L’insostenibile superiorità di Sherlock Holmes

Genialità vittoriana, arroganza intellettuale e isolamento emotivo dietro il detective celebre della letteratura

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L’insostenibile superiorità di Sherlock Holmes
foto: Shutterstock

Sherlock Holmes non mi piace. L’ho detto. Che liberazione! Ad essere sinceri sinceri, stavo pensando come ignorare il personaggio, ma scrivere di gialli d’annata e lasciare fuori dalla porta una figura di questo calibro sarebbe stato poco professionale e anche, lo ammetto, ingiusto. Probabilmente, qualcuno si sarà aspettato qualcosa su questo strano investigatore già prima, ma, ripeto, la considerevole antipatia che nutro nei suoi confronti, di volta in volta mi aveva fatto optare per altri. Con un po’ di rimorso professionale, tanto che, eccoci qua, ora, al confronto con il celeberrimo inquilino del 221B di Baker Street, Londra. Indirizzo che all’epoca in cui i romanzi vennero scritti non esisteva ancora, ma negli anni Trenta, con una rivisitazione della numerazione, il numero venne effettivamente assegnato a un edificio. Poi, una casa nelle vicinanze del numero civico 221B, è stata trasformata in una ricostruzione dell’abitazione come descritta nelle opere ed è diventata un museo. Questo per dire della portata del personaggio.

Il genio che irrita
Sherlock Holmes nasce dalla penna di Arthur Conan Doyle come incarnazione dell’intelligenza deduttiva portata all’estremo. Non è semplicemente un investigatore (come quelli di cui finora abbiamo trattato): è un dispositivo logico travestito da uomo. La sua funzione principale non è “essere umano”, ma dimostrare che il mondo è decifrabile attraverso l’osservazione e la deduzione. Purtroppo qua emerge un bel problema: questa funzione tende a schiacciare tutto il resto. Holmes non ascolta quasi mai davvero gli altri: li decodifica. Non dialoga: interpreta. Non partecipa: smonta. Da qui nasce la sensazione di arroganza – ma è più una certezza, un sentito vero – che di lui mi dà fastidio. Non solamente a me, credo. Ne converrete: un personaggio così prepotentemente superiore, supponente, saccente, demolitore, stanca per forza. Holmes in effetti è spesso descritto come brillante, ma al contempo anche irritante, freddo, distante. Per Conan Doyle non si è trattato solo di caratterizzazione ma di una questione di scelta del metodo narrativo. Ad ogni modo, facendo grazia del caso in corso, tutto più o meno funziona tenendo conto che tutti sbagliano, mentre Holmes osserva, deduce e spiega quanto gli altri siano stati ciechi o poco brillanti.Per dirla in maniera soft. Questo schema ripetuto produce inevitabilmente una dinamica di superiorità e non è un caso che Doyle lo abbia reso così: il piacere dei racconti sta proprio nel vedere il lettore in un certo senso umiliato insieme alla polizia e agli altri personaggi (lo fa anche Nero Wolfe, con i suoi scatti, ma non irrita così tanto). Umilia il suo stesso braccio destro, il dottor John H. Watson. Sarò scusata, quindi, se ritengo Holmes un individuo supponente, poco empatico, più interessato alla dimostrazione della propria intelligenza che alla relazione umana.

Watson sotto scacco
Di converso, al dottor Watson va tutta la mia simpatia, ma anche qualche momento di irritazione: ma che gusto avrà mai a farsi trattare così male da Holmes? Quasi sempre il dottore viene liquidato come “l’aiutante” dell’investigatore. In realtà è molto di più: è il punto di vista umano, emotivo e narrativo. Non è un idiota. Come però a volte si sarebbe tentati di pensare: Doyle lo costruisce come medico, veterano di guerra, persona colta e funzionale. Il suo limite quindi non è l’intelligenza, ma il tipo di intelligenza, che nel caso è lineare, pratica, narrativa. È il tipo di mente che vive nel mondo, mentre Holmes lo seziona (diciamo che Watson è un po’ noi). Il rapporto tra i due è squilibrato, ma non nel senso di padrone/servo; sarebbe più corretto parlare di mente analitica verso mente esperienziale, di osservatore verso partecipante, di macchina logica verso coscienza sociale. Tuttavia, per le asfaltature che il dottore riceve da Holmes, ne esce come un testimone stupefatto, quasi infantilizzato dalla genialità dell’investigatore. Forse sbaglio, ma a volte leggo in questo una “quasi sudditanza”, inspiegabile. Io, a dirla tutta, me ne andrei e lo lascerei a pavoneggiarsi riflesso nello specchio. In effetti, non c’è un altro personaggio che sia in grado di stargli alla pari. Quindi, ci ritroviamo a doverci sorbire un essere brillante, eccentrico e quasi sempre nel giusto. Questa la valutazione obiettiva. Potendo, ne aggiungo una soggettiva, anzi due: irritante ed esasperante.

Il freddo trionfo della deduzione
Ma lasciamo da parte da parte i personalismi. Va detto che Holmes è uno dei primi grandi esempi moderni di “genio freddo”. La sua mente funziona meglio quando riduce le emozioni a dati, trasforma le persone in indizi e tratta i sentimenti come interferenze. Ma Conan Doyle del resto lo ha voluto investigatore, non un vicino di casa dal quale si va a prendere il caffè e a chiacchierare. Quindi è efficace come detective, ma problematico come figura umana. La sua distanza emotiva non è solo un tratto caratteriale: è una filosofia implicita del personaggio. Il mondo è un problema da risolvere, non un luogo da abitare. Cinema e televisione hanno cercato di correggere Holmes in vari modi, rendendolo più vulnerabile, enfatizzando il trauma o la dipendenza (soprattutto nelle versioni moderne), aumentando la componente emotiva o, al contrario, di accentuare la sua sociopatia per farne un anti-eroe. Purtroppo, nessuna di queste soluzioni elimina del tutto il problema di fondo: Holmes funziona perché è superiore agli altri personaggi nel suo stesso universo narrativo. Se lo si umanizza troppo, perde la sua funzione originaria. Così, il vero interesse moderno del duo non è Holmes, ma Watson. Perché Watson è il punto in cui il lettore o chi guarda il film può ancora riconoscersi. Il dottore si stupisce, interpreta emotivamente, giudica moralmente, soffre, si lascia coinvolgere. Insomma, è umano nel senso pieno, mentre Holmes risulta esserlo solo biologicamente. Ecco, in questa asimmetria si crea la tensione narrativa, ma anche l’irritazione. Il povero (viene per forza di pensarlo così) Watson sembra spesso ridotto a pubblico interno, con la funzione di celebrare il genio dell’altro. Comunque, nonostante tutto, Holmes resiste, perché rappresenta un desiderio molto preciso della cultura moderna: l’idea che il caos del mondo sia decifrabile. In un universo narrativo pieno di ambiguità, Holmes è certezza, metodo e ordine mentale. È rassicurante, nonostante la massiccia dose di antipatia. Anche se è supponente, è efficace. Ma comunque non è un eroe quanto una figura problematica e in molte interpretazioni moderne viene letto quasi come precursore dell’anti-eroe ossessivo e borderline, aspetto che il cinema ha sposato volentieri.

Il prezzo della genialità narrativa
Veniamo all’azione. Ogni racconto/film segue uno schema quasi immutabile: delitto, errore generale, osservazione di Holmes, soluzione (sempre di Holmes), spiegazione finale in cui tutti gli altri risultano incapaci. Sembra una liturgia della superiorità intellettuale. Il lettore non partecipa alla scoperta come avviene negli altri romanzi/film/serie: la subisce, aspettando il momento in cui gli verrà dimostrato che comunque non avrebbe in alcun modo potuto capire. Un film così è anche difficile da guardare. Personalmente preferisco quelli che mi fanno capire strada facendo, che mi coinvolgono; non quelli che non vedono l’ora di arrivare al The End per dirmi che sono un incapace. Vabbè che con Holmes non posso competere, ma lasciarmi svilire così in un genere che mi piace, è decisamente chiedere tanto. Questo meccanismo narrativo è efficace, ma produce un effetto collaterale inevitabile: Holmes non discute mai davvero con qualcuno alla pari. E senza pari, la brillantezza diventa monologo. E si fa anche noia. Ma se Conan Doyle l’ha voluto così, un motivo ci sarà. Infatti, personaggi gentili, da manuale, nella letteratura e nel cinema non mancano di certo: l’autore ha risposto con uno… inequivocabile, in grado di anticipare gli altri, di correggerli, di interromperli (anche in modo brusco) e poi conclude per gli altri. Forse non sarà nemmeno stato scortese secondo i codici sociali del suo tempo; semplicemente per l’economia del racconto doveva essere sempre un passo avanti, mettere in mostra la sua superintelligenza e ridurre gli altri a un paio di calze spaiate. Holmes è costruito per essere ammirato. Meno male che c’è Watson, anche se è spesso sottovalutato perché funziona troppo bene nel suo ruolo: osserva, si stupisce, racconta. Ma soprattutto normalizza, rende Holmes leggibile. Purtroppo, la narrazione non gli consente di competere sul piano deduttivo. Il suo ruolo è essere intelligente nel mondo, ma non nel metodo. Per me, si crea una forma di “sudditanza narrativa” non tanto del personaggio, quanto della funzione che gli viene assegnata. Nessuna critica a Conan Doyle, per carità. La mia è una sensazione a pelle. Liberi tutti di dissentire. E mi sono chiesta un miliardo di volte se Conan Doyle sia stato più Holmes o Watson. Mi sembra Holmes. Che mente, però!

Elementare. Ma non troppo
Non posso chiudere senza nominare un altro genio, ahimé del male. Un cattivissimo: il professor James Moriarty. L’eterno nemico di Holmes, che lo definisce “il Napoleone del crimine” (con il pallino per la matematica). Dal libro al cinema, le reinterpretazioni contemporanee hanno provato a correggere o estremizzare Holmes; alcune versioni lo rendono più emotivo, altre più sociopatico. In ogni caso, il problema resta lo stesso: come rendere sopportabile una mente che funziona sempre meglio degli altri? In nessun modo. Deve essere così, sennò non funziona. Quindi, o la merce la si compra così o la si lascia sullo scaffale. Paradossalmente suggerisco di guardare qualche film. Non troppi. Ci vuole una certa sopportazione. Ne ho guardati un paio in funzione di queste righe e devo dire che non ho cambiato idea: per me Sherlock resta un personaggio lugubre, irritante, scomodo (direi fuori di testa, ma non so se posso). A onor del vero, molte versioni moderne insistono proprio sulla deriva del genio che scivola nella compulsione. Ma nel Doyle originale Holmes è meno “dark psicologico” e più meccanico; non è tanto disturbato quanto disallineato dal sociale. Watson è un contraltare: non è l’idiota che spesso sembra, ma neanche un pari. È un “traduttore” del genio in esperienza umana. Se Holmes è la dimostrazione, Watson è la ricezione. Senza di lui Holmes sarebbe quasi illeggibile. Io, come ho già detto, sto dalla parte di Watson. Rimproverandogli la mancanza di qualche dignitosa reazione e alzata di voce. Elementare, mio caro Watson. O no? Volendo, consiglio “Il Mastino dei Baskerville”, con la sua estetica gotica e l’influenza sull’immaginario vittoriano del detective. Oppure “La vita privata di Sherlock Holmes”, per vedere un personaggio più umano e ambiguo rispetto alla versione tradizionale. Poi, volendo, spaziate pure. Ma è merce che va maneggiata con cautela. Io ve l’ho detto.

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