Fiume e la dolorosa nostalgia di Abdon Pamich

A Roma un incontro sullo sport fiumano in esilio basato sulle riflessioni dell’atleta nato nel capoluogo quarnerino

ROMA | Si è svolto giovedì scorso nella Casa del ricordo di Roma un incontro dedicato allo sport fiumano in esilio, in base alle riflessioni tratte dal libro “Memorie di un marciatore” di Abdon Pamich. A organizzare l’evento, seguito non solo dall’ormai affezionato pubblico degli esuli che vivono a Roma, ma anche dagli studenti del liceo “Aristotele” di Roma, sono stati l’Associazione per la cultura fiumana istriana dalmata nel Lazio e l’Archivio Museo storico di Fiume – Società di studi fiumani.
Come ha sottolineato Marino Micich, questo è un ulteriore tributo agli sportivi fiumani che hanno continuato la loro carriera sportiva dopo l’esodo in Italia, ma in primo luogo al più famoso di essi, il marciatore Abdon Pamich.
A illustrare il ruolo degli sportivi fiumani che hanno conseguito dei successi importanti per la nazionale italiana e specialmente del capolista, Abdon Pamich, è stato Franco Laicini, direttore della rivista Liburnia. Laicini ha parlato proprio della figura emblematica di Pamich, uno degli atleti italiani più medagliati nella specialità dei 50 chilometri di marcia ai Giochi olimpici. Infatti, vinse la medaglia di bronzo alle Olimpiadi di Roma nel 1960 e la medaglia d’oro alle Olimpiadi di Tokyo nel 1964. Esule fiumano, nel 1947, assieme al fratello Giovanni, diventato poi illustre chirurgo, lasciò Fiume e crebbe nel campo di raccolta di Novara. Si è sempre impegnato per la conservazione della memoria storica della comunità fiumana e giuliano-dalmata in Italia, in particolare a Roma, anche come membro attivo della Società di Studi Fiumani. E proprio coltivando la memoria dell’esodo è stato testimonial della “Corsa del ricordo” nel febbraio del 2016, della quale è stato promotore e accanito sostenitore. Di Pamich e dello sport fiumano in esilio ha parlato anche Giorgio di Giuseppe, giornalista e scrittore che vive a Roma, mettendo il risalto il lato umano di Pamich, il marciatore che nello sport ha vissuto una rivalsa sul destino drammatico degli esuli, diventando il simbolo dell’integrazione nella società italiana e nello stesso tempo fautore di una nostalgia della città natia che viene combattuta proprio con uno spirito sportivo nella ricerca del superamento dei propri limiti.

Campionissimo dal sorriso triste

Come già definito in precedenza, Pamich e stato ed è, per antonomasia, il “Campionissimo dal sorriso triste” a dal cuore colmo di nostalgia per la sua Fiume.
E di Fiume si è parlato durante la serata, specialmente del concetto di “fiumanità”, che Pamich definisce come il senso di appartenenza comune a tutti i fiumani qualsiasi fossero le loro origini e la loro fede. Infatti, come scrive Pamich nel suo libro autobiografico “Memorie di un marciatore”, Fiume è una città in cui le complicate vicende storiche succedutesi nei secoli non hanno intaccato la sua matrice culturale originaria. Anche l’Impero austro-ungarico, in particolare l’Ungheria, pur avendo dominato a lungo sulla città, aveva sempre rispettato e mantenuto la lingua e la cultura italiana, tanto che nemmeno l’irredentismo italiano non ha avuto molto riscontro, come afferma Pamich.
Naturalmente, la maggiore sfida di Pamich era stata come vincere sé stesso e come gareggiare non per ottenere la vittoria fisica, ma per trovare nello sport quella nobiltà di spirito che permette di essere magnanimi verso i propri avversari e intendere la lotta agonistica non come lotta contro gli altri, ma come battaglia per superare sé stessi.
Il messaggio che scaturisce dalle parole e dal credo di Abdon Pamich è pertanto squisitamente umanistico.

Esempio di civiltà

Così Abdon Pamich è riuscito a superare anche la dolorosa nostalgia della città natia, pur mantenendo viva la memoria e l’attaccamento a questa “fiumanità” che rimane non soltanto nei ricordi di quelli che l’hanno vissuta, ma anche nelle nuove generazioni, come hanno testimoniato gli studenti del liceo “Aristotele”, ubicato proprio nel quartiere istriano-dalmata di Roma.
Il libro delle memorie di Pamich, pubblicato nel 2016 dalle Edizioni Biblioteca dell’Immagine di Pordenone, è cosi un memento per le generazioni che vengono e che aspirano, al di là a al di qua del confine superato recentemente dall’Unione europea, a tramandare questo esempio di una civiltà che viene definita, propriamente, “fiumanità”.

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