Da Mostar al delta della Narenta

Un viaggio dal ponte storico della città alle oasi naturalistiche che scompaiono

Lo Stari most (Ponte vecchio) e le acque color smeraldo della Narenta

Visitai per la prima volta Mostar, capoluogo dell’Erzegovina, una ventina d’anni fa; il Vecchio ponte (Stari most), emblema della città, era in ricostruzione e da una sponda all’altra della Narenta (Neretva) si passava attraverso un ponte sospeso in metallo, un vero pugno nell’occhio, ma comunque necessario e assolutamente funzionale. Vidi numerosi operai all’opera e m’incuriosii subito nell’osservare la pietra bianca che stavano squadrando.
Una pietra… speciale
L’antica opera che univa le due rive, progettata nel periodo ottomano dall’architetto turco Mimar Hayruddin su decreto del sultano Solimano il Magnifico, venne ultimata nel 1566 dopo ben nove anni di lavoro; rimase intatta per altri 427 sino al 1993, allorché fu bombardata e distrutta durante il ben noto conflitto nel cuore dei Balcani. Di essa, l’autunno in cui vidi il disastro con i miei occhi, restava solo un cumulo superstite di blocchi accatastati, recuperati dall’alveo e messi da parte per la ricostruzione. In quell’occasione, spinta dalla curiosità, mi dedicai alla ricerca di qualche notizia in più sull’origine del materiale usato. Venni così a sapere che quel calcare latteo, che gli abitanti locali chiamano tenelija, proveniva dalla cava di Mukoša, sita non lontano dalla città. Assumeva il colore bianco brillante e una durezza maggiore una volta estratto e lasciato all’aria ad asciugare. La sua particolare struttura porosa, costituita da minuscole particelle sferiche (ooliti), a loro volta erose dagli agenti atmosferici da rocce ancor più vecchie, era stata prodotta dalla deposizione di sedimenti sul fondo di un antico lago aperto, circa 6-7 milioni d’anni or sono.
Patrimonio universale
Durante il laborioso restauro, i blocchi mancanti che vidi in fase di lavorazione, venivano estratti esattamente secondo le dimensioni e i metodi usati più di quattro secoli prima e ovviamente murati con la stessa tecnica. Il ponte, inaugurato nel 2004, tornò a essere il simbolo di una città dove coesistevano da sempre, collegati proprio da quest’ultimo, popoli di etnia e religione diversa: cattolici, musulmani ed ebrei. Oltre alla sua bellezza e all’importanza storica, fu principalmente questo il motivo che gli valse, nel 2005, l’ingresso nella lista UNESCO dei siti patrimonio mondiale dell’umanità, assieme alle due torri di guardia e all’intera cittavecchia.
A quasi due decenni di distanza, mentre lo ripercorro, noto che la pietra è un po’ ingrigita, secondo il processo naturale a cui è soggetta, mentre le acque del fiume che il ponte travalica, a questo punto del percorso sono ormai domate da un tragitto meno ripido. Viste dall’alto, lievemente turbolente, assumono tutte le tonalità dello smeraldo, e pur vantando un fascino indiscusso, segnano purtroppo un confine che non riesce ancora a rinsaldare l’unione tra le comunità che popolano le due sponde.


Un anfiteatro carsico
Un po’ più a valle, sopra un anfiteatro carsico in riva al fiume, sorge arroccata la pittoresca cittadina di Počitelj, diventata un importante punto strategico nel corso della conquista ottomana. La sua difesa, nonostante tutti gli sforzi, non resse e l’abitato fortezza si trasformò col tempo in un tipico insediamento dall’architettura orientale. Dall’alto del baluardo che porta alla torre, la vista della Narenta, circondata dal verde dei coltivi, mi ripaga oltremisura dell’impegnativa salita.
Attraverso i secoli, nonostante i conflitti e il cambio dei domini in questo punto cruciale, il commercio fu ciò che rimase assolutamente inalterato; tutti i traffici si svolgevano ai piedi dell’abitato, proprio in riva al fiume. Dal delta, scrive nel 1781 Alberto Fortis, l’eccellente abate naturalista, vi arrivavano le piccole imbarcazioni “che i narentani chiamano ciopule (copule), barchette leggerissime, fatte di assicelle ben sottili” cariche d’ogni genere di prodotti che il clima mite e l’abbondanza d’aqua permettono ancor oggi di coltivare in quantità eccezionale”. Oltre a questo, continua il naturalista, in tutta l’area “i mori (gelsi) vi si alzano in breve giro d’anni a una procerità (altezza) sorprendente e i bachi danno una bellissima seta”.
La pesca delle anguille
In più, accanto alla lussureggiante vegetazione favorita dall’acqua a partire dai tempi che furono e un po’ meno al giorno d’oggi, il fiume vanta una fauna ittica estremamente ricca, purtroppo minacciata dalle dighe nel corso alto, dalla pesca di frodo e dall’introduzione di specie alloctone. Il mare penetra nel corso principale con tale impeto che a Metković, distante dalla costa una ventina di chilometri, si pesca pesce d’acqua dolce in superficie e marino sul fondo, poiché le acque salate sono più pesanti. Tra tutte le varie specie, quella più interessante è comunque l’anguilla, bižat o anguja nel dialetto locale, che viene pescata soprattutto sul delta. Negli affluenti che si gettano nella Narenta in pianura e nei rami in cui quest’ultima si suddivide, ciascuna famiglia ha la sua area, dove piazza i tratuni/reti da sbarramento e le nasse, oggi di nailon, un tempo invece fabbricate con giunchi. Questo straordinario pesce, del quale si sta ancora cercando di capire esattamente come e dove trascorra il proprio ciclo vitale, torna anche qui, come in tanti altri fiumi d’Europa, dal Mar dei Sargassi per completare la sua crescita, che termina circa verso i 12-14 anni d’età. Un tempo cibo alla portata di tutti, oggi rappresenta una specie rara ed estremamente minacciata, ovviamente a causa dei cambiamenti ambientali e delle sostanze inquinanti scaricate nella gran parte delle acque che sboccano sia nell’Atlantico che nel Mediterraneo.
Il pellicano… scomparso
Se l’anguilla della Narenta resiste ancora relativamente bene, tre specie di uccelli sono invece scomparse dal delta: una è il Pellicano crespo o pellicano dalmata, che sino agli anni ‘50 del secolo scorso nidificava nella vasta palude dello Hutovo blato, nell’Erzegovina bosniaca, ma che cacciava il pesce negli acquitrini del delta, spesso in nutriti stormi. Peso massimo tra tutti i pellicani, questo volatile raggiunge anche i 15 chilogrammi ed è uno tra i volatori più grandi. I pulli, golosissimi, prelevano il cibo direttamente dalla tasca gulare dei genitori e diventano autonomi abbastanza in fretta. Siccome popola ancora il lago di Scutari e le acque stagnanti della Macedonia e della Grecia, oltre ad altre aree orientali, gli ornitologi sperano caldamente nel suo ritorno.
«Narenta maledetta da Dio»
Ciò che si è estinto ulteriormente, ma che nessuno rimpiange, è la zanzara anofele portatrice della malaria, debellata definitivamente in Croazia nel 1958. Il Fortis descrive alcuni dettagli molto interessanti sul tremendo Morbo narentano, com’era definita in Dalmazia, che aveva prodotto il detto “Narenta maledetta da Dio/Neretva od Boga prokleta”. Parla dei piccoli padiglioni di veli nei quali gli abitanti “soggiornano e dormono per ripararsi dai noiosi insetti” e poi cita il parere di un ecclesiastico “d’ingegno acuto” secondo il quale le febbri “potrebbero essere occasionate dalle punture di questo insetto”.
Sebbene di primo acchito gli sembri bizzarra, anche lui alla fine concorda con detta teoria. Fortis e il narentano, con quest’intuizione, precedono quindi di un secolo il medico militare Laveran. Nel 1880 questi riuscì infatti a provare che il veicolo di trasmissione era proprio la zanzara, cosa che gli fruttò il Premio Nobel.
La trasformazione dei pantani
L’introduzione della gambusia, un pesce proveniente dal centro America, divoratore instancabile, oltre al resto, anche di larve di zanzare, e la trasformazione dei pantani in aree coltivate tramite lo jendečenje (dal turco hendek), ossia lo scavo dei canali e la formazione degli appezzamenti da coltivare con il limo fertile estratto da essi, hanno permesso di eliminare questo tremendo insetto e con esso anche il morbo.
Gli jendeci o campi coltivati, colmi di tutti i tipi di verdure, angurie, meloni e alberi da frutto, tra i quali primeggiano gli agrumi e soprattutto i mandarini, sembrano fantastici isolotti galleggianti. Ne hanno fatto le spese le piante e gli animali selvatici che un tempo popolavano il delta e che ancora sopravvivono entro un’area molto ridotta. La battaglia degli ambientalisti per preservare almeno questa è tuttora, tenacemente, in corso…

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