L’APPROFONDIMENTO Ritrovare un principio di realtà

Foto: Petar Fabijan/RIJEKA 2020

Come districarsi in un mondo globale che richiede risposte complesse? Come liberarmi da una convinzione che fino ad oggi è stata per me comoda; cioè sono il primo a pensare che non esista una realtà sola di un fenomeno e che dunque anche il concetto di verità sia da rivedere? Mi conforta sapere che prima di me il post-strutturalismo degli anni ‘60 aveva già seminato i suoi dubbi sulla mancanza di un reale assoluto. Per questi filosofi esistevano solo rappresentazioni o performance della realtà e in questo senso anche il teatro post-drammatico ha esaminato bene la questione.
Molte risposte confortanti mi sono arrivate negli ultimi tre anni in cui ho assistito a una fiorente produzione di teatro basato sulla “realtà”, chiamato dagli studiosi “teatro documentario”. A volte assume la forma di una performance autobiografica in cui l’attore e il personaggio coincidono. Altre volte è un teatro in cui i drammaturghi abbattono la sceneggiatura a partire da testimonianze di interviste, documenti d’archivio e saggi. È come se i produttori teatrali fossero a caccia di nuove forme per affrontare e spiegare il mondo intricato di oggi. Le storie non sono più sufficienti e forse i fatti sembrano troppo piatti. Siamo in presenza di un linguaggio teatrale in cui digitale e reale, finzione e verità, persona e personaggio si mescolano senza soluzione di continuità. A Fiume, a marzo, nell’ambito di CEC 2020 è stato presentato uno spettacolo con questo tipo di ricerca nel linguaggio; portato in scena dalla “Needcompany” era intitolato “Tutto quel che è bene”. Al festival di Zagabria, sempre quest’anno, è andata in scena “Nachlass, una piece senza personaggi” della compagnia tedesca Rimini Protokoll, mentre in Italia al Piccolo di Milano, il regista Ostermeier ha riproposto nella versione italiana “Ritorno a Reims”, tratto dal libro di Eribon. Un saggio autobiografico posto in una cornice teatrale di un doppiaggio che avviene in presenza degli spettatori da parte di un’attrice che presta la sua voce a un documentario.
Questi artisti usano materiali registrati, dirette video, agiscono in presenza e in remoto, con attori e non attori, ma anche con bambini e animali. Utilizzano schermi, microfoni, telecamere, blue e green screen. Qualche volta, come i Rimini Protokoll, lavorano anche in contesti esterni ai teatri e con testimonianze autobiografiche. Usano saggi e non testi teatrali o adattano, ad esempio, gli incartamenti dei processi giudiziari. Spesso il pubblico è chiamato a costruire la realtà che sta vivendo, qualche volta gli si chiede di prendere posizione e in questo modo la realtà/verità è costantemente messa alla prova, ribaltata e imprevedibile. Certo è paradossale come il teatro, luogo di finzione per eccellenza, in questa contaminazione di linguaggi, in cui frammenti di reale si mescolano a riproduzione del reale, riporti a un luogo in cui ricostruire e ritrovare un principio di realtà.
Eppure, questa ricerca di autenticità, di un’unica verità si è visto essere un sogno impossibile. Dato che le realtà sono molteplici e mutevoli, le performance basate sulla realtà possono quantomeno aiutarci a navigare, a orientarci meglio nel panorama politico e mediatico delle notizie false.
Il desiderio di sicurezza nell’uomo è atavico e al momento galleggio, come una zattera abbandonata su una marea di insicurezza. Penso non solo alla pandemia, ma anche a questa globalizzazione che per gran parte ha fallito, alle migrazioni di massa, alla fluidità sociale, alla caducità delle tradizioni e ai sistemi di valori convenzionali in crisi e alle conseguenze sul lavoro, sulle relazioni, sugli spostamenti e sulla salute.
E quindi il “teatro della realtà” alla fine si conclude ogni volta lasciando un certo amaro in bocca. Perché in superficie, i teatri del reale offrono autenticità e certezza nel loro attaccamento alla realtà. Ma il mio errore è sempre lo stesso: confondo una sensazione di reale a cui assisto nello spettacolo con la verità. È vero che è già qualcosa di utile vedere in teatro la sostituzione del fatto al sentimento che caratterizza invece la fiction a cui siamo abituati. E quindi rifondare il teatro su questi criteri sarebbe per me fondamentale, ma non toglierebbe come spettatore e attore un senso di insicurezza… Tuttavia… anche l’insicurezza può essere produttiva. Se sostenuta e promossa mette in discussione i modi di conoscere, esortandoci ad essere umilmente consapevoli dei nostri limiti di fronte a problemi complessi. I teatri del reale forniscono ambienti e scenari emotivamente e intellettualmente coinvolgenti in cui possiamo sperimentare, sviluppare la capacità di riconoscere e gestire la nostra vulnerabilità. L’attenzione non deve essere focalizzata sul fatto che qualcosa sia oggettivamente valido perché vero, ma su come quella realtà sia arrivata ad essere vista come vera.
“Dovremmo ascoltarci l’un l’altro mentre lavoriamo insieme per creare un territorio più ampio di prospettive condivise”. Una frase che sento dire spesso con parole diverse dai politici, alla quale non seguono mai troppi fatti, ma che dovrebbe essere un mantra per noi che il teatro ancora lo possiamo fare. Dobbiamo ricostruire le connessioni sociali, in modo che più persone possano concordare insieme su ciò che costituisce la realtà. Non dovremmo essere d’accordo sui contenuti, ma solo sul processo. Tornare ai primi principi di come la “realtà” viene alla luce è un primo passo necessario. Quello a cui assisto, che leggo e che mi dicono rappresenta la mia esperienza locale? La mia esperienza della realtà si allinea a quella degli altri? Sono queste le realtà che desideriamo? Invece di essere pauroso, l’insicurezza mi rende speranzoso. Una delle cose che il teatro fa è riunire tutti in una reciproca comprensione del fatto che questo a cui sto assistendo non è “reale”. Ma forse è proprio su questo che si basa gran parte della nostra esperienza autentica dell’essere vivi e di un teatro contemporaneo.

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