L’Unione europea, un gigante economico, ma nello stesso tempo un nano politico (adesso è di moda dire: geopolitico), si trova davanti a un bivio: oppure va avanti così, in ordine sparso, e accetta di assoggettarsi ai giganti che ormai invadono il campo mondiale (Stati Uniti politicamente, Cina commercialmente, Russia bellicisticamente) oppure deve compiere uno sforzo, quasi inumano: trasformarsi e adattarsi ai tempi. Dunque, o accetta il diktat degli Stati Uniti e del presidente Trump che muta di umore ogni mattina – dipende con che gamba scende dal letto – e accetta il ricatto dei dazi imposti ai Paesi europei – oppure tenta di svincolarsi come può, cercando soluzioni nuove e innovazioni politiche, atte a confrontarsi con un mondo ormai in frantumi.
E proprio quello che ha velocizzato la politica di alleanze economiche dell’UE: il 9 gennaio il Consiglio europeo ha approvato il trattato di cooperazione con il Mercosur, il mercato comune dell’America latina con 21 voti contro 5 opposti, e così questo trattato storico – concluso dopo anni di negoziato – è stato firmato il 17 gennaio. Nonostante il Parlamento europeo lo abbia deferito alla Corte europea di giustizia per un’opinione legale, la Commissione può implementarlo in via provvisoria, aspettando la decisione della Corte (che ci mette fino a due anni per decidere, un altro segno quanto la magistratura sia, in generale, lenta).
Però, l’Ue ha segnato un altro risultato, in faccia agli Americani: il 27 gennaio, dieci giorni dopo il trattato UE-Mercosur, è stato firmato il trattato India-Unione europea sullo scambio libero commerciale con l’India. Anche questo negoziato era in atto da una ventina di anni, ma la realtà e specialmente i ricatti con i su e giù dei dazi minacciati, imposti, revocati, poi di nuovo imposti da Trump, hanno dato un calcio decisivo ai negozianti per farli balzare in avanti. E questo lo hanno chiamato, a Bruxelles, “la madre di tutti i negoziati”, perché apre la porta al mercato del più popoloso Paese del mondo – e si farà un mercato unico, senza dazi, con libero accesso che porterà dei notevoli vantaggi ai cittadini europei. E così questo sarebbe una lezione importantissima per l’Europa: si può, se si vuole! Ma bisogna volerlo, “fortissimamente volerlo”, come usava dire Vittorio Alfieri (ma la realtà era che il famoso scrittore doveva essere legato dai suoi domestici per mettersi al lavoro). E così anche l’Ue: nel campo politico, non riesce ad azzeccarne una – con la politica estera e quella di difesa – ma il rimedio c’è, ed è proprio questo – far vedere che l’Ue conta, almeno in questo, e che i trattati di commercio con il Mercosur e l’India dovrebbero dare i risultati anche nelle tasche degli europei.
E Mathias Corman, il segretario generale dell’OCSE, Organizzazione per la cooperazione e per lo sviluppo economico, ha lodato la crescita del commercio internazionale, nonostante i dazi USA. L’Europa ha bisogno di vincere le sfide imposte, ingiustamente, dall’alleato transatlantico. E Corman ha solo espresso un sentore generale degli europei, che ha esposto in modo esplicito e succinto Mario Draghi, il “Super Mario” della finanza e del buongoverno (presidente del Consiglio dei ministri italiano, longevo presidente della Banca centrale europea), nel suo discorso all’Università di Leuven, in occasione della laurea honoris causa assegnatagli dal prestigioso ateneo. “L’Europa rischia di diventare subordinata, divisa e deindustrializzata, se non abbraccia un profondo processo di integrazione politica e istituzionale, per trasformarsi da una confederazione di Stati in una federazione vera e propria”.
L’ordine globale e “ormai defunto”, la logica della confederazione, con la quale opera oggi l’Ue, non produce un blocco potente. L’Europa, se vuole sopravvivere, deve trasformarsi in una vera e propria federazione. È una scelta cruciale, per l’Europa, che si trova davanti a un bivio: essa deve superare questo dilemma esistenziale: essere o non essere. Adesso siamo trattati come un “insieme di Stati di medie dimensioni”, privi di autonomia strategica di fronte alle grandi potenze globali. Ma diventare una federazione vuol dire avere una politica estera comune, una politica di difesa comune, e anche, oltre al mercato, uno stato sociale comune per tutti i cittadini europei. Vorrebbe dire, anche, alzare considerevolmente il livello di vita dei cittadini europei, ridurre le ineguaglianze, adottare standard comuni di vita sociale – sanità, prevenzione sociale, sostegno alla povertà – dunque, un progetto di trasformazione completa di un mosaico della realtà attuale. Il 12 febbraio Draghi è invitato a esporre le sue idee, quelle del Rapporto Draghi sulla competitività che gli è stato commissionato due anni fa. E Draghi torna adesso alla ribalta – questa volta con più possibilità di essere ascoltato – grazie a Trump e al dissesto mondiale da lui causato.
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