Passeggiata serale

Dalla lontana Vancouver, lo scrittore e poeta fiumano, ricorda gli anni dell’infanzia e il ritorno nella sua città nel 2013 alla ricerca di una… famiglia

Immagine d’epoca del rione Belvedere. Nell’allora via Buonarroti s’aprivano le porte dei negozi

Sono già passati più di sette anni dal giorno in cui ricevetti l’invito a partecipare come rappresentante degli esuli in Canada all’incontro mondiale Sempre fiumani del 14-16 giugno 2013 a Fiume. Il ricordo è ancora vivo in me.

 

Molti hanno lavorato per ricucire lo strappo fra esuli e rimasti, per celebrare finalmente la loro riconciliazione, superando le incomprensioni del passato in una kermesse di gioioso riconoscimento delle nostre radici storiche in una città come Fiume. L’incontro a Palazzo Modello, che si svolse per la prima volta dopo la guerra nello spirito di fratellanza fra quasi 300 esuli fiumani da tutto il mondo e i rimasti, mi fece sentire di essere in famiglia, se non proprio a casa. Ebbi occasione di rivedere le mie due cugine Luisa e Adelma e di risentire guizzi di quel nostro morbin che mi mancava da quando i miei genitori erano scomparsi. Solo recentemente purtroppo seppi che anche un mio cugino Paolo Bastianutti di Busalla in Liguria era presente all’incontro.

Mi ricordo che come un po’ stordito mi lasciai guidare dal mio “angelo custode” Rosanna Turcinovich nelle varie attività e incontri organizzati durante le tre giornate intense. Un giorno accompagnò me e mia moglie Giusy al cimitero monumentale di Cosala e ci illustrò la Cripta della chiesa di Cosala dove riposano le salme di 497 soldati italiani caduti nella Prima guerra mondiale e lì traslati nel 1932. Il cimitero di Cosala rappresenta il libro aperto della storia fiumana. Passeggiando nella sua quiete, sulle lapidi si leggono tanti nomi noti e illustri. Vi riposano molti di coloro che erano stati gli abitanti di Fiume attraverso i secoli: croati, italiani, ungheresi, ebrei, tedeschi, francesi, serbi, bosniaci, sloveni ed altri.
Rimasti soli, con calma scesi con mia moglie giù per via Belvedere (ora via Baštijan) che porta al rione di Belvedere, all’incrocio di via Buonarroti e via Tiziano. Mi ricordai di quando ancora nell’aprile del 1943 la mia famiglia era solita fare una passeggiata all’imbrunire fino al cimitero monumentale mentre io giravo ignaro sulla mia prima biciclettina. Era primavera e sentivo dai commenti dei grandi che la guerra stava per farsi sempre più cruenta anche per noi civili. Feci vedere a Giusy dove mio padre aveva il negozio di parrucchiere proprio di fronte al Perusin, una piccola osteria incastonata in un fazzoletto di verde fra via Belvedere e la stretta curva di via Valscurigne che scendeva in città. Mi ricordai come un inverno in cui era caduta della neve abbondante, la mamma ci aveva portato con la slitta proprio giù per via Valscurigne, sotto gli occhi divertiti di papà che ci guardava dalla porta del negozio. Ancora oggi ricordo un certo fascino di quelle due strade. Pochi però i bei ricordi di quel periodo di guerra e di paura.

Via Buonarroti in un’immagine d’altri tempi

I negozi di via Buonarroti
Poco dopo il negozio di mio padre c’era la Pescheria all’angolo, e andando più avanti feci vedere a Giusy la casa di fianco alla scalinata di Salita dell’Aquila che portava su a Valscurigne. Era lì dove avevo abitato fino al bombardamento il 14 febbraio del ’45, che ci vide correre giù per quelle scale – io sospeso fra la mamma e mia sorella Silvana di tre anni più grande –, e poi giù lungo via Tiziano invasa dalle macerie, con i caccia americani che ci mitragliavano a bassa quota, finché riuscimmo a gettarci nel rifugio dal quale eravamo usciti poche ore prima col cessato allarme. Nel suo libro My War my Peace (Cosala Publishing, 2017), mia sorella descrive molto intensamente quegli eventi, di cui lei era all’epoca molto più cosciente di me.

Fu in via Tiziano che andammo a vivere dopo il bombardamento a tappeto che aveva distrutto la nostra casa. Poco o niente rimase da reperire fra quelle macerie. Nell’appartamento di via Tiziano avremmo vissuto altri momenti di terrore dopo l’instauramento del regime di Tito e questo ci spinse a optare per l’Italia, abbandonare Fiume e stabilirci a Ruta in Liguria. Mia moglie rimase turbata da questa parte della mia vita di cui nel passato avevo solo accennato di sfuggita. Il sole stava ormai calando e mi chiese di rifare via Belvedere per passare davanti al negozio che era stato di mio padre e tornare a vedere il cimitero monumentale.

La passeggiata della mia famiglia seguiva i suoi ritmi segreti, per cui ogni tanto i miei genitori si fermavano a discutere qualcosa che richiedeva una pausa, oppure incontravano degli amici e formavano un capannello, mentre noi bambini correvamo avanti e indietro cercando di indovinare dove sarebbero apparse le lucciole in gara con le prime stelle. Ricordo la massa bianca che a un tratto appariva, stagliata contro scuri cipressi e un cielo blu indaco, la chiesa di Cosala. Qui ci si fermava un po’ a riposare sulle panchine bianche di pietra d’Istria, prima di riprendere il cammino di casa, ormai stanchi. Come potevo aver scordato tutto ciò.

Altro golfo, medesime tradizioni
La mia famiglia ebbe modo di continuare quella bellissima tradizione così italiana anche durante i cinque anni che passammo a Ruta. Ricordo ancora, ormai grandicello, come la domenica, quando papà era a casa da Genova, sull’imbrunire si faceva la passeggiata dalla piazza di Ruta fino alla chiesetta e le quattro case di San Rocco, tutto lungo il costone che scendeva a mare, da Camogli fino a Punta Chiappa. La bellezza del posto toglieva il fiato. I profumi della sera gareggiavano con il concerto di uccelli notturni e di grilli.

L’ebbrezza del mattino d’estate, scendere in piazza e correre a vedere se il mare giù a Camogli era un promettente specchio con solo un baffo di schiuma sul bagnasciuga. Le emozioni di quei ricordi sono ancora così vive in me da farmi male, eppure le rivivo con voluttà. E sono proprio quelle sensazioni provate allora e rimaste impresse nel mio animo ciò che di più genuino è in me.
Anche per noi due era ormai scesa la sera e stavamo tornando verso la città quando, passando davanti al Palazzo del Governo, Giusy mi chiese se sapevo come aveva reagito mia madre a quel suo mondo sconvolto dalla guerra. Di nuovo mi resi conto di “sapere” qualcosa senza poter dire di ricordare gesti o parole particolari. La mamma naturalmente ne soffrì moltissimo, ma anche per un motivo molto personale. Avendo fatto il collegio a Graz, parlava il tedesco perfettamente. Il tedesco era stato per lei la lingua delle prime poesie, delle prime canzoni, della prima letteratura. Amava quella lingua, come amava pure il croato con cui si destreggiava piuttosto bene. Dopotutto, Fiume era una città di frontiera e come tale, era sempre stata multilinguistica e multiculturale in cui tutti si identificavano. La generazione dei miei genitori era cresciuta nella pacifica convivenza fra le diverse etnie, spesso sposandosi fra di loro, condividendo lingua, cultura e cucina. Tutti se la cavavano bene con il croato e il tedesco. Potevo quindi intuire lo strazio nel sentire quelle due lingue “profanate” dai nazisti e dai titini nell’esprimere la violenza e l’odio verso una popolazione inerme, e anche l’effetto su di me.

Diego Bastianutti nel 2013 a Palazzo Modello legge le sue poesie all’inno Sempre Fiumani

La magia dell’incontro con la mia gente
Eravamo giunti ormai a pochi passi da Palazzo Modello quando mia moglie mi chiese che sensazione mi facesse trovarmi a Fiume. Sinceramente le tre o quattro volte che avevo visitato Fiume mi ero sentito un vero estraneo, con una sola eccezione; fu quando nel 1960 visitai la città con mia madre e fu lei che me la dipinse coi colori del suo passato, che musicò i luoghi con l’emozione che le destavano, che cancellò gli orrori ancora evidenti della guerra, che mi tradusse “ulice” in strade, il croato in italiano o fiumano, che mi riscrisse la storia coi suoi ricordi di gioventù, prima, durante e dopo il fascismo, e poi sotto il comunismo di Tito. Tutto creò in me una profonda emozione che mi fece conoscere mia madre come non l’avevo mai conosciuta. Tuttavia mia madre non era Fiume e io non avevo motivo di amare la città, di lasciare che si calasse nel mio animo, di farla mia.

Le altre volte che visitai Fiume, e sottolineo “visitai,” lo feci da “turista”, mi sentivo abusivo in quella casa che era stata mia e che ora aveva altri padroni. Non trovavo nessun angolo che mi restituisse un’emozione che non fosse paura e tristezza. Vedevo solo case, strade e palazzi che non mi parlavano, tutto morto. Nulla mi legava a questa città di ombre fuorché le mie due cugine, Adelma e Luisa. Fiume doveva essere stata bella ai tempi della mamma, ma ora era come una signora invecchiata male e con troppi disarmonici lifting e aggiunte.

Pensavo a come esprimere quello che avevo sentito allora e quello che provavo ora. L’essere a Fiume mi dava un senso di vuoto che avrei voluto colmare ma non sapevo come. L’ultimo vero ricordo, ovvero sensazione, che mi restituiva Fiume era quella di un cumolo di macerie dell’anima, una carica emotiva andata a vuoto. Sarà perché non parlo il croato, ma l’unico sprazzo di vita che riconosco a Fiume oggi è il canto schietto del nostro dialetto e il profumo del nostro mare azzurro senza tinte ideologiche. Il resto, un grigiore opprimente.

Eravamo arrivati davanti al portone di Palazzo Modello e mi resi conto che la mia unica possibile Fiume mi aspettava lì dentro, in quel congresso di fiumani rimasti ancorati a Fiume e di tutti i figli di Fiume sparsi in giro per il mondo e ora riuniti lì; Fiume era la melodia della nostra lingua, il guizzo del nostro morbin, la schietta risata, l’abbraccio sincero, il breve ricordo condiviso. Era tutto ciò che mi aspettava lì dentro.

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