L’Istria come oggetto di studio e la passione per il Medioevo

Che cosa rimane oggi del lungo dominio del patriarca di Aquileia sui territori della penisola? Lo scopriamo nel lavoro di ricerca del prof. Franco Colombo

Il Duomo di Muggia, esempio di architettura d’epoca patriarchina

La fine del secolare patriarcato d’Aquileia in Istria. Tema affascinante quanto intrigante suggerito dal prof. Franco Colombo, storico medievista dell’Istria, per una vita insegnante di Lettere nelle scuole superiori e medie della Regione FVG e in particolare a Muggia, autore di numerosi volumi sulla storia locale e su argomenti vari, soprattutto per il Circolo di Cultura istro-veneta Istria di Trieste, ricorderemo in particolare quello sulla storia di Muggia, il Comune aquileiese, Gli Statuti di Muggia del 1420, pubblicati nel 1970 e 1971. Infiniti i suoi articoli di argomenti istriani, tra cui Storia dell’agricoltura in Istria, da Roma alla fine del ‘400. Studioso dell’opera di Paolo Vergerio il Giovane, Vescovo di Capodistria e noto luterano. Il primo ad aver coniato il nome di Città gemellari istriane, ad esempio Capris e Iustinopolis, ovvero la città fortificata o militare e quella civile, soprattutto in periodo bizantino.

 

Perché focalizzarci ora sul patriarcato di Aquileia? Perché seicento anni fa cessava il suo secolare dominio in terra istriana.
“Ma già da secoli – ribadisce Franco Colombo – i patriarchi avevano aggiunto ai diritti ecclesiastici che spettavano loro in Istria, quelli che, dopo il sinodo di Mantova (827), erano stati del patriarca di Grado che per secoli non si rassegnò a questa perdita, riuscendo anche a ottenere delle vane conferme imperiali e papali. Ben presto questi diritti ecclesiastici si accrebbero con quelli feudali su molte località istriane, concessi sia da re d’Italia e poi dai sacri romani imperatori germanici, da duchi e da marchesi d’Istria”.

Di che diritti si trattava?
“È un argomento che si conosce benissimo perché vennero anche codificati in elenchi ufficiali: nel XIV secolo le ‘Entrate della chiesa Aquileiese’ (1381-82) e nel ‘Lucifero Aquileiese’ (1386), composti dal cancelliere patriarcale Odorico Susanna, sulla base di un documento precedente; ‘I diritti del Signor Patriarca e della Chiesa Aquileiese in tutta l’Istria’ attribuito agli anni tra il 1267 ed il 1271. Erano feudi, quindi possessi ‘privati’ della Mensa aquileiese, divenuti ‘pubblici’ solo dopo il 1209 quando il patriarca Volchero (1204-18) e i suoi successori vennero nominati principi dell’Impero dalla Dieta di Augusta con la concessione del marchesato d’Istria. Si trattava di castra, cioè cittadine murate e di ville poi divenute borghi o addirittura città e andavano dalla donazione dei re d’Italia Ugo e Lotario del 17 ottobre 931, della città gemellare formata già nel periodo bizantino dalla collegata Castrum Muglae-Mugla, alla grande donazione compiuta nel 1102 del marchese d’Istria Ulrico (o Volrico) II di Weimar, poi sostituito dall’imperatore Enrico V con lo zio Burchardo di Moosburg (1102-1112) e da sua moglie Adelaide e comprendente i castelli di Bogliuno, Colmo (Castrum Choim), Pinguente, Vragna, Lettai, S. Martino di Bellai, Cosliaco, Cortalba, Castelvenere, Grisignana, Buie [(Castrum Buglae) poi Bullearum)], Piemonte, S. Michele (S. Michele in Monte presso Pisino), Castiglione (castrum Castiloni, Castion oggi Castiglione presso Buie), nonché le ville di Momiano, Cuolo (forse Zuccoli di Castelvenere), Sterna, Portole, Pietralba (o Pietrabianca, oggi in croato Beli Kamen), Marcenigla, Còvedo, Codoglie, Castagna, S. Pietro di Montrino (già conosciuta come S. Pietro del Carso di Buie, oggi Frattria in quanto fu sede di un convento ex feudo dei vescovi germanici di Frisinga)”.

Ci furono anche donazioni minori, le vogliamo elencare?
“Certo, furono la Carsia istriana e le località di Crestoglie, Pàdena, Villanova di Parenzo, S. Quirico, Laura, Valmorosa, Figarvola, Tersecco, Geme (Glem), Popetra, Antignana, Pomiano, Costabona, Daila, Loparo, Albuzzano, S. Lorenzo di Daila, Gràdena, Cepich di Sterna, Tòppolo in Belvedere (Topolovec), Cubertòn, Oscurus, S. Giovanni della Corneta (o Castiglione presso Salvore), donazioni minori al patriarca Popone da parte dell’imperatore Corrado II e quest’ultima è considerata la sua più antica signoria istriana. Poi ancora nel 1002 dal duca Enrico di Carinzia il castello di Pietrapelosa (oggi la croata Kaštel/Castello e forse prima la celtica Ruvin e dal X secolo anche Ravenstein o Reuhstein)”.

Franco Colombo, secondo da sinistra, alla cerimonia ad Albona in ricordo della tragedia mineraria del 1940, in rappresentanza del Circolo Istria

In che rapporto erano con Muggia?
“Gran parte di questi possessi, a parte Muggia, facevano parte delle competenze del marchese d’Istria – così era chiamato non il patriarca, ma il suo rappresentante locale – e furono occupati, uno alla volta, come le foglie di un carciofo, da Venezia, fino alla signoria polese dei Castropola nel 1331. Della primigenia concessione imperiale ducentesca rimanevano all’ inizio del Quattrocento solo poche città, di cui di una certa importanza appunto Muggia, ma anche Albona, Fianona, Buie, Portole, Colmo, Rozzo, Pinguente e il castello di Pietrapelosa”.

Ci fu resistenza nei confronti di Venezia?
“L’ultimo signore di questo territorio fu il patriarca Ludovico II di Teck (1408-20) che tentò l’estremo ricupero contro Venezia valendosi dell’alleanza col re d’Ungheria Sigismondo di Lussemburgo (poi dal 410 anche sacro romano imperatore) che alla fine del 1409 nominava vicario imperiale il conte Federico di Ortemburg col compito di restaurare i decaduti diritti dell’Impero e del patriarcato. Cominciò con l’obbligare Muggia a mettersi sotto la sua protezione ed a prendere come podestà prima nel 1411 Ermanno conte di Cilli (Celje attuale in Slovenia) e come vicepodestà e capitano Paolo Glagovizer e nel 1413 e 1414 Giovanni Mindolfer. Le truppe dell’Ortemburg già nel febbraio del 1411 avevano infatti occupato Muggia e in seguito il centro nevralgico militare di Buie suscitando però la ferma reazione veneziana: ben presto le due località avevano dovuto chiedere prima una tregua con la protezione veneziana poi addirittura venire a trattative, mandando ambascerie a Venezia”.

Furono le guerre a decidere i destini di questo mondo patriarcale?
“Quelle guerre che continuarono nel volgere a favore di Venezia. Quest’ultima nel 1412 aveva costretto alla dedizione e occupate con le armi anche Buie, Due Castelli, Portole, Colmo e Rozzo. Dopo una tregua di cinque anni la guerra riprese e subito Muggia nel 1418 trattò la sua dedizione a Venezia che, dopo la vittoria dell’esercito veneziano guidato dal generale Filippo Arcelli, conte di Valtidone, completò la sua conquista dell’Istria, anche con l’aiuto dei muggesi, divenuti alleati di Venezia. Alla fine si diedero in sudditanza a Venezia, mantenendo però i loro antichi Statuti (anche se logicamente riveduti e corretti) prima Albona e Fianona il 3 luglio e poi Muggia l’8. La conquista completa dell’Istria veniva completata nel 1421 dalle truppe veneziane e muggesi sotto il comando di Taddeo d’Este, succeduto all’Arcelli e nel 1422 la campagna si concludeva con la presa di Pietrapelosa. Nel frattempo Muggia aveva accolto, in base ai patti di dedizione, il suo primo podestà veneziano che fu Vittore Duodo con la benedizione del doge Tommaso Mocenigo e altrettanto avevano fatto le ultime città prima possedute dal Patriarca”.

Uno dei volumi che Colombo ha dedicato ai suoi studi sul territorio

Tramontava così il più grande principato ecclesiastico mai esistito?
“Esatto, in Italia ce ne fu solo un altro, il principato del vescovo di Trento, fondato dal vescovo Vigilio che diffuse il cristianesimo tra le popolazioni celtiche e retiche, ma che dal 952 fece parte del regno di Germania”.

Venezia conquistò le città di mare, ma si rivolse anche alla terraferma?
“Venezia a sue spese incrementava la politica di terraferma avendo conquistato importanti città che le paci successive le concessero: Brescia il 30 dicembre 1426 e Bergamo, a seguito della battaglia di Meclodio resa celebre da un’ode del Manzoni nel 1428, dopo aver negli anni precedenti restaurato nuovamente il dominio veneziano su tutta la Dalmazia ed occupato in Albania Scutari, Antivari e Dulcigno, celebre covo di pirati”.

Ci furono tentativi di una restaurazione da parte del patriarcato?
“Successe nel 1422 con l’aiuto di 4.000 ungheresi, il patriarca tentò con le armi di riprendersi almeno il Friuli, ma Venezia ne ebbe facilmente ragione e, nelle successive paci con la mediazione dei papi, il trattato definitivo fu firmato il 10 giugno 1445 lasciando al patriarca solo la piena giurisdizione feudale sulla città di Aquileia e sui castelli di S. Vito e di S. Daniele e obbligandosi lo stesso a pagare ogni anno 5.000 scudi d’oro. Infine il patriarcato fu soppresso nel 1751, sostituito dal vescovado di Udine. A Muggia e a Trieste (quest’ultima soggetta ecclesiasticamente al patriarca, ma rimasta direttamente sotto il suo dominio solo per un brevissimo periodo nel 1380) rimasero come eredità e ricordo ancora per secoli i dialetti di tipo ladino (friulano): muglisano e tergestino diffusi nei ceti popolari, mentre i borghesi e i nobili parlavano dialetto istroveneto”.

E sono proprio le parlate ciò che rimane a testimonianza di quel periodo, un patrimonio che continua a perdurare nel tempo. Dal punto di vista architettonico le splendide basiliche e chiese che il patriarca aveva voluto costruire in tutto il territorio. E naturalmente gli Statuti da continuare a studiare per la loro completezza.

La chiesa di Albona, sul percorso storico del patriarcato

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