Armonico ed equilibrato, con la presenza imperante dell’edificio centrale, attorno al quale tutto ruota, via vai di gente, vendita, carrelli e furgoni del rifornimento, raduni pubblici: è il nostro mercato ortofrutticolo. Basta non osservare fino in fondo le cose e dichiararlo un bella presenza pulsante nel cuore della città. L’impatto visivo frana spingendo lo sguardo ai bordi dell’area alberata, in direzione della defunta “Robna kuća”, ex emporio commerciale. È qui che l’immagine si fa confusa e sregolata, per non dire del tutto scombinata ed eterogenea. È qui che sta sempre installato il mini centro-vendite tax-free, l’open air boutique, la moda all’aria aperta, il punto esatto dove l’economia formale ortofrutticola si scontra con quella informale, alias abusiva di certo vestiario di dubbia qualità ed origine. Il contrasto si riscontra posizionato nell’area perimetrale di passaggio, dentro e attorno a delle strutture metalliche e legnose con tettucci improvvisati in plexiglas. Sono i soliti “negozi” delimitati da teli di plastica o nylon, pronti a essere rimossi a fine orario di “esercizio”.

I venditori, persone in condizioni di marginalità, non si limitano ad aprire l’armadio in piazza a prezzi sempre stracciati e, spesso l’invadenza si spinge a infastidire un po’ coloro che non vanno esattamente di fretta. Pile di indumenti disordinati, a volte anche scarpe ammassate su bancone si aggiungono alle grucce con abiti, giacche, pantaloni e magliette appese sugli stender. I cartellini dei prezzi sono sempre un optional, modificabili a seconda della volontà di trattare-insistere-cedere pur di smerciare. È un luogo dove l’odore della verdura fresca si mescola con quello delle stoffe sintetiche, dove la merce viene venduta direttamente sui marciapiedi, invadendo lo spazio pubblico. È così da innumerevoli decenni e manco nel XXI secolo si rinuncia a una situazione anomala e precaria. Non è mai capitato di vedere controlli, non si è mai capito in che misura è abusivismo commerciale e fino a che punto si lascia alimentare questa sorta di mercato “parallelo”. Sta di fatto che il medesimo è anche immerso in un contesto di sporco accumulato. L’immondizia più persistente (pezzi di sedie d’ufficio, scope rotte, appendini, nylon, lenzuola, contenitori di cibo avanzato e vedi un po’ persino un sacco di calce spenta), risulta ammassata dietro alle baraccopoli commerciali, infilata sotto le gradinate dell’emporio abbandonato. Inutile nascondere l’aspetto imbarazzante. È un angolo depresso, di scambio sommerso, a dispetto dell’era della digitalizzazione, dove la necessità del tirare a campar dei venditori incontra la ricerca del risparmio da parte dei clienti.
A giudicare dalla longevità del fenomeno a bordo mercato, tanto di “organizzato scompiglio” non disturba ad alcuno.
Vita natural durante, trionfa la politica del laissez-faire, l’atteggiamento radicato del non intervento dentro a tanto di scompiglio autogestito. È un mercatino in mano ad un pilota automatico che si sta manovrando come gli pare e piace. Lo farà per sempre?
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