Il congedo di Furio Radin dalla politica attiva è durato poco (se mai c’è stato). A poche settimane dal passaggio di testimone parlamentare, Furio Radin consolida definitivamente il proprio spazio nel Pantheon della politica croata moderna. Con un decreto firmato dal primo ministro Andrej Plenković, una delle figure centrali della Comunità Nazionale Italiana è stato nominato consigliere particolare del premier per i diritti umani e i diritti delle minoranze nazionali. Si apre così una vera e propria “carriera 2.0” per l’uomo che ha ridefinito i confini della rappresentanza minoritaria a Zagabria.
Il garante della stabilità
La nomina non ha colto di sorpresa i più attenti osservatori delle dinamiche croate. Come evidenziato da Tihana Tomičić sul Novi list – una delle firme più autorevoli del giornalismo croato –, la scelta di Plenković risponde a una precisa strategia: garantire la stabilità della scena politica e parlamentare, un ecosistema di cui Radin è considerato un garante imprescindibile. Secondo l’analisi di Tomičić, inoltre, questo nuovo e prestigioso incarico a stretto contatto con il vertice governativo potrebbe accrescere ulteriormente l’influenza e il peso specifico di Radin all’interno delle stesse file della CNI.
La tesi della responsabilità e della stabilità trova un riscontro diretto nelle parole dello stesso Radin. In una recente e articolata intervista rilasciata al giornalista Boris Bilas per le testate del gruppo editoriale Media Solution (che comprende oltre al Novi list anche Glas Istre, Zadarski list e Glas Slavonije), l’ex deputato ha risposto con pragmatismo a un quesito cruciale sulla discussa alleanza di governo tra l’HDZ e la destra parlamentare: “Bisogna sempre osservare le circostanze politiche”, ha argomentato Radin. “L’alternativa a questa coalizione era una prolungata instabilità politica e, con grande probabilità, nuove elezioni parlamentari che avrebbero potuto rafforzare ulteriormente proprio quelle opzioni politiche che molti oggi criticano. Dopo lunghe discussioni, tutte le minoranze nazionali hanno preso congiuntamente la decisione di continuare la cooperazione con la maggioranza parlamentare. Siamo riusciti a preservare il Gruppo parlamentare unitario dei deputati delle minoranze nazionali e la Commissione per i diritti umani e delle minoranze, alla cui guida è rimasto Milorad Pupovac (uno dei tre deputati eletti nelle file dell’SDSS ai seggi specifici garantiti in Parlamento alla minoranza serba, nda). Con questo abbiamo dimostrato di non aver rinunciato ai nostri principi. Viviamo in un momento internazionale molto complesso, probabilmente il più instabile dalla fine della II Guerra mondiale. In tali circostanze, la stabilità politica dello Stato ha un valore speciale. Proprio per questo abbiamo ritenuto che fosse più responsabile partecipare al mantenimento della stabilità piuttosto che alimentare nuove crisi politiche”.
Una squadra di alto profilo
All’interno dell’Ufficio del primo ministro, Radin va a integrare un Gabinetto di consiglieri particolari di altissimo profilo, ciascuno deputato a presidiare dossier strategici per i Banski dvori: Mate Granić (Affari Esteri), Zvonko Kusić (Questioni sociali), Ivana Vukov (Miglioramento delle politiche pubbliche), Robert Kopal (Sicurezza nazionale), Zvonimir Savić (Questioni economiche), Damir Krstičević (Difesa), Sara Lustig (Questioni relative all’Olocausto, contrasto all’antisemitismo e rapporti con le comunità ebraiche) e Krunoslav Lukačić (Trasporti). La coabitazione istituzionale tra Granić e Radin assume un alto valore simbolico per la CNI. Fu proprio Granić, nel suo ruolo di ministro degli Affari Esteri, a firmare assieme all’allora omologo italiano Lamberto Dini il Trattato italo-croato sulla tutela delle minoranze nazionali, uno storico accordo bilaterale stipulato esattamente trent’anni fa tra Roma e Zagabria per blindare i diritti dei rispettivi gruppi nazionali.
Dall’emiciclo alla stanza dei bottoni
Il percorso che ha condotto Radin a questo snodo cruciale è per molti versi unico nella storia della Croazia indipendente. Lo scorso 25 giugno, l’ex vicepresidente del Sabor (carica ricoperta ininterrottamente dal 2017), ha ceduto il testimone di parlamentare della CNI a Marin Corva, con cui aveva corso in tandem alle elezioni dell’aprile 2024. Si è conclusa così una carriera parlamentare da record. Radin è stato il deputato più longevo nella storia del Paese, rimanendo in Parlamento per ben 34 anni. Eletto per la prima volta nel 1992, nel corso dei decenni ha plasmato la politica delle minoranze presiedendo la Commissione parlamentare per i diritti umani e i diritti delle minoranze nazionali, rappresentando il Gruppo parlamentare delle minoranze nazionali e offrendo il suo contributo anche a livello locale come consigliere nell’Assemblea della Regione istriana. Al contempo, è stato per anni la figura chiave della CNI ricoprendo ruoli apicali in seno all’Unione Italiana, l’organizzazione unitaria degli italiani in Croazia e in Slovenia.
Le reazioni
Come sempre accade per le figure fortemente polarizzanti e incisive, la notizia della sua nomina governativa ha generato reazioni alterne sulle reti sociali. Accanto a una vasta platea di congratulazioni, auguri di buon lavoro e attestati di stima per la sua competenza, non sono mancati commenti dal tono più sarcastico o critico da parte di chi non ha gradito il prolungamento della sua presenza nelle stanze del potere. Tuttavia, la scelta di Plenković conferma una realtà inoppugnabile: l’esperienza di Furio Radin rimane una risorsa diplomatica e strategica a cui la Croazia, in questo delicato momento storico, non intende rinunciare.
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