L’orata è invasiva e ingombrante, la sardella è specie a rischio, la pesca con rete a strascico non è così dannosa e non necessariamente gli alieni del mare devono fare paura. Al pari degli sconvolgimenti climatici, con nostro sommo stupore, l’intervista con il prof. Neven Iveša della Facoltà di Scienze naturali di Pola si è dimostrata uno sconvolgimento di informazioni e luoghi comuni da smentire e declassare a categoria di falsità e pregiudizi oggi tra la gente, purtroppo, largamente diffusi. L’autorevolezza delle rivelazioni, tali da far scoprire autentiche verità inedite sui mari dell’Adriatico settentrionale, arrivano per voce di un ricercatore dell’Università di Pola, di un biologo altamente specializzato in esemplari marini alieni, conferenziere e anche pescatore. Tiene corsi curricolari di Pesca marittima, Invertebrati del mare, Ecologia marina, Sistemi e modalità di tutela di coste e mari, incluso il tirocinio, che non disdegna manco l’immersione nelle acque anche più melmose del nostro litorale. La sua passione e i suoi successi personali nell’indagine scientifica sono pure i successi di tutta la Facoltà, di colleghi e studenti, talmente significativi dall’aver attirato a Pola l’interesse dei ricercatori italiani di National Geographic e trasformato in preziose pubblicazioni cotanto di contributi di studio.

Approfittiamo della disponibilità di Neven Iveša, per sentire esposta in maniera didattica semplice e appetibile una parte di tematica oltremodo intrigante e piena di tantissime incognite: le emigrazioni e le immigrazioni delle creature di mare nell’Adriatico settentrionale e prospettive future, tutte da scoprire.
Siamo davvero attaccati da fameliche specie aliene?
“Negli ultimi anni gli organismi invasivi sia animali sia vegetali – spiega il prof. Iveša – stanno catturando un notevole interesse del pubblico in quanto fanno comparsa nell’Adriatico settentrionale, in un bacino sensibile e unico in tutto il mare Mediterraneo per la sua posizione geografica, per le sue condizioni oceanografiche che lo rendono un vero gioiello di ecosistema. Ad avere contribuito alla creazione di uno tra gli ecosistemi più specifici e produttivi di tutto il Mediterraneo vi è il regime termico condizionato da questo posizionamento mediante movimento delle correnti marine, l’influsso atmosferico e dei corsi d’acqua dolce sfocianti dalla costa italiana, soprattutto dal fiume Po, che funge da fertilizzante. È per questo proliferare del fitoplancton se le nostre acque sono di colorazione verde e non azzurre come quelle della Dalmazia, che alla faccia di chi le crede più pulite, sono invece più povere. Azzurro significa miseria: meno plancton e meno biomassa ittica”.

Che cosa significa, esattamente un mare più produttivo, come nel caso nostro?
“Significa che qui, a settentrione, si è generata una rete alimentare complessa grazie alla ricchezza di sostanze nutritive che a loro volta hanno prodotto una grande biomassa di pesci, tra i quali esemplari importanti dall’aspetto del consumo. L’Adriatico settentrionale è riparo per le cosiddette specie boreali, organismi che amano acque più fresche, mentre il mare freddo è qui la risultanza della posizione, dei vortici di corrente e dei rimescolamenti della bora. Tuttavia le cose stanno cambiando…”.
Le cose stanno cambiando? Ci spieghi in che senso…
“Gli ultimi decenni hanno visto aumentare la temperatura media delle acque marine, tanto che l’Adriatico settentrionale sta per vedere lentamente indebolito questo suo regime boreale. Ne soffrono specie autoctone quali le gransevole, le capesante, le conchiglie in generale, i molluschi bivalvi come le pectinidae, le sogliole, alcune tipologie di squalo come il palombo (cadel). A loro il surriscaldamento non fa comodo. Tuttavia non dobbiamo lanciare l’allarme: siamo di fronte a fenomeni dettati in parte anche dalla natura e a mutamenti climatici comunque perennemente presenti. L’aspetto problematico è costituito dal fatto che l’uomo, in detto caso sta fungendo da acceleratore. Tra il 1999 e il 2000 è stato segnalato l’inizio dell’irruzione delle specie termofile a nord. I “profughi climatici” dal sud hanno iniziato a spostarsi fino a noi, per sistemarsi laddove si sta meglio, mangia e prolifera a volontà. Ci arrivano specie sia autoctone sia alloctone, finora mai presenti nell’Adriatico. Quest’anno, nell’insenatura di Medolino, abbiamo registrato per la prima volta in assoluto la comparsa del Lagocephalus Sceleratus, il pesce palla argenteo, tra i più velenosi al mondo perché contenente grandi quantità di tetrodossina (TTX), sostanza killer se ingerita anche in quantità minime. Abbiamo constatato che si tratta di un caso isolato, di un alieno capitato qui con buona probabilità attraverso le acque di zavorra delle imbarcazioni mercantili, o scivolato in coda a una nave o forse anche scaricato in mare da qualche acquariofilo per hobby”.

Altre specie che hanno fatto le valigie e traslocato per insediarsi dalle nostre parti?
“All’inizio dell’anno, sempre nelle acque dell’Istria meridionale, è stata individuata un’altra specie ‘straniera’: il granchio corridore atlantico (Percnon Gibbesi) scoperto a Promontore dal nostro studente Adrijan Brajković. E siamo orgogliosi e felici che i nostri discenti nel tempo libero vivono con passione quello che studiano. Abbiamo ancora poche informazioni in merito e non possiamo ancora parlare di specie invasiva. Invasivo può essere anche un organismo autoctono. È il caso dell’orata, alla quale si accelera il metabolismo, prolunga il periodo di riproduzione a causa del calore più elevato delle acque, e che come tale diventa sempre più numerosa e dannosa per le conchiglie di cui si nutre, mettendo in crisi il settore dell’allevamento. Ma torniamo al nostro… corridore. Dicevamo: non è invasivo, ma nuovo, arrivato dall’Atlantico. Negli ultimi 10 anni si era insediato causa il surriscaldamento globale nell’Adriatico meridionale e ora è stato trovato anche dalle nostre parti, nel punto più settentrionale mai raggiunto finora nel Mediterraneo. Nell’insenatura di Pinižule sono stati avvistati alcuni esemplari alla temperatura di circa 12 gradi centigradi, molto fredda di gennaio. E con questo dato abbiamo contribuito alla scienza in maniera tale da provare che le specie alloctone termofile possono essere in grado di adattarsi a delle nuove condizioni fredde. Se diventeranno invasivi lo vedremo negli anni a venire. Questo granchio va monitorato, ma guardi che bella bestia!”.
Mah! È niente a confronto con la nostra vecchia gransievola…
“Già. E c’è un’altra specie che non si può ignorare: il celeberrimo granchio blu (Calinectes sapidus). Analizzando la sua pancia abbiamo trovato di tutto e scoperto che influisce eccome sulla nostra fauna e flora autoctone perché è un mangione onnivoro. Non ha preferenze speciali, inghiotte ogni cosa che tocca. Questo sì che è un grande problema, ma in secondo luogo pure una determinata risorsa gastronomica. Dal momento che noi istriani autoctoni siamo eccome legati alla vita di mare, dobbiamo fare in modo di catturalo e mangiarlo per aiutare a sostenere l’ecosistema. Ha una carne favolosa che, a differenza dei nostri decapodi autoctoni come la gransievola, riempie la massa corporea in duplice misura. Buono come la gransievola? Non esattamente così divino, ma delizioso. Nonostante tutto, vi sono sforzi messi in campo per tentare di avvicinare il granchio blu al mercato. Come Facoltà, abbiamo organizzato eventi tematici, serate gastronomiche, lo chef David Skoko sta promuovendo questo tipo di alimentazione nell’ambito delle sue campagne gastronomiche, poi ci sono le manifestazioni di Hook and Cook, cosicché sono sicuro che noi in Istria non avremo così tanti problemi come capitato sulla costa Italiana, dove l’estuario del fiume Po è il focolaio del granchio blu tale da aver generato una catastrofe ecologica ed economica soprattutto a danno degli allevamenti delle vongole. In Istria non dovrebbe succedere perché questo crostaceo non troverà un territorio così vasto come l’estuario padano. Tuttavia, va eccome considerata la vicinanza di questo fiume e la specificità del vortice delle correnti, giacché questo serbatoio di granchi blu influisce sicuramente sull’importazione di nuovi esemplari verso la nostra costa. La faccenda va affrontata in maniera interdisciplinare e ritenuta come risorsa”.

Come giudica tanto di “xenofobia” imperante nei confronti degli stranieri del mare?
“Noi in realtà siamo talmente impauriti dalle tante informazioni da finire smarriti entro a qualcosa cui si dà un focus esagerato. Il vero problema è un altro: il pesce azzurro minuto dell’Adriatico, il pesce che nutre e che costituisce oltre il 90 per cento del pescato complessivo della Repubblica di Croazia. Tutti si chiedono perché la sardella sia di così piccola pezzatura nonostante i periodi di fermo pesca e le quote prescritte dalla legge. A parte il fatto che nemmeno alla sardella piace l’acqua così calda, va detto che se prima avevamo pochi e piccoli pescherecci in azione vicino alla costa adesso abbiamo ‘città luminose’ galleggianti che con l’intensità della loro luce creano un’atmosfera artificiale e compromettono la tranquillità marina. Una volta la sardella finiva piazzata sui banchi delle pescherie locali. Oggi la maggior parte del pescato serve all’export per ingozzare i tonni dell’allevamento. Questo è il vero problema. La Croazia dovrebbe temere cosa sarà del suo pesce azzurro. A tutto questo si aggiunge una gran minaccia: la comparsa della noce di mare (Memiopsis leidyi), quella gelatina, specie alloctona arrivataci dall’Atlantico con le acque da zavorra. ‘Merito’ dei grandi porti dell’Adriatico settentrionale – Capodistria, Fiume Trieste, Monfalcone, Venezia – che concentrano un enorme traffico marittimo in un piccolo territorio di mare. La noce è in diretta competizione alimentare con la sardella, le ruba il cibo, lo inghiotte, filtra e risucchia come un aspirapolvere, mentre la sardella ha fame, non cresce e non è più in forma perché deve spendere più energia in metabolismo che nella crescita e un problema simile lo hanno anche le acciughe. Troppi sono tra l’altro i tonni pinna blu atlantici, il cui cibo principale è proprio la sardella. Come accertato, un regime intensificato e controllato di pesca del tonno, ha fatto in modo da stabilizzare e aumentare la popolazione delle sardelle. Va detto che abbiamo anche troppi delfini privi di nemici naturali. Se la godono e si crogiolano nell’Adriatico settentrionale. Il fondale è basso, non serve faticare per le immersioni, c’è tanto cibo. Per loro è una tavola svedese con le reti fisse che offrono quale menu sogliole in quantità. Ci si chiede se nel futuro si cattureranno ancora sogliole. In Istria è finanziariamente sconveniente”.

E la pesca a strascico: è da abolire?
“Assolutamente no. Le cocce sono utili! Lo dico con responsabilità di biologo. Uno dei benefici della rete a strascico – che non raschia su un fondale roccioso altrimenti si rompe – è quella di agire sopra la superficie di sabbia e melma, fino a contribuire a ossigenare il sedimento. D’altra parte, talune specie come triglie, merluzzi e scampi si possono pescare soltanto con coccia, la cui attività è definita per legge da limiti spazio-temporali, al fine di una gestione corretta e sostenibile. A proposito di alghe. Un ‘altra specie invasiva proveniente dall’Oceano indiano è l’alga Caulerpa cilindracea, adesso ve la mostro. È un esempio di organismo fotosintetico verde che cresce in condizioni di luce ridotta, adattabile e termotollerante al punto da allargarsi in maniera incontrollata e soffocare gli organismi sessili autoctoni. È come coprire il fondale con un tappeto letale. Noi alla Facoltà la stiamo considerando quale problema e quale risorsa. Riteniamo che il suo utilizzo nell’industria condurrebbe alla riduzione della sua presenza in natura: è commestibile, anche cruda come un’insalata molto gustosa e dal sapore leggero, un sushi vegetale istriano. Attraverso il progetto della Fondazione Adris, la nostra collega Gioconda Millotti assieme ad altri colleghi della Facoltà di Scienze naturali, sta portando avanti ricerche per individuare quali componenti bioattive sono contenute in quest’alga e come possono essere applicate nei settori della medicina, della farmaceutica, tecnologia e biotecnologia. Studiandola siamo già giunti alla conclusione che merita investire”.
L’elenco degli alieni marini si esaurisce qui?
“Quest’anno, sempre a Punta Promontore sono riuscito a trovare la Lepre di mare dagli Anelli (Alysia dactylomela), specie alloctona originaria dei mari tropicali che poi abbiamo congelato per compiere analisi genetiche da confrontare con una specie simile dell’Oceano indiano. Altro gasteropode di provenienza tropicale è il Monoplex parthenopeus, il Tritone partenopeo dalla conchiglia pelosa, pescato qualche settimana fa belle acque istriane e anche visibile all’Acquario di Verudella. Poi vi è il pesce serra (Pomatomus saltatrix), esemplare cosmopolita in acque tropicali e subtropicali che da noi arriva a ondate e periodi alterni. Tanti l’hanno descritto quale specie famelica che uccide per diletto. Niente di vero. È pesce da trofeo nella pesca sportiva e dalle carni particolarmente pregiate, spintosi a settentrione come il barracuda adriatico o la ricciola (gof). L’anno passato abbiamo riscontrato alcuni esemplari di carango mediterraneo (Cranx crysos). Due anni or sono la fiocina del pescatore Kristijan Zović di Pomer aveva infilzato un carango dentice (Pseudocaranx dentex), che riteniamo si tratti del più grande esemplare di questa specie mai rinvenuta nell’intero Adriatico”.

Benvenuto agli alieni marini dunque?
“Sono qui. Mangiamoli e sfruttiamoli. Dobbiamo essere coscienti che esistono e che saranno sempre di più. Dobbiamo conoscerli meglio, conducendo ricerche, al fine di adottare misure di impedimento all’esplosione delle popolazioni, perché nessuna nuova specie che arriva nel nuovo habitat è benevolente, ma impone le proprie regole. Sono cambiamenti che diventano la nostra quotidianità alla quale dobbiamo adattarci, abituarci e non stupirci. O avere paura. Dobbiamo investire risorse nel rinnovo del mare e del suo ecosistema marino, diminuirne lo sfruttamento marittimo e turistico diretto e indiretto. Serve un accordo di collaborazione tra Italia e Croazia, sapere come agire definendo priorità e piani d’azione a lunga scadenza, valorizzare i nostri prodotti autoctoni come sanno fare altri Paesi mediterranei e non piegarci in maniera passiva alle necessità di altri mercati.
A buon intenditor molte parole… preziose, aggiungiamo noi infine.

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