ECONOMIA E DINTORNI Il contributo dell’agricoltura alla crescita

Affrontare un tema complesso come l’influenza dell’agricoltura sull’economia ci impone un attento ricorso alla storia del pensiero economico. L’analisi del ruolo dell’agricoltura nel processo di sviluppo ha rappresentato da sempre, pur con alti e bassi e con interpretazioni alquanto differenziate, un tema di ricerca prioritario negli studi di economia dello sviluppo e dell’evoluzione sociale.
Nell’epoca in cui si formavano i grandi Stati nazionali europei, tra il Seicento e il Settecento, le monarchie e i loro ministri si preoccupavano di assicurare il pareggio del bilancio senza una particolare sensibilità per la programmazione a lungo termine, nella più stretta connessione tra finanza ed economia. Un primo timido segnale di programmazione economica pre-moderna può essere rappresentato dalla politica di Jean-Baptiste Colbert, uomo di Stato di Luigi XIV, il leggendario Re Sole.
I regimi monarchici producevano grandi spese che le rendite patrimoniali non erano sufficienti a coprire, né si poteva adottare senza limiti l’aumento delle imposte e dei dazi, pena il sorgere di probabili gravi tensioni sociali. Di qui il bisogno di nuove fonti di entrata. Colbert si dedicò pertanto a favorire l’inizio strutturale e il successivo sviluppo dell’industria francese, facilitando le comunicazioni interne con la realizzazione di strade e canali, e promuovendo lo sviluppo coloniale.

Dal «colbertismo»…

Non a caso si definisce “colbertismo” la politica economica che tende a proteggere le industrie nazionali. Definendo l’essenza della politica mercantilistica che subordina l’economia alle finalità dello Stato, Colbert scriveva nel 1666: “Il commercio è la sorgente delle finanze, e le finanze sono il nerbo vitale della guerra”; tali pensieri sono tornati di attualità ad esempio dopo la Prima guerra mondiale, quando emerse la necessità di riaffermare la coesione nazionale, la cui conseguenza economica fu una sorta di neo – Mercantilismo.
Quasi cento anni dopo Colbert, il grande pensatore scozzese Adam Smith (non a caso insegnante di logica e filosofia morale all’Università di Glasgow) mette in evidenza i limiti strutturali del Mercantilismo, soprattutto la protezione degli interessi delle grandi compagnie che dominavano il commercio internazionale tra le monarchie europee e il resto del mondo; infatti i mercantilisti identificavano la ricchezza delle nazioni con la disponibilità di oro e di argento, stimolando i sovrani a usare ogni mezzo per favorire le esportazioni, che garantivano l’afflusso di metalli preziosi, e scoraggiare le importazioni, che al contrario ne causavano il deflusso. Il sistema favoriva i potenti, che nella disponibilità di tanto oro potevano organizzare forze militari per eventuali campagne di conquista, pertanto di sopraffazione, e apparati burocratici demandati a favorire le esportazioni e impedire le importazioni, imponendo su esse dei dazi molto pesanti. Politica perciò vocata ad aumentare la disponibilità di moneta e a sostenere il protezionismo per mantenere la bilancia commerciale attiva.

…ad Adam Smith

In estrema sintesi, la contestazione di Adam Smith nei confronti del Mercantilismo e delle applicazioni volute dalle monarchie assolute dell’epoca è voler incrementare la ricchezza nazionale per accrescere la potenza dello Stato nei rapporti di forza con l’estero. In contrasto con i mercantilisti dell’epoca, Adam Smith individua l’origine della ricchezza delle nazioni non nella disponibilità di metalli preziosi, ma nella produzione agricola e manifatturiera. Un Paese non è ricco perché dispone di oro e diamanti, ma perché produce grano e manufatti. Le quantità di merci prodotte e disponibili per il consumo (in sostanza, il prodotto interno lordo) sono la vera causa e la vera misura del benessere economico. Ne segue che una nazione può accrescere la sua ricchezza solo se produce quantitativi maggiori di beni, attraverso l’efficienza delle sue attività produttive; Smith pone pertanto attenzione per la prima volta al tema dei mezzi di produzione e della specializzazione produttiva.
Per Smith il mercato è l’ambito in cui si scambiano le merci, ed anche il luogo in cui gli imprenditori traggono indicazioni su cosa produrre oppure cosa cessare di produrre. Se i consumatori desiderano fortemente un certo bene, il suo prezzo salirà e le imprese investiranno più risorse nella sua produzione, conseguendo profitto; se i consumatori smettono di desiderare quel bene, i prezzi scenderanno e le imprese dovranno disimpegnarsi dalla sua produzione per limitare le perdite. In sostanza, il meccanismo dei prezzi di mercato offre indicazioni su come impiegare le risorse a disposizione indirizzandole verso settori e beni desiderati dai consumatori, generando quindi maggiore utilità.

La solidarietà inconsapevole

È indubbio che indirizzare risorse nella produzione dei beni più richiesti e disimpegnarsi dalla produzione dei beni non richiesti non ha come spontaneo obiettivo il benessere della collettività, ma il puro (egoistico?) tornaconto privato. L’imprenditore investe nella produzione di un bene molto richiesto perché si consegua elevato profitto e non perché sia moralmente prioritario soddisfare un bisogno espresso da molte persone. Ciò posto e ciononostante, la strategia produttiva profit oriented soddisfa effettivamente questi bisogni, generando coerente beneficio per un grande numero di cittadini.
Risolto il problema dell’efficienza produttiva, resta il tema degli esiti distributivi. Senza una ragionevole forma di perequazione nel mercato, tra i vari competitors si possono generare grandi disparità nei redditi; e in mancanza di una “concorrenza perfetta” si perde efficienza, aprendo la strada alla formazione dei cartelli: i tanto temuti comportamenti anticompetitivi, già allora presenti.
Fin dalla metà del Settecento, pertanto, il pensiero economico si poneva la questione se lo Stato dovesse intervenire per regolare il funzionamento dell’economia di mercato; tema ripreso costantemente nei secoli seguenti e ampiamente messo in pratica nelle situazioni di grandi crisi, dove l’intervento statale è stato non solo di controllo, ma anche di indirizzo.

«Crescita squilibrata»

Tra i contributi più interessanti e meno conosciuti in merito alla “crescita squilibrata” (unbalanced growth theory), ci piace sottolineare The Strategy of Economic Development, opera del 1958 dell’economista tedesco-statunitense Albert Otto Hirschman (Berlino, 7 aprile 1915 – Ewing, 11 dicembre 2012).
In 200 anni si sono verificate modifiche epocali negli scenari macro economici, le differenze tra i Paesi si sono sempre più stratificate tra ricchi, sviluppati, in via di sviluppo, terzo mondo, quarto mondo, ecc. In alcuni momenti del Novecento gli squilibri hanno stimolato la dinamica della circolazione delle risorse, provocando effetti di connessione fra Stati o, in termini interni, effetti sociali per i cittadini di un determinato comprensorio. Per un significativo periodo di tempo abbiamo assistito a un atteggiamento abbastanza collaborativo tra i vari attori dello scenario economico, con il rifiuto della “parsimonia” individuale a favore del pro-attivismo collettivo. Per parsimonia individuale si intende ovviamente l’atteggiamento portatore di stagnazione, di investimenti conservativi, diffidenti nei confronti dell’innovazione.
Lo sviluppo attivato da meccanismi orientati alla massimizzazione dell’utilità individuale ha rappresentato e rappresenta ancora un ostacolo ai processi di crescita, incentivando il cosiddetto “principio della mano che nasconde” rispetto agli stimoli dell’evoluzione permanente. Troppo spesso in economia i comportamenti individuali hanno inibito le dinamiche sociali (talora con la complicità – strategica o casuale – del sistema bancario).

Soddisfare i bisogni primari

Storicamente il Primario è il settore economico che raggruppa tutte le attività di valorizzazione delle risorse naturali e materie prime basilari per la vita degli esseri umani. Che si parli di agricoltura, zootecnia, pesca, risorse forestali o attività mineraria, all’iniziativa individuale si è da subito imposta la necessità di attivare collaborazioni, societarie o subordinate, per un netto aumento della produttività. L’evolversi della “rivoluzione agricola” è stata la precondizione della “rivoluzione industriale” praticamente in ogni parte del mondo, incentivando la ricerca tecnologica per migliorare i processi di trasformazione, al fine di conseguire la più razionale fruibilità del prodotto primario. Si tratta dunque del settore riguardante tutte le attività concernenti i bisogni primari di sopravvivenza dell’individuo, le prime attività produttive poste in essere dall’uomo fin dall’antichità. Di fatto possiamo dire che la politica agraria è stato il primo storico gradino della politica economica.
Il periodo storico più prospetticamente ottimista degli ultimi due secoli è senza dubbio quello che va dal dopoguerra agli shock petroliferi degli anni Settanta, non a caso definito “il periodo d’oro dell’economia dello sviluppo”; la relazione tra settore agricolo e gli altri settori del sistema economico evidenziano il contributo dell’agricoltura alla crescita economica, con investimenti importanti destinati al settore. Già nella seconda metà degli anni Sessanta, però, il quadro internazionale tende ad un cambiamento strutturale, presentando la strategia di sviluppo sbilanciata a favore dell’industria, e sfavorendo di fatto i Paesi orientati allo sviluppo strategico dell’agricoltura sconvolgendone i termini di scambio.

La «controrivoluzione neoclassica»

A partire dagli anni Settanta e fino agli anni Novanta si afferma una certa “controrivoluzione neoclassica”: l’analisi del ruolo dell’agricoltura nel processo di sviluppo passa in secondo piano, vengono favoriti studi che privilegiano l’analisi degli scambi internazionali e conseguentemente la progressiva globalizzazione del sistema economico mondiale; diminuiscono gli investimenti mondiali in agricoltura e la sicurezza alimentare viene garantita solo dal ricorso ai mercati extra industriali, principalmente nei Paesi meno sviluppati e a basso costo di manodopera.
Più recentemente, con l’attenzione posta dai principali organismi internazionali al raggiungimento dei Millennium Development Goals e il grande risalto mediatico della lotta alla povertà, torna ad essere prioritario il ruolo dello sviluppo agricolo come strumento per favorire la crescita economica e distribuire il risultato di tale crescita a categorie sempre più ampie di popolazione, a maggior ragione agli strati più meno abbienti della società.
I nuovi investimenti mondiali non sono omogenei e le implicazioni politiche che da essi derivano non sono univoche e coordinate. Diventa pertanto centrale capire la trasformazione dell’agricoltura nel processo di sviluppo, posto che l’agricoltura contribuisce ancora in modo determinante al processo di crescita economica e assolve un ruolo cruciale nel progetto mondiale per una positiva evoluzione sociale.
Nel prossimo numero amplieremo l’analisi del rapporto operativo fra la trasformazione del settore primario e lo sviluppo generale dell’economia, al fine di fornire un più ampio contributo alla conoscenza delle dinamiche che governano processi sempre più “vitali”.

*senior partner di jure consulting – cultura d’impresa

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