Il ritorno? Una sfida possibile

A Fiume si è svolta la seconda giornata del Convegno sul rapporto esuli-rimasti

Fulvio Varljen, Marin Corva, Guglielmo Cevolin, Andor Brakus e Moreno Vrancich. Foto Ivor Hreljanović

Melita Sciucca, presidente della Comunità degli Italiani di Fiume, ha aperto con un caloroso saluto i lavori della seconda giornata del convegno “Ritornare si può”. Ha fatto seguito Livio Dorigo con la sua testimonianza di dialogo, avviato da decenni tra le culture diverse di queste terre. Un dialogo aperto dal Circolo Istria, da lui presieduto, sulle cui fondamenta poggia questo convegno, voluto e realizzato da Ezio Giuricin.
Entrando subito nel tema della giornata sugli strumenti per attivare, il ritorno il giurista Guglielmo Cevolin ha affrontato la questione delle fonti giuridiche, conservate negli Archivi di Stato. Carte e documenti italiani erano lasciati in stato d’abbandono a Zara e in altre realtà dalmate. Grazie a collaborazioni tra Università è stato possibile tradurre e catalogare il materiale, ponendo le basi per studi e progetti successivi: strumento utile, attraverso il quale incentivare la presenza di intellettuali e studiosi famosi, che diano sostegno alla cultura italiana in questi territori.
Potenzialità professionali
Carnale ed appassionato l’intervento di Fulvio Varljen, che ha ricordato come dopo l’esodo gli italiani rimasti si ritrovarono ospiti in casa propria, ridotti a dimensione folkloristica, mentre gli sloveni in Italia gestivano una ramificata attività economica. “La Comunità italiana è tutt’oggi orfana di soggettività economica propria, necessitiamo – ha affermato – di un censimento serio per verificare potenzialità intellettuali e professionali; dobbiamo avere un fondo di rotazione a cui attingere e a cui contribuire man mano che le attività diventano remunerative”. Varljen si è posto la domanda dove trovare i finanziamenti necessari per questa iniziativa economica. “Dai fondi infruttiferi e bloccati nelle banche degli accordi di Osimo, questa è l’unica possibilità di riunire le membra sparse delle nostre comunità. È una sfida impossibile? Le cose si fanno per dovere, soldi e amore – ha detto emozionato –. Fiume è una città d’amore e io sono fiumano”.
La Giunta esecutiva dell’Unione Italiana si è posta il compito di creare un organo consultivo per le attività giovanili, per comprendere la realtà dei giovani d’oggi, in un mondo che sta cambiando molto e rapidamente, ha ricordato Marin Corva. “Ci si propone di comprendere il futuro della componente italiana del territorio, affinché non ci siano soltanto parole, ma risultati concreti”. E allora la Giunta si è attivata nella formazione dei giovani, per lo sviluppo di un pensiero critico, dove c’è disinteresse e apatia. “Anche una serata sociale è utile per far crescere il sentimento di appartenenza e comunità, stiamo avendo risultati importanti tra cui il coinvolgimento di giovani italiani, figli dell’esodo. L’imprenditoria può essere agevolata dai rapporti con l’Italia e con il suo mercato. Si tratta di creare una banca dati non soltanto di numeri, ma soprattutto di conoscenza dei singoli operatori, di fare rete tra di noi e con l’Italia. Fondamentale per la crescita sarà la creazione di un marchio che evidenzi la particolarità dei nostri prodotti e crei un canale positivo di comunicazione, – ha concluso Corva – che crei anche un ritorno, non necessariamente fisico, per ricostruire una unica famiglia”.
Di banca etica ha parlato Andor Brakus, per finanziare tutte quelle capacità umane, che necessitano di servizi. “Nel 2007 avviai la Bancarella del libro dell’Adriatico Orientale – ha raccontato Rosanna Turcinovich Giuricin – che coinvolse un’innumerevole quantità di persone. La nostra gente scrive, racconta e fa testimonianza del nostro vissuto. Alla Bancarella autori ed editori si confrontavano: era un’occasione di incontro per tutti, anche per quelli che erano contrari. Averla chiusa è stata una sconfitta”. Rosanna Turcinovich Giuricin propone di rifare un progetto europeo, affinché la Bancarella diventi un momento di condivisione e unione di tutti, senza distinzione tra giovani e anziani, bensì avviando incontri di singole categorie professionali che siano di collaborazione e consulenza per la formazione di nuove professioni. Corinna Gerbaz Giuliano ha ricordato il ruolo, anche per il futuro, della Battana nel campo culturale, specchio dell’identità di queste terre.
Un bilancio dei lavori
Il convegno è proseguito e si è concluso nel pomeriggio. Nel redigerne un bilancio, Ezio Giuricin ha riassunto gli impegni che l’assemblea si è proposta e cioè: l’avvio di progetti e iniziative congiunte tra associazioni degli esuli e dei rimasti per creare le condizioni di un ritorno culturale e socio-economico delle seconde e terze generazioni dell’esodo, la creazione di fondazioni e istituzioni culturali comuni per valorizzare il patrimonio istroveneto del territorio e lo sviluppo di strumenti di supporto come agenzie e attività di consulenza, ma anche atti normativi e accordi bilaterali tra gli Stati, per favorire sia l’acquisto di immobili che l’avvio di iniziative imprenditoriali, che consentano agli eredi degli esuli, assieme ai connazionali rimasti, di sviluppare un’attività e una nuova dimensione economica.
Tavolo di dialogo
Nel pomeriggio del primo giorno, Maurizio Tremul, presidente dell’UI, aveva ricordato come le elezioni del 1991 diedero il via alla nuova Unione italiana, che ha avuto come obiettivo la ricomposizione con il mondo degli esuli. All’inizio del nuovo millennio si proposero forme durature di collaborazione. Ripercorrendo le varie tappe che avevano come scopo quello di ricucire le fratture del passato, ha riconfermato l’esigenza di stabilire gli ambiti di collaborazione tra l’Unione Italiana e la Federazione degli esuli, associazioni apicali, trovare un tavolo di dialogo per individuare gli obiettivi comuni, la necessità di avere il supporto di forti istituzioni pubbliche per approdare all’ottenimento di importanti finanziamenti europei, per essere in grado di avviare progetti consistenti. Antonio Ballarin, presidente della FederEsuli, ha inviato un messaggio ricordando come l’esule che torna oggi non sa dove andare e non viene comunque riconosciuto come appartenente a quella terra. Il diritto al ritorno, che prese forza con la questione israelo-palestinese, attraverso una risoluzione dell’ONU, per gli istriani, fiumani e dalmati ha avuto una valenza inferiore. È stata mistificata l’onomastica e toponomastica per dare sfogo a una “damnatio memoriae”. Corre l’obbligo oggi di riprogettare il futuro delle nostre terre.
La ricerca di ricomposizione è determinata da questioni familiari e dalle nuove esigenze delle Associazioni degli esuli e delle Comunità degli Italiani; il convegno dell’anno scorso ha determinato una risposta di volontà di dare forma a questa ricerca. È stata questa la constatazione di Donatella Schürzel, che ha sottolineato l’esperienza di gruppi di donne che in questo periodo hanno avviato iniziative comuni, le quali hanno prodotto anche occasioni concretamente lavorative.
La Dalmazia è una nicchia particolare della nostra storia vecchia e attuale. Gruppi di potere vi si fronteggiano adesso, prediligendo i rapporti con i tedeschi. Difficile pertanto tentare là investimenti, ha ricordato Adriana Ivanov, rilevando come i tempi non siano ancora maturi per ogni tipo di discorso.
“Noi delle seconde generazioni non possiamo parlare di ritorno – ha spiegato Lucia Bellaspiga, giornalista milanese dell’Avvenire – tornare per noi è spesso andare per la prima volta e trovare qualcosa che non si è mai avuto. Basta un ritorno culturale? Probabilmente no, ma poi bisogna anche fare. E allora il passaggio fondamentale è il riconoscimento del nostro popolo, come entità specifica, in Europa”.
Tra oblio e nostalgia
Gloria Nemec ha portato il convegno a fare un passo indietro nella storia, parlando di oblio e nostalgia: l’oblio che i protagonisti dell’esodo utilizzarono per superare il dolore, infondendo però nei figli il sentimento di nostalgia. Questi erano anche la prima generazione nata dopo la guerra e a loro veniva affidata la rigenerazione della società, che il ‘68 aveva profondamente cambiato. L’oblio per i rimasti era invece il modo di sopportare i sconvolgimenti sociali prodotti dall’esodo e dall’essere diventati minoranza.
Hanno fatto seguito i contributi di Gabriele Bosazzi della Famia Ruvignisia, Maria Rita Cosliani della ML “Histria”, Silvia de Castro che ha parlato dell’amicizia tra il padre Diego e i rimasti di Pirano, Antonia Blasina Miseri sull’esperienza della Dante Alighieri in Istria, Carmen Palazzolo dell’Associazione delle Comunità Istriane e Silva Bon, che ha affrontato il tema dell’obbligo della testimonianza da parte di chi raccoglie il testimone appunto della generazione degli esuli, la quale sta scomparendo.

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