Le condizioni di ristagno che favoriscono il contagio…

Le nebbie suggeriscono una lettura delle dinamiche del contagio

Il prof. Giuliano Orel, biologo, profondo conoscitore dei fenomeni che caratterizzano l’evoluzione storico-naturalistica dell’Adriatico orientale, una delle colonne del Circolo Istria di Trieste, dal suo osservatorio (la sua casa) di Muggia, ci sorprende con alcune considerazioni riguardanti l’epidemia Covid-19. Qualche settimana fa ha inviato a Laguna Magazine, la rivista che segue con particolare attenzione perché si occupa di tutto ciò che ha attinenza col mare, un articolo di particolare interesse che abbiamo voluto commentare insieme.
“Già dall’inizio di marzo – ci spiega il noto biologo marino -, pensando alle antiche epidemie ed all’attuale, rappresentata spesso in tv anche per l’Italia da cerchi rossi di diametro proporzionale al contagio, avevo incominciato a cullare l’idea che poteva esserci una correlazione tra la distribuzione del coronavirus e le fasce climatiche. Tale questione veniva posta peraltro dal meteorologo Luca Mercalli su il Fatto Quotidiano dell’11 marzo, a completamento di un suo precedente articolo che era sfuggito alla mia attenzione”.
In che modo queste asserzioni l’hanno stimolata a studiare e proporre delle ipotesi?
“Partendo dai riferimenti oceanografici, avevo valutato che le condizioni di ristagno, comuni in situazioni di stabilità atmosferica con accentuata stratificazione a livello del suolo, potessero in qualche modo favorire il contagio. Mi si affacciavano in più memorie storiche dei tempi in cui, pur partendo da presupposti errati, cioè dalla teoria miasmatica del contagio (Cipolla, 1989), l’azzardata e penosa decisione di abbattere tratti di mura di alcuni borghi toscani nel corso del Seicento, nell’intento di contenere la peste, in qualche caso potesse avere una certa validità. In effetti, la misura non poteva avere alcuna incidenza sulla catena ratto-pulce-uomo, responsabile dell’infezione, ma nella particolare variante della peste polmonare, in cui la trasmissione del bacillo Yersinia pestis avviene in modo diretto, da uomo a uomo, attraverso la cosiddetta droplets infection, in condizioni di stratificazione atmosferica con conseguente ristagno d’aria, una così drastica misura avrebbe potuto avere qualche efficacia nel contenere la diffusione del morbo”.
Avviare il lockdown è stato come abbattere le mura?
“Si potrebbe dire piuttosto che il lockdown è stato avviato perché risultava impossibile abbattere le mura, rappresentate in questo caso dai monti che circondano la Valle Padana. In effetti, Tra le prime misure di contenimento del contagio vi fu quella relativa ai cinema e teatri nei quali gli spettatori avrebbero dovuto distribuirsi a file alterne e, nelle file occupate, avrebbero dovuto lasciare un posto libero ai loro fianchi. La misura fu poi superata con la chiusura di tali ambienti. Non vi si teneva conto però che in ambienti chiusi e/o mal ventilati, si producono condizioni di ristagno in cui ogni strato d’aria tende a mantenere il livello che gli compete in funzione della sua temperatura e della sua umidità”.
Quindi sono da considerare le condizioni di stratificazione e ristagno come elementi di veicolazione del virus?
“Facciamo un esempio, per capire meglio: ai tempi in cui si fumava nei cinema, nei bar ed in altri ambienti chiusi era facile rilevare che a mezz’aria si formava un evidente strato di fumo, più evidente in locali a due piani, quando si passava da un piano all’altro. È esperienza di tutti il fatto che anche all’aperto si percepisce il profumo di una donna, avvicinandosi a lei, già a quattro, cinque o più metri di distanza. Il suo profumo è costituito da molecole che si sono staccate dal suo corpo e sono arrivate alle nostre narici. L’odore del respiro di qualcuno non è generalmente percepito, ma, in condizioni di stratificazione, ristagna nello strato di competenza per densità e può essere inalato dai presenti. In tali condizioni, anche i ‘miasmi’ liberati con la respirazione da un portatore di contagio (anche con le mascherine) tendono ad accumularsi in un unico strato d’aria che diventa così serbatoio di virus (c’è da ricordare per inciso che virus, viri, in latino significa anche umore, succo, odore, puzza, miasma, veleno…). Per quanto detto sopra, si può rilevare che, mentre si dava e si dà ancora molta importanza all’entità emittente (starnuto, colpo di tosse, semplice respirazione), non viene tenuto affatto in conto lo stato del corpo recipiente in termini di stratificazione e ristagno, sia esso cinema, teatro, ristorante, pizzeria, caffè, chiesa, residenza per anziani, supermercato, ma anche ambiente aperto e più o meno confinato come uno stadio, un parco cittadino, o anche un parco extraurbano”.
Che cosa si dovrebbe spiegare alle persone?
“Bisogna dare adeguata importanza e giusta spiegazione sulle ragioni della pericolosità di ambienti chiusi poco ricambiati e ristagnanti o anche a quella di limitati ambienti aperti ma più o meno confinati ed in condizioni di stabilità atmosferica per la trasmissione del contagio. Su spinta dei governatori di Veneto e Lombardia, le misure di prevenzione sono state successivamente irrigidite col divieto di svolgere attività sportive individuali all’aperto, restringendo anche l’ambito di una semplice passeggiata in solitario. Ebbene, forse in quel momento si è cominciato a capire che, paradossalmente, condizioni di ambiente chiuso si possono realizzare anche quando l’aria più fredda ristagna a livello del suolo e si fa via via più calda man mano che si sale, fino ad una nuova inversione. Sono queste ultime le condizioni in cui si formano le nebbie ed in questi casi, come al cinema o in pizzeria, oppure in ambienti aperti, ma confinati, come allo stadio o al parco, ciascuno strato tende a mantenere le sue caratteristiche, compresa quella di serbatoio di virus”.
Per questi motivi si potrebbe ipotizzare quindi una massima incidenza nella Val Padana…
“L’inquinamento atmosferico della Val Padana è favorito dalle condizioni di ristagno che la caratterizzano nel tardo autunno, all’inizio dell’inverno e talvolta in primavera con inversione termica e formazioni di densissime nebbie. L’inquinamento atmosferico potrebbe essere perciò solo una concausa a favore del contagio ed eventualmente di una maggiore incidenza delle complicanze polmonari, ma la causa prima andrebbe invece ricercata nelle peculiarità climatiche della zona che da sempre è la “fabbrica della nebbia”. Con ciò non si vuol dire che dove c’è nebbia c’è una maggiore probabilità di contagio: la nebbia è soltanto un indice di stabilità atmosferica, stratificazione ai bassi livelli e ristagno. Qui si vuole affermare che sono queste ultime le condizioni che possono favorire il contagio, a prescindere dalla presenza o meno di nebbia. Quest’ultima potrebbe tutt’al più fornire al virus dei nuclei di concentrazione. Si pensi che una gocciolina di nebbia di medie dimensioni potrebbe ospitare più di un milione di particelle virali! Ovviamente l’ipotesi delineata sopra dovrebbe essere adeguatamente verificata accertando l’andamento dei contagi in analoghe condizioni di stratificazione o ad esempio lungo i fondovalle alpini o appenninici, rispetto ai pendii immediatamente sovrastanti ed in situazioni completamente differenti come le aree costiere interessate da una maggiore ventilazione, legata a vicissitudini stagionali o giornaliere”.
Il mare che ruolo ha in questa ipotesi?
“Già in piena pandemia era possibile verificare una correlazione statisticamente significativa tra la distanza dall’Adriatico e l’entità dei contagi sulla direttrice VE, PD, VI, VR, BS, BG, MB, MI (p<0,01) nonché su quella posta più a Sud e comprendente le città di RN, FC, BO, MO, PR, CR, LO, MI (p<0,05). Verso la metà di aprile, in alcune trasmissioni si è cominciato a fare riferimento all’epidemia di peste del 1830-31 in termini di città particolarmente colpite (Bergamo). A questo riguardo, sembra opportuno aggiungere che soffrirono in modo particolarmente marcato non solo le città lombarde, ma in tutta la Val Padana, dalla Lombardia, all’Emilia, al Venato (allora Serenissima Repubblica): la mortalità fu in modo altamente significativo (p<0,01) superiore a quella della Toscana, come accade anche oggi. L’accostamento peste-coronavirus, a prima vista potrebbe sembrare azzardato, ma si tenga conto che, nella sua forma polmonare, la peste si diffonde con le stesse modalità e la velocità dell’attuale virus”.

Il professor Giuliano Orel

Qualcuno la considera solo una coincidenza…
“Potrebbe esserlo, ma l’attenuazione in via generale del tasso giornaliero di contagio e la diminuzione della mortalità, tenuto sempre conto di situazioni particolari, sembrano essere iniziati proprio con l’instaurarsi di condizioni di instabilità atmosferica, nell’imminenza della primavera, dopo giornate di alta pressione, e cieli sereni. In attesa di altre più che opportune verifiche, la bontà dell’ipotesi proposta, basata sul concetto di ristagno, di stratificazione e di idoneità del singolo strato a fungere da serbatoio di contagio, appare poi consistere nella sua capacità di unificare in un unico modello le svariate situazioni in cui il contagio stesso può avvenire sia in ambiente chiuso e ristretto, sia in ambiente più ampio ma confinato, sia ancora in ambiente aperto, ma fortemente stratificato, ciò soprattutto dopo l’accertata maggiore capacità di vita all’aria libera del virus. L’andamento stesso delle restrizioni imposte dalle autorità: contatti personali, ambienti chiusi, distanza di sicurezza anche in ambienti aperti, limitazioni della mobilità, uso delle mascherine anche all’aperto… sembrano scandire le fasi della presa di coscienza dei decisori sulla poco circoscrivibile capacità di aggressione del “Pestifero e contagioso morbo” (Cipolla, 2012), considerando solo i casi di contatto o del venir meno della distanza di sicurezza”.
Che cosa conosciamo in effetti di questo virus?
“Purtroppo non si è completamente compreso quali siano state le effettive modalità di trasmissione del virus. Ciò detto, la consistenza dell’ipotesi illustrata potrebbe essere provata da una marcata caduta dei contagi all’instaurarsi di condizioni di instabilità atmosferica estiva, e queste osservazioni dovrebbero indurre ad un’estrema prudenza nell’avviare la così detta ripresa, soprattutto al riaffacciarsi di un inverno caratterizzato da pressioni atmosferiche elevate, cieli sereni e condizioni di ristagno”.

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