzo del Governo danneggiato durante il Natale di sangue

“Quel d’Annunzio ha lasciato il campo, come ha sempre lasciato tutte le sue donne: in miseria”. Pare che l’allora presidente del Consiglio dei ministri, Francesco Saverio Nitti – il “Cagoia” del poeta – avesse liquidato con questo commento velenoso la fine dell’avventura fiumana del grande pesarese. Ed è un po’ questo il concetto che fa da sfondo alla mostra “L’olocausta di d’Annunzio”, che il 12 settembre (ore 19), a distanza di cent’anni dall’arrivo, riporta il Comandate nel palazzo che fu il suo quartier generale per circa sedici mesi, il centro di un’esperienza intensa, complessa, singolare, una vera e propria rivoluzione sociale, artistica, l’emancipazione giovanile e femminile.
E proprio alle donne – quelle libere, intraprendenti, coraggiose e temerarie (come Margherita Incisa di Camerana, la prima donna ufficiale in un esercito moderno, che partecipò all’impresa di Fiume come tenente nella “Disperata”, la guardia del corpo di D’Annunzio con tanto di divisa e pugnale degli Arditi), cui la Carta del Carnaro aveva assicurato anche il diritto di votare e farsi eleggere, ma anche succubi del fascino, delle sue passioni, dei suoi vizi, capricci, follie – è dedicato un aspetto forse centrale del percorso espositivo allestito al palazzo del Governo, oggi Museo marittimo e storico del Litorale croato, nell’ambito di uno dei filoni del progetto Fiume – Capitale europea della cultura 2020, “L’età del potere”, che presenta un contenitore denominato “I confini tra ordine e caos”.


In vista del centenario, l’opinione pubblica italiana – o perlomeno una parte di questa – è in fibrillazione; negli ultimi giorni in riva al Quarnero è già un viavai di giornalisti, storici, studiosi, personalità varie che guardano con attesa all’evento. In molte città d’Italia, da Trieste a Pescara, passando per Ronchi dei Legionari e il Vittoriale degli Italiani, è un susseguirsi di manifestazioni, Festival, occasioni per riflettere su ciò che è stata quell’impresa, sulle sue cause, sulle prospettive con cui si sviluppò e anche sulle conseguenze che essa generò, per focalizzare una parte cruciale della storia d’Italia, che è il passaggio dal biennio “rivoluzionario” del 1919-1920 a quello “reazionario” del 1921-1922 e capire proprio le ragioni di questa svolta, le quali affondano appunto nei fatti fiumani e in parte dei loro protagonisti.
L’esperienza è donna e martire
Dalla parte delle donne: di quelle che all’epoca vivevano a Fiume, di quelle che vi giunsero al seguito, delle amanti martirizzate dal “controverso poeta italiano, drammaturgo, condottiero e precursore dell’ideologia fascista, Gabriele d’Annunzio, che con le sue formazioni paramilitari nel 1919 occupò Fiume, proclamandola arbitrariamente parte del Regno d’Italia”, come dalla presentazione ufficiale. Nell’iconologia di artisti futuristi come Filippo Tommaso Marinetti, Carlo Carrà (si veda “La musa metafisica”, dove accanto a un enorme manichino raffigurante una giocatrice di tennis, vi è appoggiato a terra un plastico dell’Istria con il Quarnero e il punto di un bersaglio), Paolo Buzzi (da “Conflagrazione. Epopea parolibera”, tavole composte dall’autore negli anni della Grande Guerra, veri e propri quadri-collage), la città stessa è donna, rappresentata nelle loro interpretazioni di stampo irredentistico come un’ideale da realizzare, una vittima. Il concetto chiave è la “città olocausta” – termine utilizzato dallo stesso d’Annunzio in riferimento alle rovine subite durante la Prima guerra mondiale da Fiume –, una città sfinita, esaurita alla fine della liaison dannunziana.
La mostra intende comunicare una vittimizzazione multipla. Sì, le sue amanti, ma anche (e forse soprattutto, negli intendimenti) Fiume, vittima di un nazionalismo estremista, principalmente italiano. Il movimento femminile legato all’irredentismo era forte e attivo anche a Fiume e sosteneva l’arrivo di d’Annunzio, nella convinzione che il poeta soldato avrebbe portato la libertà.
D’Annunzio con il suo episodio fiumano ispirò il nazionalismo, in un contesto in cui invece di affrontare la crisi postbellica e pensare alla ripresa economica, spalancò la strada alla Marcia su Roma del 1922 e l’Italia intraprese una politica imperialistica che rischiò di distruggere la nazione.
“Il progetto Capitale europea della Cultura è un progetto volto a collegare i cittadini dell’Unione europea, promuovere i valori sui quali si fonda l’Europa di oggi – precisa Nikolina Radić Štivić, direttrice del Museo marittimo e storico del Litorale croato –. Questi valori europei si contrappongono al fascismo e la nostra interpretazione di d’Annunzio come figura storica che ha concepito e attuato i postulati del protofascismo come ideologia distruttiva, deriva da una posizione umanistica ispirata all’antifascismo contemporaneo sul quale è stata costruita l’Europa moderna”. La curatela è della storica Tea Perinčić e dalla storica dell’arte Ana-Maria Milčić, mentre l’allestimento è di Sanjin Kunić e Nikolina Radić Štivić. Visitabile fino alla fine di gennaio 2021 – d’Annunzio abbandona Fiume il 18 gennaio 1921 per ritirarsi nella gabbia dorata del Vittoriale – il racconto è affidato principalmente alle immagini – gigantografie di fotografie, molte delle quali in prestito dal Vittoriale, dipinti e riproduzioni di stampe (tra cui le caricature della rivista satirica “Koprive”) e giornali –, più qualche cimelio che riassume i sedici mesi della Reggenza, la parte centrale della mostra è nell’attuale Salone bianco, l’ex ufficio di d’Annunzio, quello bombardato dalla “Andrea Doria” durante il cosiddetto Natale di sangue del 1920.
Luisa Baccara, Nicolina Fabris, Zora Blažić
Non grande, per motivi di spazio, la panoramica che si vuole offrire oggi da Fiume apre un oblò sulle vicende di tre donne. In primis la pianista Luisa Baccara (Venezia, 1892 – 1985). “Cara piccola amica, vuol venire stasera con me a pranzo? Se consente, La prego di venire alla Casetta Rossa, con la veste d’argento e lo scialle bianco e nero”. Così le scriveva il poeta nel settembre 1919, alla vigilia della conquista di Fiume. Si erano conosciuti un mese prima in casa di un’amica comune, Olga Levi Brunner. Alta, snella, i capelli nerissimi con una piccola ciocca d’argento, occhi ermetici, pianista di grande sensibilità, canta anche, è la donna giusta per quel momento di eroismo e gloria. Lo seguirà prima a Fiume, dando lustro alla città appena conquistata dal poeta con i suoi concerti, poi a Gardone, dove divenne la Signora del Vittoriale.
Poi c’è l’insegnante Nicolina Fabris, fiumana. Di lei Riccardo Frassetto, uno dei sette “giurati di Ronchi”, ricorda: “… era una donna sulla sessantina, di stirpe veneta, di sentimenti italianissimi… durante la guerra italo-austriaca, si prodiga per alleviare le sofferenze dei nostri prigionieri, e sfida più volte il rigore e la vendetta degli sbirri ungheresi… Né basta: ella riuscì anche a sottrarre alle ricerche della Polizia un certo numero di prigionieri fuggiti dai campi di concentramento, alcuni dei quali ricoverò e nascose nella propria abitazione… All’ingresso delle truppe italiane a Fiume, la troviamo in prima fila, ad accogliere i liberatori… la casa Fabris (in Pomerio, ndr) diventa un circolo di italianità. La signora è più che un’amica, una mamma, e tutti le vogliono bene come si può voler bene alla mamma… Il gruppetto ribelle (si tratta dei Granatieri intenzionati a tornare a Fiume ndr) vuole interpellare anche l’intrepida “mamma dei Granatieri”… si tiene, allora, consiglio di guerra: ‘Benedeti fioi, diseme cossa posso far, e mi son tuta a vostra disposizion’. ‘Senta, mamma, ci serve un buco dove nasconderci. Noi non vogliamo, non possiamo partire come cani. Resteremo a Fiume, siamo sette, pochi in verità, ma decisi a vender cara la pelle’”. ‘Va ben, el posto ve lo trovo mi, ma e dopo, cossa xe che farè?’”.
Uno dei reperti più originali è però il diario della croata Zora Blažić, appena ventenne, giovane emancipata. Descrive i fatti tra la fine del 1918 e il 1921. La sua famiglia possedeva un negozio di scarpe nel centralissimo Corso, finché non si vedrà revocare la licenza proprio dalle autorità della Reggenza (si manterranno grazie a uno dei figli, che lavorava per conto di un italiano). I Blažić abitavano in Fiumara e affittavano alloggi anche agli uomini di d’Annunzio, che la ragazza definisce bene educati, “salutavano sempre”. Nel diario descrive una quotidianità fatta di cose piccole – come il biglietto del cinema troppo caro (va ad assistere alla proiezione di “Cabiria”) o gli scaffali dei negozi vuoti per il blocco degli approvvigionamenti (la farina non manca, ma non c’è lievito per cui è difficile fare il pane) – e grandi, più grandi di lei, come le dimostrazioni a favore del Regno dei Serbi, Croati e Sloveni… Infatti, al palazzo del Governo, a differenza di altre iniziative, hanno voluto far emergere come questa pagina di storia fosse stata vissuta dalla popolazione croata del tempo.
L’esposizione è corredata da un ricco catalogo, con testi che completano e integrano la narrazione.

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