Maria Cristina Sponza: «Le nostre radici non si spezzano mai»

La nuova presidente dell’ANVGD di Vicenza racconta il legame con Pola e Fiume, il lavoro con i giovani e il valore della memoria dell’esodo

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Maria Cristina Sponza: «Le nostre radici non si spezzano mai»
Maria Cristina Sponza. Foto album privato

Maria Cristina Sponza è la nuova presidente dell’ANVGD di Vicenza, un ruolo che ricopre da qualche mese. Subito inserita nel vortice delle celebrazioni del 10 febbraio, Giorno del Ricordo; la incontriamo durante la cerimonia del Premio “Tanzella” che calamita ogni anno a Verona tantissimi esponenti della realtà giuliano-dalmata offrendo una rassegna di libri e autori che evidenzia creatività e impegno. Inevitabile la domanda: da dove viene la tua famiglia, seguita da una serie di reciproche informazioni per conoscerci, per accorciare le distanze.

Che cosa ti ha spinto, Cristina, ad accettare questo importante incarico?

“Sono stata spronata ad accettarlo dalla mia compianta amica, Anna Rismondo (era nata a Rovigno nel 1942, ci ha lasciati lo scorso settembre), che mi aveva segnalata al direttivo nazionale. L’ho sentito come un incarico importante per vari motivi: portare avanti la storia dei miei genitori e dare sostegno a tutti gli esuli della comunità vicentina. Preciso che nella mia squadra ci sono la mia vicepresidente Giulia Stella (sua madre è nata a Pola) e la consigliera Silvia Colombo (mamma nata a Pola e padre di Pisino) con le quali ho iniziato a programmare il lavoro con ampio anticipo, già un anno prima dell’elezione effettiva e senza le quali non avrei potuto fare ripartire il comitato e assicurarci gli eccellenti risultati ottenuti in così pochi mesi”.

Un legame molto stretto

La tua famiglia a quali località è legata?

“Le maggiori del territorio: mio padre è nato a Pola nel 1931 mentre mia mamma è nata a Fiume nel 1935”.

La tua appartenenza che cosa è stata nel corso degli anni, durante la tua maturazione?

“I miei genitori, esuli, si sono incontrati a Vicenza, nel Campo Profughi della città, ed è qui che sono nata. Nonostante ciò, proprio per questa condizione o per altre ragioni, non mi sono mai sentita parte integrante dei vicentini, le mie radici sono altrove. A Pola ho trascorso le vacanze dalla mia infanzia e fino ad oggi. Ma è stato il forte senso di appartenenza a quella terra dei miei genitori, ad avere ha creato un legame molto stretto che esercita una decisiva attrazione in me ma anche sulle mie figlie e, spero, sui miei nipoti che quest’anno porterò con me a Pola per la prima volta”.

Vivendo in Veneto, l’uso del dialetto è probabilmente una cosa molto naturale, s’intreccia con l’istroveneto di provenienza della famiglia?

“Per la terminologia d’uso quotidiano, direi di sì per la maggior parte, ma è la cadenza, la pronuncia tipica dell’istroveneto che si nota immediatamente come qualcosa di unico. Io non me ne accorgo neanche quando sono in famiglia, ma quando qualcuno parla con mia mamma, ad esempio, si capisce subito che non è vicentina, nonostante i suoi 90 anni, per la maggior parte trascorsi qui”.

Il Giorno del Ricordo col sindaco di Vicenza, Giacomo Possamai. Foto album privato

Un vuoto temporale nei ricordi

La tua famiglia per quali percorsi è giunta a Vicenza?

“La mamma era accompagnata da sua madre e da due sorelle. Il loro è stato un lungo viaggio in treno, era il 1947. Mio padre invece venne insieme ai genitori e alla sorella, non so con quali mezzi, so per certo che era il 1951, provenienti dal Centro Raccolta Profughi di Brescia: questo dato l’ho trovato nel registro del CRP di Vicenza, oggi depositato presso il locale Archivio di Stato. Ho notato una cosa, comune in tante famiglie; si è sempre parlato poco dell’esodo. Ho di entrambi i miei genitori ricordi della loro infanzia e giovinezza, poi c’è come un vuoto temporale tra il prima nella terra natia e il dopo nella nuova vita in Italia. Una specie di spartiacque per non creare sofferenza, per mettere al riparo sensazioni e sentimenti”.

La comunità giuliano-dalmata di Vicenza come è composta?

“È molto varia, ormai gli anziani sono pochi ma provengono un po’ da tutto il territorio. E poi ci sono le generazioni dei figli e dei nipoti che cerchiamo di coinvolgere, non è una cosa facile ma il legame con le proprie radici non è stato reciso, anzi”.

Il villaggio giuliano

Quali le attività che intendi sviluppare?

“Tante idee e tanta voglia di fare. In autunno ospiteremo una mostra su Vergarolla in prestito dall’IRCI di Trieste. Ma prima di ciò, attualmente abbiamo in programma il 16 maggio la posa di una targa ricordo al villaggio giuliano che venne costruito negli anni ‘50 e inaugurato nel ‘55 dove trovarono posto centoquattro famiglie provenienti dal CRP”.

Esiste ancora?

“Il Villaggio Giuliano di Vicenza, situato nella zona di Campedello, è un complesso residenziale storico. Composto da due grandi condomini giallo-arancione, che inizialmente erano considerati moderni, ha rappresentato un importante luogo di accoglienza e memoria, ma oggi versa in stato di degrado, nonostante i piani di riqualificazione. Nato per dare una casa definitiva agli esuli istriani, fiumani e dalmati, molti dei quali inizialmente alloggiati in condizioni precarie nel Collegio Cordellina. Oggi è in gran parte disabitato, con pochissime delle famiglie originarie rimaste. Sono stati annunciati diversi progetti di riqualificazione, vedremo. Oggi a Vicernza è considerato un luogo simbolo del Giorno del Ricordo (10 febbraio). Abbiamo intenzione di posare delle bacheche fisse nel chiostro dell’attuale Scuola Giuriolo che fu CRP, dal 1947 al 1955, con immagini della vita all’interno del campo per lasciare un segno tangibile del passato di quello stabile e fare altresì comprendere agli studenti che ora frequentano quelle aule che la loro scuola ha una storia particolare; proseguiremo con la donazione di libri alla biblioteca comunale che ci riserverà uno spazio dedicato all’esodo e stiamo iniziando a pianificare i progetti per il giorno del Ricordo 2027 che sarà ricco di anniversari”.

Gli incontri nelle scuole

La politica ministeriale italiana si è concentrata in particolare modo sulla scuola per fare memoria, per dare spessore al Giorno del Ricordo, come reagiscono le scuole del tuo territorio?

“Quest’anno abbiamo fatto i primissimi incontri in alcune scuole con la collaborazione di Giulia e Silvia, entrambe insegnanti. È una dimensione ancora tutta da costruire, perché purtroppo negli ultimi anni e specialmente dopo lo stallo determinato dal Covid, nulla è stato fatto per coinvolgere gli istituti scolastici. Dobbiamo correre ai ripari: superare la totale chiusura nei confronti di qualsiasi formazione di persone adatte a seguire e coinvolgere gli studenti. Gli strumenti ci sono e quindi stiamo lavorando per creare nuove condizioni che ci permettano di entrare nelle classi in modo legittimo e lavorare con le giovani generazioni spiegando loro la nostra storia plurimillenaria, l’esodo, la vita nelle nuove realtà”.

Legami con le Comunità istriane?

“È giunta una richiesta particolare dal Prefetto di Vicenza, di creare un gemellaggio tra il comune di Grisignano di Zocco e la località di Grisignana in Istria. Anche in questo campo siamo alle prime armi, mai prima il Comitato si era occupato di fare attività fuori dal proprio alveo locale. Comunque abbiamo risposto con entusiasmo e ci stiamo muovendo”.

Ciò che la storia ci ha lasciato…

Che cosa si può fare per allacciare rapporti più stretti e significativi con il mondo dei residenti in Istria, Fiume, Dalmazia?

“Parlo per esperienza personale; con la mia famiglia abbiamo iniziato a tornare in Istria dal 1969, quindi abbiamo visto tanti anni di governo jugoslavo, quando si parlava ancora molto istriano e nonostante tutto c’è stato sempre un filo relazionale che ci legava sia ai locali che ai rimasti. Non ho mai avuto la sensazione che fossimo malvisti in quanto italiani se non in rare occasioni. Abbiamo assistito agli anni della guerra con uno stravolgimento totale di persone e luoghi. Mai prima avevamo notato i segni di un’appartenenza diversa, improntata sul nazionalismo, ma anche di rinnovato orgoglio per le proprie radici. Oggi assistiamo invece a un fenomeno diverso: tutto viene fagocitato in nome dell’economia. Non sono più importanti le persone, ma i numeri e viene così sacrificata anche quella presenza italiana che cede a un lento ma inesorabile oblio. Una cultura che ha contribuito per secoli a forgiare quelle terre con segni indelebili, giunge al quasi totale disconoscimento del dialetto istroveneto, non lo sento quasi più se non quando capita di incrociare i pochi amici di famiglia che ancora lo parlano. Credo sia importante considerare nel giusto modo la componente croata del territorio, ma cercando di ricreare un legame di popoli profondo, facendo sì che essi rispettino una parte di storia importante che ha contribuito a creare quei luoghi, accettando la storia e riconoscendo ciò che la storia di Roma, di Venezia, dell’Austria e dell’Italia ha lasciato”.

Il Giorno del Ricordo hai voluto al tuo fianco Franco Luxardo. Quanto conta il ruolo dei “grandi” personaggi dell’esodo nell’evoluzione della dimensione associativa?

“Questo è un tema fondamentale. Anche se il loro numero è sempre più ridotto per l’età dei nostri grandi, io li sento come una famiglia. Rappresentano storie di infinita sofferenza, ma anche di riscatto e resilienza sia per le famiglie e le realtà lavorative, che hanno creato in luoghi nuovi lontani dalle terre di origine, sia di grande dignità per la società entro la quale si sono reinventati rappresentando quello che ogni essere umano dovrebbe essere, rispettoso del prossimo e grato alla vita. Ringrazio i miei genitori per quello che mi hanno trasmesso”.

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