Pola. Uno spiraglio per l’Uljanik

La curatrice fallimentare della società, Marija Ružić, crede che la ripresa della produzione potrebbe riportare allo squero circa 450 operai. Per un’operazione di questo tipo servono 50 milioni di euro da acquisire tramite un credito sostenuto da garanzie statali

Secondo la soluzione proposta dalla curatrice fallimentare si potrebbe produrre con circa 450 operai. Foto: Dusko Marusic/PIXSELL

No. Non è “punto e a capo”. E forse non è nemmeno appena un capitolo quello che si chiude. Scoglio Olivi passa alla storia. La curatrice fallimentare, Marija Ružić, propone la liquidazione dell’Uljanik Spa. Ne dovrebbe raccogliere l’eredità la Brodogradilište 1856. Cantiere navale 1856. La storia e l’attività nel nome: la costruzione delle navi, a partire dal 1856, con la posa della prima imperiale pietra. Un percorso lungo per arrivare ad oggi. Anche se l’oggi è fatto soprattutto del silenzio e del vuoto. A Scoglio Olivi tutto è spettralmente fermo. Molte navi sono state cancellate dall’order book, i contratti rescissi, altre unità sono giunte a completamento con innumerevoli sofferenze. Per rinascere, o meglio, per riprendere la produzione, si punta su quella che tecnicamente è la costruzione 526, nave per il trasporto del bestiame.
Il ruolo dello Stato
Il contratto era stato firmato a settembre del 2015, con termine di consegna di 22 mesi. Si sarebbe dovuti arrivare all’estate del 2017, quindi, per sentire le sirene salutare l’unità, pronta per i mari del mondo. La nave dell’orgoglio tecnologico – 180 metri di lunghezza, 28mila metri quadrati di superficie utile, velocità di 20 nodi – praticamente un “albergo” su mare, è ferma nel cantiere, ben lontana dall’essere cosa fatta e finita. Il committente, la kuwaitiana Livestock Transport & Trading CO., intendeva metterla sulla rotta tra l’Australia e l’Iran, con un carico di 80mila ovini oppure 10mila bovini e 23mila ovini. Alcune stime danno la costruzione della nave al 40 p.c. Servirà, oltre che tempo, pecunia. E mani. Sempre la curatrice fallimentare crede che la ripresa della produzione potrebbe riportare allo squero circa 450 operai. E in quanto alla pecunia, servono 50 milioni di euro. Una bella cifra, non c’è che dire, che si propone di acquisire tramite credito (con la Banca croata per il rinnovo e lo sviluppo o una banca commerciale), sostenuto da garanzie statali. Strumento che ha fatto rizzare i capelli a molti per le corpose garanzie che lo Stato si è ritrovato a dover onorare quando la falla cantierina era diventata un universo in espansione.
Forse lo Stato potrebbe non fare il prezioso: ottenuto il suo in quanto creditore privilegiato, diventerebbe azionista di maggioranza della nascitura azienda. La formula è ben vista anche dal Sindacato dell’Istria, del Quarnero e della Dalmazia e dal Sindacato Adriatico (Jadranski sindikat).
Debiti su tutti i fronti
Che l’Uljanik soffrisse del male del miserere era nell’aria. Soltanto i più ottimisti continuavano a credere in un miracolo. Ma di miracoli non se ne vedono troppi in giro. Senza soldi per continuare a produrre, pieno di debiti e col fiato corto, lo stabilimento navalmeccanico piano piano era rimasto senz’aria. Non dall’oggi al domani. Che stesse male si vociferava e chi voleva leggere la situazione con un pizzico di attenzione, avrebbe letto il grande disagio del colosso. Colpa della politica miope, si era detto ai tempi della protesta che aveva invaso le strade. Forse. Certo che nel dare garanzie senza controllare la strada dei soldi, lo Stato si era dimostrato ingenuo. A stare un po’ più attento, le perdite non sarebbero state l’emorragia che sono diventate. Certo, e lungi da noi l’intenzione di colpevolizzare nessuno: ci penserà il Tribunale a determinare colpe e omissioni, anche la direzione ha perso la mano nella partita. Firmare contratti per una decina di navi da consegnare in tempi tutto sommato contenuti, significava andare oltre le striminzite 1,2 consegne realmente effettuate negli ultimi tempi. Quello strano schema di Ponzi ideato per coprire le spese di costruzione di una nave con gli anticipi della successiva a un certo punto è scivolato e la catena si è allungata e tirata finché un anello non ha retto (viene quasi da pensare che senza questo marchingegno, sul quale l’ultima direzione non ha il copyright, tutto sarebbe finito prima). Ma intanto si erano accumulati debiti su tutti i fronti: nei confronti dei dipendenti, con la Città (che almeno prima, per il condono di parte della tassa comunale aveva messo le mani avanti prendendosi un pezzettino di isolotto), con l’HEP, con lo Stato…
In dicembre la risposta
Tutto è successo, o perlomeno ha avuto una stretta, in un momento in cui è in ginocchio la cantieristica mondiale, che vive e sopravvive come può. E quindi anche la venuta a Fiume e a Pola della delegazione dello stabilimento cinese per eccellenza va presa con le molle. La Cina ha visto ridurre il numero dei cantieri in modo spaventoso. Che cosa se ne potrebbe mai fare di un cantiere, desueto quanto basta, lontanissimo da casa. Niente. A mene che non serva per altro, per entrare nell’area mentre dagli USA tuona l’embargo. E quindi, requiem per un cantiere. Un SIGNOR CANTIERE. Purtroppo non si vive di orgoglio.
Quello che sarà realmente lo si saprà a metà dicembre, più o meno. Ma è uno spiraglio, non una porta che si apre.

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