Un viaggio nella letteratura italiana contemporanea, attraverso un’approfondita e preziosa analisi delle tendenze degli ultimi decenni, tra avvenimenti ed eventi che hanno fatto la storia, dinamiche politiche ed elementi sociali e culturali. Presentiamo con grande piacere ai nostri lettori questa intervista esclusiva a Tatjana Peruško, professoressa ordinaria presso il Dipartimento di Italianistica della Facoltà di Lettere e Filosofia (oggi Facoltà di Scienze Umanistiche e Sociali) dell’Università di Zagabria. La dottoressa Peruško ha recentemente vinto il prestigioso premio giornalistico “Tomašević-Bešker” – bandito dall’Istituto Italiano di Cultura di Zagabria – nella categoria miglior articolo, per la serie di pezzi “Talijanska suvremena proza/Letteratura italiana contemporanea”, pubblicata sul portale Kritica della Società degli scrittori croati (HDP).
Da cosa nasce il suo interesse per la letteratura italiana contemporanea?
“Nasce da un intrinseco amore per i libri e per la lettura, maturato e approfondito dalla formazione scolastica e accademica. Ho avuto fortuna, frequentando la scuola media superiore a Buie, in Istria, di avere come insegnante di croato la professoressa Mirjana Benjak, che ci ha fatto conoscere i classici moderni. Durante gli anni di studio, il mio interesse per la letteratura italiana contemporanea fu stimolato e coltivato dalle lezioni di Mladen Machiedo ‒ oggi professore emerito ed accademico ‒ che insegnava presso il Dipartimento di Lingua e Letteratura italiana di Zagabria. Studiando inoltre Letterature comparate presso il Dipartimento omonimo della Facoltà di Lettere e Filosofia a Zagabria, ho avuto modo di acquisire gli strumenti metodologici dell’analisi testuale”.
Un’evoluzione costante
Quali avvenimenti storici e quali fattori economici, sociali e politici hanno portato alla tendenza nella letteratura italiana a trattare la realtà piuttosto che fatti fittizi?
“La domanda è talmente complessa da richiedere un approfondito studio socio-culturale, e le generalizzazioni rischiano spesso di semplificare e banalizzare il fenomeno. Tuttavia, negli studi più recenti, le trasformazioni della narrativa italiana del Duemila ‒ in particolare il generale ‘ritorno alla realtà’, ovvero la tendenza a raccontare la realtà, in particolare quella della vita pubblica, come tratto comune a diversi autori e a diverse tipologie di scrittura ‒ sono state interpretate, sul piano politico-sociale, come una reazione all’era del populismo berlusconiano e alle strategie comunicative del suo governo. Sul piano epistemologico-letterario, invece, vi è stato individuato l’intento di affrancarsi dall’ipertrofia della finzione o dall’universale finzionalizzazione che ha caratterizzato la cultura e il pensiero postmoderni degli anni Ottanta. Il contagio con la mediosfera, avvenuto nella seconda metà del Novecento, è stato spesso individuato come una delle ragioni per cui la letteratura non è più percepita come fonte di conoscenza, bensì come mezzo di evasione e di divertimento. Una lingua impoverita e uno stile medio sono caratteristiche principali dei ‘romanzi medi’ ‒ come vengono definiti dalla critica ‒ che si trasformano facilmente in best seller destinati a un pubblico di massa, facili da tradurre e da diffondere in altre lingue. In questi termini è stato definito dai critici il romanzo italiano contemporaneo, da non confondere con il cosiddetto ‘bestseller all’italiana’, un’altra formula utilizzata nel tardo Novecento per descrivere i romanzi di Italo Calvino, Umberto Eco ed Elsa Morante: opere ampiamente diffuse all’estero, ma caratterizzate da una marcata attenzione agli aspetti strutturali e formali, venuta meno nei decenni successivi. Una parte della critica italiana ‒ in particolare quella che ritiene che la letteratura debba ‘esercitare una funzione critica sul presente”, come scrive Raffaele Donnarumma, nel libro ‘L’ipermodernità. Dove va la narrativa contemporanea’ ‒ ha salutato con entusiasmo la comparsa di un diverso tipo di narrazione, che ha cominciato a diffondersi a partire dalla fine degli anni Novanta, soprattutto dal Duemila in poi. Si tratta di una narrativa non finzionale, praticata sia da scrittori sia da giornalisti italiani, nella quale gli elementi narrativi si combinano con forme e generi dell’informazione: reportage, cronaca, frammenti diaristici, saggistica incentrata su fenomeni politici e sociali. Gli argomenti trattati in questi testi ibridi derivano dall’attualità, ossia da una serie di fenomeni che, rielaborati dai media, si impongono all’attenzione del pubblico. Le guerre o i casi di cronaca nera si prestano bene allo sfruttamento narrativo: così, per esempio, negli anni Novanta, sono stati sia giornalisti sia scrittori (Luca Rastello, Gianfranco Bettin, Erri de Luca ‒ per menzionarne alcuni) a combinare narrazione e generi giornalistici, scrivendo della guerra nella ex-Jugoslavia. La critica ha già sottolineato l’impiego di strategie romanzesche o narrative nei reportage come uno degli aspetti caratteristici della non fiction italiana dell’ultimo decennio del secolo scorso. L’elenco degli scrittori italiani che, nello stesso periodo, scelgono di tematizzare fenomeni sociali ricorrendo a una combinazione di generi giornalistici ed elementi narrativi è lungo: basti menzionare Sandro Veronesi, Mauro Covacich, Edoardo Albinati, Antonio Pascale. In altre parole, quando nel 2006 Saviano pubblica ‘Gomorra’ ‒ un libro che unisce giornalismo d’inchiesta alla scrittura saggistica, la forma di reportage con elementi romanzeschi ‒ egli ha alle spalle un numero considerevole di precedenti. Tuttavia, poiché ‘Gomorra’ fu il primo libro italiano sulle mafie a essere diffuso a livello internazionale, e poiché suscitò una grande attenzione mediatica, anche per il fatto che l’autore è tuttora costretto a vivere sotto scorta, esso divenne presto il simbolo di un nuovo tipo di letteratura, capace di ripristinare la fiducia nel valore etico-politico della parola scritta. In questa prospettiva, il libro fu presentato nel manifesto programmatico del collettivo Wu Ming, intitolato ‘New Italian Epic’ (2008), inaugurando una stagione di letteratura testimoniale e documentaria, nella quale la verità dei fatti narrati è garantita dalla narrazione in prima persona, affidata a un io narrante che coincide con l’io dell’autore. Sono appunto i racconti dell’io, la narrativa autobiografica, a rappresentare un’altra tendenza dominante degli anni Zero. La caratteristica fondamentale di questo tipo di testi risiede nell’esplicitazione del fatto che la narrazione è affidata a una voce reale, ossia a una persona reale, identificabile con nome e cognome, il che garantisce la verosimiglianza di quanto viene raccontato. Una possibile spiegazione antropologico-sociologica di questo fenomeno andrebbe cercata nelle condizioni di crescente insicurezza e instabilità del soggetto umano. Le modalità memorialistico-autobiografiche non sono diffuse soltanto in Italia: anche in altre letterature si osserva un forte slancio della scrittura autobiografica (basti ricordare che Annie Ernaux, la scrittrice francese, ha ricevuto il Premio Nobel nel 2022 ‘per il coraggio e l’acutezza clinica con cui svela le radici, gli allontanamenti e i vincoli collettivi della memoria personale’, come recita la motivazione del premio). Tuttavia, l’Italia, a mio avviso, detiene un primato indiscusso in questo ambito. Sul versante autobiografico la narrativa italiana spazia dall’impiego di strategie romanzesche nella narrazione di episodi autobiografici in numerosi romanzi apparsi negli ultimi vent’anni, a una grande varietà di rielaborazioni del vissuto nelle costruzioni autofinzionali: dall’introduzione dei ‘fatti di vita’ in una narrazione sostanzialmente finzionale ai vari modi in cui elementi assurdi, onirici, iperbolici, così come inserti metatestuali, sovvertono la verosimiglianza e la referenzialità del discorso autobiografico. A metà di questo spettro si collocano le finzioni narrative di Mauro Covacich, impregnate di elementi autobiografici, mentre sul polo dell’autofinzione s’incontrano sovversioni più radicali del materiale autobiografico, per esempio, nei romanzi di Walter Siti oppure di Giuseppe Genna. Il terzo versante di una letteratura incentrata sulla verità dei fatti narrati comprende i racconti biografici, altrettanto numerosi e diversificati nella produzione degli anni Zero: dal romanzo ‘Lei così amata’ (2000) di Melania Mazzucco, dedicato alla giornalista, fotografa e scrittrice svizzera Annemarie Schwarzenbach, a ‘La ragazza con la Leica’ (2017) di Helena Janeczek, dedicato alla fotografa Gerda Taro, morta durante la Guerra Civile Spagnola; da ‘Adelaida’ (2024) di Adrián N. Bravi, romanzo dedicato all’artista Adelaida Gigli, all’altrettanto recentissimo ‘La ribelle’ (2025) di Giorgio Van Straten, che narra la storia della partigiana e comunista Nada Parri”.
Una carrellata di pubblicazioni
Quali sono, secondo lei, gli autori più rappresentativi di queste tendenze?
“Parlando di narrativa testimoniale, oltre ai nomi già citati, tra numerosi altri esempi posso menzionare ‘L’abusivo’ (2001) di Antonio Franchini, definito ‘romanzo giornalista’: un libro in cui l’autore racconta la propria inchiesta sulla morte dell’amico giornalista Giancarlo Siani, ucciso dalla camorra. Gli episodi della vita familiare dell’io narrante, raccontati in dialetto napoletano, s’intrecciano con riflessioni sul destino di Siani, sulla morte, sul rimorso, sulla scrittura e sulla differenza tra letteratura e giornalismo. ‘L’abusivo’ abbonda di documenti ‒ articoli giornalistici, verbali, testimonianze ‒ disposti come ‘vecchie e difformi pietre’ in un ‘muro a secco’, come Franchini stesso definisce la propria scrittura. Un esempio di ibridazione diversa è ‘La scuola cattolica’ di Edoardo Albinati (2016), un Bildungsroman saggistico-memorialistico, in cui l’autore ricorda la propria infanzia negli anni Settanta, in particolare il periodo trascorso nella scuola cattolica San Leone Magno di Roma. La prima parte del romanzo offre il ritratto di un gruppo di amici, tutti figli di famiglie benestanti, che nel 1975 saranno accusati di aver violentato e ucciso due ragazze (‘il massacro in Circeo’). Nel romanzo autobiografico ‘Il desiderio di essere come tutti’ (2014), Francesco Piccolo racconta la propria maturazione umana, politica e letteraria, ricostruendo parallelamente, da una prospettiva personale, la cronaca politica e sociale dell’Italia del secondo Novecento, dai tempi di Enrico Berlinguer, al rapimento di Aldo Moro, fino agli anni del governo Berlusconi. Un’ibridazione più radicale si osserva in ‘Spaesamento’ (2010) di Giorgio Vasta, in cui l’autore narra la sua visita a Palermo, la città natale, combinando elementi di letteratura di viaggio con frammenti onirico-finzionali e riflessioni saggistiche. Tutti questi esempi illustrano un’altra tendenza della narrativa italiana contemporanea: raccontare in prima persona e di se stessi. Tra i racconti dell’io, oltre alle opere citate, possiamo ricordare, tra i romanzi autobiografici recenti, ‘Cassandra a Mogadiscio’ (2023) di Igiaba Scego, ‘Cose che non si raccontano’ (2023) di Antonella Lattanzi, ‘Quello che so di te’ (2025) di Nadia Terranova, o ‘L’anniversario’ (2025) di Andrea Bajani, vincitore del Premio Strega lo scorso anno. Sul versante dell’autofiction, si distingue in particolare ‘Tasmania’ (2022) di Paolo Giordano”.
Quali sono le tematiche e i fenomeni trattati di più nella letteratura italiana contemporanea?
“La produzione narrativa contemporanea è estremamente ricca, ed è difficile riassumerne le tematiche. Semmai, possiamo provare a ricostruirne i principali interessi comuni. Spesso, nei romanzi di oggi, viene tematizzato il passato recente, o più precisamente, i momenti difficili della storia italiana moderna (come, per esempio, gli ‘anni di piombo’). Questi vengono talvolta ricostruiti attraverso una lente autobiografica ‒ come nella storia di Acca Larentia nel romanzo ‘Dalla stessa parte mi troverai’ (2024) di Valentina Mira ‒ oppure rielaborati in forma autofinzionale, come avviene in ‘Dies Irae’ (2006) di Giuseppe Genna, in cui la trama del complotto si costruisce intorno alla tragica morte Alfredino Rampi a Vermicino nel 1981 e agli altri eventi che hanno segnato gli anni Ottanta, come Tangentopoli e la caduta del Muro di Berlino. Un’altra modalità è adottata da Antonio Scurati nella sua saga su Mussolini, dedicata agli anni del fascismo: egli ricorre a una narrazione ibrida e documentaristica, non tipica della biografia, creando una sorta di storia romanzata. D’altro lato, la crescente presenza di scrittori italofoni tende ad ampliare e arricchire l’orizzonte della narrativa italiana. Sia che raccontino le proprie storie, sia che costruiscano le storie finzionali partendo dall’esperienza migratoria, inclusi i contesti o i pretesti che l’hanno causata, questi racconti di altri mondi, o racconti in cui la realtà italiana viene osservata da uno sguardo nuovo e diverso, rappresentano la maggiore novità della narrativa italiana contemporanea”.
A suo parere, dove si indirizzerà la letteratura italiana nel futuro?
“È difficile dirlo, perché mi sembra che stiamo vivendo un’epoca di transizione, in cui si sta verificando un cambiamento di paradigma, inteso non solo come modello estetico-culturale, ma anche epistemologico e, forse, persino antropologico. Se ragionassimo secondo i principi umanistici e in base alle nostre conoscenze dello sviluppo della storia culturale occidentale ‒ che ci insegna come, una volta esaurito il modello estetico dominante di un periodo, esso venga sostituito da una tendenza opposta (come avvenne, per esempio, con il consumarsi del neorealismo nella cultura italiana, poi sostituito, negli anni Sessanta e Settanta, dai vari tipi di sperimentalismo) ‒ sarebbe da aspettarsi che questa urgenza di raccontare la realtà ‒ personale o collettiva ‒ in forme ibride di documentarismo narrativo venga a sua volta spiazzata da un ritorno alle trame finzionali e all’invenzione romanzesca. Personalmente, spero che tale ritorno sia accompagnato da una maggiore attenzione al linguaggio e alle strutture narrative”.
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