Censimento. Le lezioni per il futuro

Un rilevatore durante l’ultimo Censimento del 2011. Foto: Igor Kralj/PIXSELL

Il censimento della popolazione in Croazia, che verrà effettuato tra il 13 di settembre e il 17 di ottobre, non è il primo rilevamento che presenta delle contraddizioni per le minoranze nazionali. Già nel 2001 venne sollevata la questione della dichiarazione di appartenenza nazionale e della lingua madre dei censiti. Allora, però, il tema scottante era il numero degli appartenenti all’etnia serba. Le organizzazioni della società civile, cioè le organizzazioni non governative per i diritti dell’uomo, per la ricerca e la costruzione della pace, nonché le associazioni della Comunità nazionale serba avevano avvertito il governo che si poteva prevedere un calo significativo del numero dei serbi in Croazia, dovuto non soltanto all’esodo della popolazione serba avvenuto nel 1995 durante l’operazione “Tempesta”, ma anche a un sentimento di disagio, alla paura di essere “diversi” in un’atmosfera, quella del dopoguerra, non ancora risanata. Ci si aspettava, allora, dal governo di centrosinistra, capeggiato dal socialdemocratico Ivica Račan, un passo avanti, fuori dagli stereotipi nazionali. La questione che si erano posti i difensori dei diritti umani e nazionali, era di applicare una metodologia “elastica” riguardo all’autodichiarazione di appartenenza etnica e così pure di quella relativa alla lingua madre. I timori non si rivelarono affatto infondati: si manifestò un calo del numero degli appartenenti all’etnia serba più marcato di quanto previsto dai demografi e dai sociologi. Le ragioni di questo calo si potevano attribuire a una scelta autonoma dei censiti, ma anche a pressioni sociali e politiche, specialmente nelle piccole comunità urbane e rurali. Un altro fattore di cui tenere conto, avulso da queste motivazioni di carattere sociale e politico, ma comunque importante per determinare le scelte degli individui, è stato poi quello dei matrimoni misti e anche dell’opportunismo per ragioni d’integrazione nell’ambiente del lavoro e nell’ambito del vicinato, ma questo non è accaduto solamente per i serbi, bensì anche per quasi tutte le altre etnie, compresa la Comunità Nazionale Italiana.
Lo stesso si è ripetuto nel censimento del 2011, però allora c’era al governo un blocco di centrodestra che, almeno in teoria (quella politica, come afferma anche Norberto Bobbio, uno dei massimi teorici politici, non solo italiani), avrebbe dovuto mostrare una minore sensibilità verso i timori delle minoranze nazionali. Però, in questo campo non c’è stata alcuna differenza tra i due blocchi – quello del centrosinistra e quello del centrodestra. Tutti e due hanno mostrato una mancanza di sensibilità verso i propri concittadini di etnia diversa da quella maggioritaria.
E ora siamo in procinto di ripetere i risultati di questi due censimenti e cioè confermare un trend che denota un numero sempre più esiguo di appartenenti alle minoranze nazionali. Questo avrà delle ripercussioni specifiche sulla Comunità Nazionale Italiana, che, oltre all’“acculturazione maggioritaria” è soggetta anche a un esodo causato da fattori economici – carenza di lavoro, opportunità più favorevoli in Europa dopo l’entrata della Croazia nell’Unione europea – a cui si aggiungono, poi, i classici pretesti sulla volontà di “inserirsi meglio” nella società accettando anche un atteggiamento conformistico in questo campo.
Però, ora siamo in Europa per cui è possibile – e lo sarà in futuro – condurre una battaglia sul piano politico. Ma per questo ci vuole una sinergia, una comunanza di sforzi propensi al cambiamento non solo nell’ambito della Comunità Nazionale Italiana in Croazia, ma anche tra le altre etnie. E non solo in Croazia, ma in un contesto più vasto, quello europeo. Infatti, anche se l’UE in questo campo, come recitano i regolamenti attinenti alla materia statistica (amministrata dall’Eurostat, l’Ufficio di statistica europeo), sostiene il principio di sussidiarietà, cioè delle competenze esclusive a livello nazionale, recepisce allo stesso tempo, pienamente, i “Principi e le raccomandazioni per il censimento della popolazione e delle famiglie” del Dipartimento per gli affari economici e sociali dell’ONU, approvato nel 1958, ma emendato più volte, l’ultima nel 2007. E gli strumenti internazionali qui citati raccomandano ai Paesi di trattare l’appartenenza nazionale come un “processo, non come un concetto statico”. Così la classificazione nazionale dev’essere concepita con “margini mobili” e nel censimento dev’essere incluso anche l’uso delle “lingue madri”, dove ci sono e dove sono praticate nella vita quotidiana. Che cosa vuol dire questo emendamento approvato di recente? Che nel mondo contemporaneo, globalizzato e multiculturale, sono possibili anche le identità nazionali multiple, causate anche da matrimoni “sempre più misti” che portano alla creazione di “appartenenze etniche multiple”. Ora, si tratta di abbracciare proprio questi argomenti, a livello nazionale, ma anche a livello europeo, e creare così quel nuovo tipo di “cittadinità” europea (il termine lo usa Etienne Balibar nel suo trattato “Nous, citoyens d’Europe”). Ora è troppo tardi, purtroppo, ma bisogna pensare al domani. E oggi, non lasciarsi andare al conformismo, all’opportunismo e alla rassegnazione, ma portare avanti questo discorso politico essenziale per la sopravvivenza della Comunità Nazionale Italiana, erede di una storia travagliata della quale non ha finora avuto, in Croazia, una riparazione adeguata.

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