Un nuovo inizio, come spesso succede nelle associazioni degli esuli. Lucia Bellaspiga è stata eletta al vertice dei ‘polesani’ (Associazione Italiani di Pola e Istria – Libero Comune di Pola in Esilio). Giornalista, vive e lavora a Milano, ha collaborato con i suoi concittadini sia sparsi nel mondo che residenti a Pola per rendere omaggio ai suoi genitori. Inizia con un pensiero ai nostri lettori, agli istriani, fiumani e dalmati questa intervista.
“Con tutto il cuore rivolgo il mio augurio di un Buon 2026 che sia di pace, di serenità e, aggiungo, di grande creatività. Ciò che vorrei è che la nostra storia viva, ma rivolta al futuro, ecco perché abbiamo bisogno di tanta creatività, tanta passione e tanta attenzione”.
«Siamo un caleidoscopio»
Un augurio che vogliamo fare nostro e crederci perché abbiamo bisogno di reinventarci e reinventare una realtà che ci appartenga. Non è più quella del passato anche se da quello trae forza, ma è il momento di trasformarla in qualcosa di diverso…
“Esattamente, perché abbiamo l’obbligo di guardare al futuro con l’attenzione alla nostra storia, alla quale dobbiamo il giusto rispetto in modo che nessuno si avvicini per utilizzarla per scopi diversi, per fini che non siano i nostri. Noi abbiamo bisogno di rispettare tutte le memorie, ma anche far capire che siamo un caleidoscopio – basta pensare ai nostri cognomi per intuirlo. Ecco è anche questo l’augurio che voglio aggiungere per il 2026, riportiamo la nostra storia al centro con l’impegno di tutti”.
Ci troviamo a un bivio, è questo che stai dicendo?
“Stiamo perdendo purtroppo gli ultimi veri esuli, coloro che sono nati al di là del confine e che, andando avanti, lasciano questo incredibile mondo da gestire a noi figli, nipoti, pronipoti. Dobbiamo essere consapevoli della difficoltà di mantenere una memoria che non è stata nostra, chiaramente non l’abbiamo vissuta sulla nostra pelle, ma che è nostra ugualmente: è il nostro ossimoro. Sentiamo la nostalgia – letteralmente il dolore del ritorno – di uno spazio che ci è stato tramandato in svariati modi, ed è una consapevolezza forte che va strutturata e resa a nostra immagine e somiglianza”.
Un «flash mob ante litteram»
Tu hai raggiunto la consapevolezza di appartenere a Pola, all’Adriatico orientale, attraverso gli insegnamenti ricevuti in famiglia. Come è stato?
“Fondamentale, decisivo, formativo tramite il ramo materno. Mia mamma è stata una ragazza di Pola, nata nel 1926. Perché è così importante questo dato? Perché, quando nel 1947 ha lasciato la sua città, non era una bimbetta che non poteva capire, era una donna entrata nella maggiore età, quindi consapevole di quanto stava succedendo e del suo futuro. E, soprattutto, aveva memoria di tutti gli avvenimenti possibili. Mi viene in mente ora un particolare, lo definisco un flash mob ante litteram, era il 15 agosto del 1946 quando i polesani si ritrovarono spontaneamente dentro l’arena di Pola e in un tripudio di tricolori intonarono il ‘Va pensiero’ verdiano: lei c’era”.
Già nell’aria c’era il terrore della partenza, ma si continuava a sperare di rimanere?
“Oggi conosciamo l’epilogo e l’emozione è anche più forte. Solo tre giorni dopo, la tragedia decise per tutti: la strage di Vergarolla, quegli ordigni sulla spiaggia gremita di gente scoppiarono mietendo vite di adulti e bambini. Mia madre, a differenza di tanti altri, lo poteva raccontare con ragion veduta, era una testimone. Quindi ciò che mi ha tramandato è una verità vissuta in prima persona. Da non trascurare comunque l’influsso di mio padre, che istriano non era, infatti era marchigiano di Osimo, eppure talmente innamorato dell’Istria che ha trasfuso in noi figlie, soprattutto in me, questo amore per l’arte, per la storia, per la complessità, l’originalità della cultura istriana”.
Le radici non sono… automatiche
Tuo padre amava l’arte, ma era anche un lavoratore indefesso, disegnava tutto il bello che vedeva. Tutti ricordiamo le sue mostre…
“Che percorso straordinario! Mia madre gli ha raccontato la sua Istria che era fondamentalmente Pola, ma quando il viaggio è diventato consuetudine è stato lui a trascinarla in giro per cittadine e paesetti a fermare sulla carta leoni marciani, chiese, torri medievali, lastricati di varia foggia, logge, porte, figure apotropaiche agli angoli esterni delle case per tenere lontano il Turco. Un mondo di grande fascino che egli ha immortalato per noi”.
Per tua madre non è stata solo una riscoperta… egli ha fatto di più…”.
“L’ha motivata a tornare, dopo decenni di distacco, ci voleva coraggio, con al seguito noi figlie. Ecco perché noi conosciamo questa terra attraverso tutti e due i nostri genitori. Se devo raccontare il mio percorso, sinceramente, ammetto che le radici non le senti da subito, non è qualcosa di automatico, ci vuole consapevolezza. Spesso nelle mie interviste agli esuli ho colto questa difficoltà di coinvolgere i figli nella propria storia, per pudore, più spesso per paura di non essere compresi”.
Che cosa hai immaginato del loro esodo?
“La scena dell’ultima volta che sono usciti di casa richiudendo la porta dietro di sé, a volte lasciando la chiave nella toppa perché i nuovi venuti non arrecassero danno alle proprietà. Portandosi dietro poche cose, per chi è andato Oltreoceano anche quelle poche cose diventeranno superflue, un peso da dimenticare in un magazzino del Porto Vecchio di Trieste. Immagino l’addio per sempre da tutto il loro mondo e mi chiedo: chi capisce, quando lo racconti, un dolore così immane? Ecco perché il legame con questa storia ha avuto bisogno di formarsi lentamente, non nell’infanzia, non nell’adolescenza, ma in età matura quando ha iniziato a farsi strada e a prorompere anche nel mio cuore quella strana nostalgia, il dolore del ritorno, che adesso sento fortissimo. Piango lacrime vere quando sento la canzone di Sergio Endrigo ‘1947’… la strada fiorita della gioventù quasi l’avessi percorsa io, ed è quasi strano”.
Il «boia di Fiume»
Sono queste le motivazioni che ti hanno portata ad accettare il nuovo ruolo di presidente dei polesani esuli nel mondo?
“Da una parte, provo un enorme senso di responsabilità, potrebbe essere paura ma così non è, si tratta proprio di consapevolezza di un ruolo difficile ma necessario; dall’altra parte mi motiva il dovere di assicurare una continuità. Come giornalista lavoro per tutti loro da decenni ma in modo molto diverso, finora l’ho fatto da fuori con un crescendo di interesse. Erano gli anni Novanta quando ho cominciato a proporre a Indro Montanelli delle interviste, dei veri e propri scoop per l’epoca, perché si trattava di temi scomodissimi, censurati, facevano letteralmente paura. Così fu con una mia intervista a Oscar Piškulić, il cosiddetto Boia di Fiume, che mi confessava cose tremende. Al Giornale non l’hanno voluta pubblicare, l’intervista è passata tempo dopo sull’Indipendente. In seguito mi hanno chiamata in aula bunker a Roma come testimone al processo, l’articolo aveva dato una spallata bella grossa. Poi ci fu l’intervista a Graziano Udovisi, superstite delle foibe. Anche al semplice scrivere questa parola si faceva fatica, i correttori di bozze la cambiavano in fobie perché non sapevano nulla di questa nostra vicenda”.
Come fare a superare questo impasse?
“Proseguendo, lavorando, aprendo altre porte. Io continuerò a farlo comunque, ho già in serbo altre interviste per dar voce a chi per tanto tempo non ha parlato: rimane la grande responsabilità di rappresentarli. Ma essere stata eletta è soprattutto un grande onore”.
Un albero con tanti rami…
Quale progetto guida, quale fine intendi perseguire?
“Personaggi illustri dell’esodo, che non ci sono più, mi hanno passato un testimone scomodo e difficile: armonizzare le diverse sensibilità, perché il nostro mondo è complesso, un albero con tanti rami. Pensiamo per esempio a chi è stato toccato personalmente negli affetti, magari ha avuto i suoi cari infoibati o spariti nel nulla o uccisi in un campo di lavoro o di concentramento, chiamiamolo gulag, penso all’Isola Calva con la ferocia di quella prigionia, e di esempi ne avrei moltissimi. Ecco, pensiamo a tutte queste persone, a quelli che hanno il diritto di non perdonare, di essere ancora arrabbiati, indignati, feriti. A loro si deve il rispetto del dolore. Altri invece sono più giovani, hanno meno memoria e soffrono meno, altri ancora hanno la capacità, la chiamo proprio capacità perché è un talento, di superare senza scordare. Cosa vuol dire questo? Ricordarsi che chi vive oltre confine oggi non ha nessuna responsabilità di quanto è successo decenni fa e che magari avvicinati alla nostra storia, alla nostra cultura e alla nostra sensibilità, possono risuonare insieme a noi, vibrare insieme a noi, di uno stesso desiderio di convivenza pacifica tra popoli. Sulla casa che era stata di mia madre a Pola c’è una targa che ricorda una poetessa austriaca che lasciava la sua dimora nel momento in cui vi entrava mia madre. Se dovessimo andare indietro nella storia arriveremmo ad Adamo e Eva, il problema dell’umanità siamo noi, le guerre e l’incapacità di convivere. I nostri popoli hanno anche convissuto per secoli in maniera molto bella e pacifica. Chi adesso è a Pola lo è da 80 anni circa e quindi tanti di loro non possono neanche immaginare che cosa sia passato in quelle stanze, in quelle vie, in quelle strade. Non dico che sia facile, ma è giusto capire queste dinamiche”.
Caporetto, miracolo o disfatta
Dopo 80 anni ancora non si riesce a commemorare con serenità Vergarolla, cosa ne pensi?
“Lavorando con GO25 mi sono resa conto che, ad esempio, Caporetto viene considerata miracolo o disfatta, dipende se da parte slovena o da parte italiana. Soprattutto i giovani hanno bisogno di chiarezza o di comprendere che un evento tocca sensibilità diverse e come tale va spiegato. Ecco perché a 80 anni dalla strage di Vergarolla porteremo a Pola una voce che sia rispettosa e forte. Vogliamo scegliere un percorso che venga capito e assimilato e che esca dai nostri ambiti, pur coinvolgendo tutte le associazioni”.
Altri progetti in fieri?
“Entusiasti del lavoro fatto da Cristicchi con Magazzino 18, a febbraio 2025 abbiamo progettato, come associazione, di mettere in cantiere uno spettacolo di alto valore artistico dedicato proprio a Vergarolla, avvalendoci di consulenti storici importanti, di recenti interviste giornalistiche e dell’estro di Paolo Valerio, direttore del Teatro Rossetti di Trieste. Progetti come questo saranno il nostro impegno futuro”.
Qualche anno fa in occasione del Giorno del Ricordo hai tenuto il discorso al Quirinale, anzi in quell’occasione era alla Camera. Oggi, rifacendolo, cambieresti qualcosa?
“Non cambierei nulla perché lo sento ancora molto mio e molto valido, almeno per me, non voglio sembrare presuntuosa, perché era già aperto, pacifico, parlava già anche dei rimasti come grandissima risorsa nostra e di gratitudine nei loro confronti. Forse aggiungerei qualcosa su Vergarolla. Sul fatto che ancora non si conosce la verità e ancora non si riesce ad avere una lapide a Pola che nomini le 65 vittime di cui conosciamo l’identità. In questi anni sono emerse nuove storie, ci sono stati diversi scoop, c’è una nuova consapevolezza di quella stagione purtroppo terroristica che da lì in poi insanguinerà la Repubblica Italiana.
Era il 1946, si era già votato a giugno e quindi l’Italia era già Repubblica e Pola, di cui Vergarolla era la spiaggia, era ancora Italia perché è vero che c’era un protettorato militare inglese ma l’amministrazione della città, come hanno ribadito storici quali Pupo, Spazzali, Oliva, era del tutto italiana. Lì avviene il primo attentato terroristico e il più sanguinoso della Repubblica, più che alla stazione di Bologna: un capitolo di storia che deve entrare nei libri di storia”.
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