Rijeka. Album dei ricordi e delle illusioni (foto)

Partite che hanno scritto la storia della squadra fiumana, arrivata al titolo di campione dopo una lunga attesa

Il biglietto della partita Rijeka-Juventus (0-0) del 5 marzo 1980

Cercare il lato positivo delle cose non è sempre un’impresa semplice, soprattutto per un tifoso che deve confrontarsi con delle delusioni, cercando a farsene una ragione. Ci ho provato anch’io e più d’una volta non ci sono proprio riuscito. Mi sono visto e rivisto delle sintesi, ma anche partite intere, sperando che, per miracolo, l’epilogo fosse diverso da quello che ricordavo fin troppo bene. È troppo comodo rivedersi i grandi successi, le feste in piazza. Per uno che fin dall’infanzia è legato ai colori del Rijeka è molto più facile ripercorrere le grandi vittorie che le grandi delusioni. Queste ultime non sono state numerosissime, ma alcune hanno lasciato il segno. Sono ferite aperte e rivangare nei ricordi alle volte è come cospargerle di sale. Ci sono partite che si possono rivedere a tutte le ore del giorno e della notte su Internet, mentre altri ricordi richiedono profonde e polverose ricerche, possibili soltanto se si dispone del tempo necessario. Ecco il lato positivo del Covid-19 e di tutte le limitazioni che abbiamo accettato per non contribuire alla diffusione del contagio. Hanno rivisto la luce del sole anche dei ricordi non virtuali, materiali, sotto forma di biglietti d’ingresso, quelli che al termine di una partita non ho mai gettato.

“Signore, posso entrare con lei?”, era il modo per introdursi nello stadio di Cantrida per ogni bambino che vi fosse arrivato senza l’accompagnatore adulto. Io, come tanti altri, entravo assieme al padre adottivo di turno, ogni volta uno diverso, e pertanto non pagavo il biglietto. In questo modo non ho potuto nemmeno averlo e conservarlo. Il privilegio di entrare gratis veniva revocato per le competizioni europee. In compenso conservo dei gioielli, come il tagliando per Rijeka-Juventus giocata a Cantrida il 5 marzo del 1980. Fu la gara d’andata dei quarti di Coppa delle Coppe, l’unica volta che la squadra fiumana è riuscita a “svernare” in Europa. In quanto tifoso di una squadra italiana che non è la Juve, ebbi qualche motivo in più per vivere l’evento animato da sentimenti difficili da descrivere. Erano altri tempi e a Cantrida si poteva andare da un settore all’altro e in quell’occasione, tappandomi metaforicamente il naso, ho raggiunto quello occupato dai tifosi ospiti, scroccando una sciarpa che poi avrei regalato a un amico juventino. Sopra c’erano il tricolore e il numero 18, quello degli scudetti conquistati fino ad allora. Il Rijeka riuscì a uscire indenne da quella partita fermando gli ospiti sullo 0-0 al termine di una partita, e a dirlo sono stati in tanti, inguardabile. Al ritorno al Comunale i bianconeri vinsero per 2-0 con un gol di Causio dopo 5 minuti e il secondo di Bettega al 72’. Fu un’uscita di scena dignitosa che, sinceramente, non lasciò ferite. Sulla panchina fiumana regnava un certo Miroslav Ćiro Blažević.
In quel periodo alle partite di campionato potevo andarci anche da solo grazie all’abbonamento che Duško Pandur, mio capoclasse alla SEI Dolac, maestro di ginnastica, ma anche di vita per certi versi, faceva avere ai propri alunni per pochi dinari, un modo per avviare i ragazzi allo sport e all’attaccamento per la squadra della propria città. Terminate le elementari rimase l’abitudine, anche quella di avere l’abbonamento. Ecco perché non sono nelle condizioni di sfoggiare una collezione completa. Molti dei biglietti che possedevo, inoltre, ho avuto il piacere di regalarli a un collezionista vero e non me ne sono mai pentito. Me ne sono rimaste alcune decine, quelli a cui tengo di più.
Questa non vuole essere né la presentazione di una collezione di biglietti né un elenco di trofei con relativo taccuino, tabellino dei marcatori. Non ci saranno quindi i biglietti che non ho, perché alle due finali di Coppa Jugoslavia vinte dai fiumani per due anni di seguito, nel ‘78 e ‘79, battendo rispettivamente Trepča e Partizan, non c’ero. La Coppa era intitolata al Maresciallo Tito e le finali venivano disputate in prossimità del 25 maggio, data che venica celebrata come il suo compleanno. Nell’ex Jugoslavia questi furono i due soli trofei vinti dal club fiumano che avrebbe dovuto attendere fino al 2005, nella Croazia indipendente, prima di mettere nuovamente in bacheca una Coppa. In Coppa Croazia ne sarebbero arrivate altre quattro, l’ultima conquistata lo scorso anno al Drosina di Pola contro la Dinamo. Dopo quella persa nella doppia sfida con la Dinamo nel ‘94, ne arrivarono due consecutive nel 2005 e 2006 vinte contro Hajduk e Varteks, con Elvis Scoria in panchina. I tifosi dovettero pazientare altri otto anni, quando con l’arrivo alla presidenza di Damir Mišković ebbe inizio la storia recente. Nel 2014 il Rijeka superò la Dinamo aggiudicandosi poi anche la Supercoppa. Per l’allenatore Matjaž Kek fu il preludio a quanto sarebbe successo in seguito, a partire dalla qualificazione nella fase a gironi di Europa League superando nei play off lo Stoccarda.

Per un piccolo club come il Rijeka ogni vittoria in una competizione europea, negli anni Settanta come oggi, è un motivo valido per festeggiare, soprattutto se si riesce a umiliare un Real Madrid. L’allenatore Joško Skoblar, squalificato, dirigeva i lavori da una gabbia costruita dietro la panchina. Quel 3-1 davanti a oltre 25.000 spettatori fu soltanto una gioia effimera, un sogno terminato nel secondo tempo del match di ritorno al Santiago Bernabeu dove gli spagnoli vinsero per 3-0. L’arbitro belga Roger Schoeters, visto che il Rijeka stava controllando molto bene la partita, prese in mano le redini della gara: tre espulsioni, un rigore inesistente e quant’altro, tutto a favore dei padroni di casa che fino al 67’ non erano riusciti a sbloccare il risultato. Il fischietto belga non arbitrò più in Europa, magrissima consolazione per i tifosi fiumani. Preferisco parlare dell’andata, con due gol di Fegic e in mezzo uno di Matrljan che hanno ridicolizzato le stelle del grande Real. Conservo il biglietto, originale. Correva l’anno 1984 e nell’allora piazza Togliatti, oggi piazza Adria, si facevano le fotocopie da Zambelli. Un biglietto vero poteva venire “clonato” e la perforazione per strappare il tagliando veniva fatta con righello e ago del compasso. Non c’erano ancora codici a barre, ologrammi, filigrana e altri sistemi per proteggersi dalle contraffazioni. In quell’occasione, per la prima volta, a me e a un gruppo di amici non fu concesso di introdurre le bandiere. In effetti, oggi sarebbe inimmaginabile portarsi sugli spalti un bastone di legno lungo due metri e grosso come un manico di scopa, ma allora erano altri tempi e le giocate non finivano mai… a bastonate. In quella partita di Coppa UEFA venne acceso in curva il primo bengala, un elemento che negli anni sarebbe diventato parte del corredo di ogni curva, ma anche strumento di ricatto nei confronti delle società. Nel bagliore e nel fumo, come scopriremo più tardi, ci si può nascondere facilmente. Nel turno precedente il Rijeka eliminò un’altra spagnola, il Real Valladolid che all’andata vinse in casa per 1-0 per poi venire travolto per 4-1 a Cantrida. Nel secondo tempo, quando diventava chiaro che si sarebbe potuto superare il turno, si chiusero tutti gli ombrelli e cominciò la festa sotto la pioggia battente. Del mio biglietto nella tasca dei jeans non rimase nulla.
Già per le due precedenti finali di Coppa a Belgrado la tifoseria fiumana seppe mobilitarsi, ma nel 1987, per la finale con l’Hajduk si ebbe una vera invasione, 4-5mila tifosi assetati di vittorie, che però non arrivarono nemmeno in quell’occasione. La partita si chiuse in parità e la lotteria dei rigori consentì agli spalatini di tornare a casa con la Coppa del Maresciallo. Io ci andai in aereo assieme ad Alessandro Superina, oggi collega nella rubrica sportiva, mentre quasi tutti gli altri raggiunsero l’ex capitale in treno. A causa dei rigori non riuscimmo a prendere in tempo l’aereo per Fiume. Sarà stato uno dei pochi voli della JAT partiti in orario. Il tifo? C’erano la Banda di Laurana, gli Zvončari e tanti, come il sottoscritto, che non notavano o non volevano farlo, i segnali di fermenti nazionalistici. I tifosi della Crvena zvezda si sono aggregati a quelli fiumani per un’alleanza inedita, appoggiata dalla parte opposta dai sostenitori del Partizan, tutti contro l’Hajduk. Come tifoso del Rijeka non ci trovai nulla di male, ma poi, comprendendo il senso di quel comportamento benevolo da parte delle tifoserie belgradesi, arrivai a interpretare ciò che si sarebbe verificato nel giro di pochi anni. Torniamo a parlare di calcio, anche se si trattò di una grande delusione. Quella stessa primavera nacque l’Armada e buona parte della tifoseria si riconobbe in questa espressione.
La chimera per eccellenza, il ricordo sportivo più triste per ogni tifoso fiumano che vi assistette, fu indubbiamente quel titolo sfiorato nel ‘99. Nenad Gračan era l’allenatore. Serviva una vittoria a Cantrida con l’Osijek, ma finì in parità. Come del belga Schoeters ci ricorderemo per sempre del guardalinee Krečak e dell’arbitro Šupraha che ci annullarono un gol regolare. Lasciamo perdere. Era il 26 maggio, giorno in cui si sarebbe dovuto festeggiare il primo titolo. Nei preliminari di Champions, il 4 agosto, nel ritorno con il Partizan terminò 0-3 dopo la sconfitta dell’andata a Belgrado. In quel momento difficile il tifo fiumano diede il meglio di sé in una condizione di disagio, senza odio nei confronti di nessuno, soltanto amore per il Rijeka.
Seguirono “soltanto” 18 anni di attesa ed ecco il primo titolo di campioni. È storia recente, ma c’è il biglietto giusto. Al Maksimir, a campionato già vinto, il Rijeka andò a prendersi la coppa nell’ultimo turno e il sottoscritto, tolti i panni del cronista, ci andò con gli altri seimila tifosi. La Dinamo vinse per 5-2, ma mai sconfitta fu così dolce per i fiumani. Pochi giorni dopo, la rivincita con la vittoria nella finale di Coppa a Varaždin.
Avrei voluto avere anche un bel ricordo in quel 2017 della sfida a San Siro contro il Milan. Conta poco aver perso, quasi nulla, in confronto alla sconfitta che ho vissuto da tifoso quando al 60’ un gruppo di infiltrati ha acceso i bengala per lanciarli verso il settore sottostante dove c’era il pubblico di casa. Volevo uscire dal Meazza, con un senso di nausea, di vergogna, ma non mi hanno lasciato. Anche lì, come tifoso di una squadra italiana, milanese, che non è il Milan, avrei voluto vivere in un altro modo anche la sconfitta. Il 2-0 con i rossoneri a Rujevica mi ha ripagato soltanto in una piccolissima parte.

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