ll «ritorno» dell’Istria alla madrepatria

La sede del Parlamento di Lubiana. Foto Antonio Bronic/HaloPix/PIXSELL

La Camera di Stato della Repubblica di Slovenia, lo scorso 16 aprile 2019, con 38 voti favorevoli e 32 contrari, ha deciso di modificare la dicitura della “Festa del ritorno del Litorale sloveno alla madrepatria” con la nuova dicitura “Festa dell’annessione del Litorale sloveno alla madrepatria”, che si celebra ogni anno il 15 settembre in ricordo dell’entrata in vigore del Trattato di pace di Parigi del 10 febbraio 1947. I deputati ai seggi specifici italiano e ungherese hanno votato a favore del cambiamento della dicitura della Legge. Qualche giorno dopo, il 23 aprile 2019, il Consiglio di Stato della Slovenia, con 21 voi favorevoli e 9 contrari, ha espresso il veto al cambiamento del nome. Quindi, la Legge ritorna all’attenzione della Camera di Stato. Questa volta dovrà ottenere il consenso di almeno 46 deputati per essere definitivamente approvata. Questa notizia non mi sembra abbia suscitato molto interesse tra i miei connazionali. Eppure, per la nostra Comunità Nazionale si tratta di una questione non di poco conto dal punto di vista storico e della percezione e conoscenza che in Slovenia si ha della storia del nostro territorio d’insediamento autoctono e della presenza della nostra Comunità Nazionale, del nostro apporto alla crescita e allo sviluppo culturale, economico e civile della regione.
In merito alla ricorrenza del 15 settembre quale data in cui si festeggia il ritorno del Litorale alla madrepatria slovena è giusto precisare che, almeno per quanto riguarda l’Istria, questa ha tante madrepatrie, ossia almeno tre: quella italiana, quella croata e quella slovena. Sempre per quanto riguarda l’Istria, oggi parte della Slovenia, la data del 15 settembre è, inoltre, un semplice falso storico. Infatti il 10 febbraio 1947 viene firmato il Trattato di Pace tra le potenze vincitrici e l’Italia. Il 15 settembre 1947 il Trattato di Pace entra in vigore, il che comporta la cessione di gran parte dell’Istria, di Fiume e delle isole, oltre che il goriziano, alla Jugoslavia e la nascita del TLT, il Territorio Libero di Trieste. La zona A del TLT venne affidato in gestione al GMA, Governo Militare Alleato e la zona B venne affidato alla VUJA, Governo Militare dell’Esercito Jugoslavo. Il 5 ottobre 1954 entra in vigore il Memorandum di Londra e l’annesso Statuto Speciale relativo ai diritti delle Minoranze. La zona A viene affidata in amministrazione all’Italia, la zona B alla Jugoslavia. Il 10 novembre 1974 viene firmato il Trattato di Osimo che rende definitivo il confine tra l’Italia e la Jugoslavia e assegna definitivamente l’ex zona A alla sovranità italiana e l’ex zona B a quella Jugoslava. È questa è la data quando la così detta ex zona B dell’Istria, sia nella sua parte slovena (i comuni costieri di Ancarano, Capodistria, Isola e Pirano), sia nella sua parte croata (Buiese e Umaghese, dal Dragogna al Quieto) venne annessa alla Jugoslavia, rispettivamente alla Repubblica Socialista di Slovenia e alla Repubblica Socialista di Croazia.
Comprendo e rispetto profondamente l’importanza che per i popoli sloveno e croato riveste questa ricorrenza, o meglio, la conferma della sovranità su questi territori, fino ad allora a maggioranza italiana. Per quanto riguarda noi, invece, le date del 1947 e del 1954 coincidono con il massiccio esodo che ha costretto buona parte dei nostri connazionali a lasciare la propria Patria. Nelle ricorrenze di questi eventi, quali il Giorno del Ricordo e quelli dei Ritorni, dovrebbero essere ricordate tutte le complesse e dolorose vicende del ‘900 che hanno sconvolto questi territori e le loro popolazioni, segnandole profondamente. Capire le ragioni degli altri, le sofferenze e le ingiustizie subite e quelle inflitte, è l’unica strada percorribile per una vera pacificazione che possa far crescere una coscienza civile tale da impedire che mai più simili orrori abbiano a ripetersi.
Per farlo è necessario lavorare sull’educazione, sull’istruzione, sulla formazione.
Da anni vado affermando, in tutti i contesti politici e istituzionali, la necessità di inserire nei programmi didattico-pedagogici delle Scuole di ogni ordine e grado, degli studi universitari e post-universitari, di elementi di conoscenza della storia, della cultura e della lingua della Comunità Nazionale autoctona Italiana quale soggetto costitutivo della Slovenia, rispettivamente della Croazia. Parimenti ciò andrebbe fatto in Italia per la Comunità Nazionale Slovena e Croata. Andrebbero incentivati l’educazione alla convivenza interetnica e al dialogo interculturale, sostenendo la promozione dei valori del multiculturalismo e del plurilinguismo, della cross-fertilization. Andrebbero incoraggiate ricerche storiche e studi sulla presenza della CNI sul nostro territorio d’insediamento storico che analizzino l’apporto che abbiamo dato, nei secoli, allo sviluppo culturale e civile della regione. Attuare una politica di studio della lingua italiana nei Comuni e Città in cui siamo storicamente presenti, oggi bilingui, per cui l’italiano non sia più studiato quale lingua straniera ma ritorni ad essere materia d’apprendimento obbligatoria quale L2 (lingua dell’ambiente sociale) con un adeguato numero di ore e con la necessaria qualità dell’insegnamento perlomeno pari a come si studia lo sloveno, rispettivamente il croato, nelle nostre Scuole.
Con una popolazione che avrà conoscenza della storia e dell’identità plurale della nostra terra, che parlerà correntemente l’italiano, consapevole dell’azione fondamentale della cross-fertilization, non sarà più necessario alcun richiamo all’uso dell’italiano o denunciarne le violazioni, perché il suo pieno utilizzo sarà un fatto del tutto normale, spontaneo, naturale, come dovrebbe esserlo effettivamente.

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