Victor Sanchez: «Il Rijeka è sulla strada giusta»

Dopo un inizio difficile, il 49.enne spagnolo sulla panchina fiumana, è riuscito a conquistarsi la fiducia di squadra, dirigenti e tifosi. Il primo segnale positivo è arrivato con la qualificazione agli spareggi di Conference League, ora bisogna recuperare in campionato

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Victor Sanchez: «Il Rijeka è sulla strada giusta»
Victor Sanchez. Foto: Goran Stanzl/PIXSELL

Il primo segnale positivo dell’era Victor Sanchez del Amo è arrivato poco prima di Natale: la qualificazione agli spareggi di Conference League, che riporteranno la “primavera europea” a Fiume dopo circa 46 anni. Un traguardo significativo, che ha permesso al Rijeka di chiudere il 2025 con fiducia. Ora spazio alla pausa invernale: al termine delle festività di Natale e Capodanno la squadra riprenderà gli allenamenti, con l’obiettivo di affrontare al meglio la seconda parte della stagione, chiamata a una risalita in campionato e a un nuovo banco di prova in Europa.

Con il passare delle settimane, Sanchez ha progressivamente preso il controllo della squadra, conducendola fuori dalla crisi che aveva segnato l’avvio di stagione. Spagnolo di 49 anni, vanta un curriculum di primo piano: da calciatore ha vestito la maglia del Real Madrid e, in seguito, è stato accostato alla panchina della nazionale spagnola e alla guida delle selezioni giovanili iberiche. Il suo palmares comprende una Champions League, due titoli della Liga (uno con il Deportivo La Coruña), una Coppa di Spagna, due Supercoppe e un Europeo Under 21. Nella scorsa stagione ha inoltre conquistato il titolo di campione di Slovenia da allenatore.

Ora per Sanchez si apre una nuova sfida: confermare il cambio di passo e portare il Rijeka a risultati di rilievo anche sul piano nazionale ed europeo. Gli attestati di stima non mancano: all’interno dello spogliatoio viene descritto come un allenatore di caratura internazionale e, come sottolineano i giocatori, “abbiamo capito fin dal primo giorno di avere un grandissimo tecnico”. E anche i tifosi, storicamente legati al ricordo di Radomir Đalović, guardano oggi con rinnovato entusiasmo al presente e al futuro sotto la guida di Sanchez.

I primi 45 giorni sono stati turbolenti, poi sono arrivati risultati e complimenti da tutte le parti. Come vive questo momento?

“Posso essere orgoglioso ascoltando tutti questi elogi in un’industria del calcio che spesso è spietata e quasi cannibalesca nei confronti degli allenatori. Però io faccio semplicemente il mio lavoro. E la cosa più importante di tutte restano sempre i giocatori. La mia responsabilità è aiutare i ragazzi a ottenere i migliori risultati possibili, aumentare il valore di ciascuno e renderli più bravi, individualmente e come squadra. Li stimoliamo ogni giorno, miglioriamo le loro capacità settimana dopo settimana. Il gioco che esprimiamo, i risultati e i complimenti che riceviamo sono un segnale che siamo sulla strada giusta e questo ci dà ulteriore motivazione per continuare a spingere il Rijeka a un livello superiore”.

Qual è, finora, il suo più grande risultato nei tre mesi e mezzo trascorsi a Rujevica?

“Direi che abbiamo fatto parecchie cose buone, ma voglio essere chiaro: dobbiamo assolutamente migliorare in campionato. E di molto. Non sono soddisfatto della posizione che occupiamo, ma allo stesso tempo sento che possiamo raggiungere le squadre che ci stanno davanti, Dinamo e Hajduk, e lottare per il titolo. Naturalmente soltanto se saremo quelli giusti, se continueremo a migliorarci settimana dopo settimana come abbiamo fatto finora e se manterremo questa fame di crescita”.

Il 5-0 nel derby con l’Hajduk resta un momento storico…

“È stata una vittoria enorme. Quel risultato è importantissimo perché il calcio non è solo una professione, è una grande emozione. È vero che il football è un grande business, che i club possono essere di proprietà privata, ma in realtà appartengono sempre anche ai tifosi. Per questo i grandi risultati, le vittorie e i trofei sono una ricompensa molto più emotiva che professionale. Se i tifosi sono felici e li rendi orgogliosi, allora hai fatto davvero un grande lavoro”.

Anche il percorso europeo ha un peso importante.

“Sì, è molto significativo. Dopo 46 anni il Rijeka giocherà una primavera europea e i tifosi sono orgogliosi di questo. Per noi la Conference League rappresenta un’opportunità per far crescere il club e portarlo a un livello europeo superiore”.

Impressioni sul Rijeka e su Fiume in generale?

“La componente umana è sempre più importante di quella professionale, quindi partirò da quella sensazione. Ed è stata straordinaria. Fin dal primo momento sono rimasto colpito dall’enorme somiglianza tra Croazia e Spagna nel modo di vivere e percepire il calcio. Il modo più corretto per dirlo è che a Fiume mi sono sentito a casa sin dal primo giorno. Ogni volta che le persone mi fermano per strada, mostrano grande sostegno. L’amore per il club e per la città si percepisce in ogni parola, in ogni gesto, a ogni passo. Questa passione mi ha entusiasmato, perché anch’io vivo il calcio in questo modo e voglio che anche la mia squadra abbia la stessa intensità. Dal punto di vista professionale, non mi aspettavo che il Rijeka avesse strutture di allenamento paragonabili a quelle del Real Madrid, né pensavo di trovare a Rujevica una sorta di Valdebebas croato. I campi e tutte le strutture di supporto, a partire dal ristorante del club, sono eccezionali. Le condizioni di lavoro sono perfette”.

Cosa ha determinato la sua scelta?

“Il desiderio di mettermi alla prova in un club dalla reputazione europea, vincente, dove regnano la giusta mentalità e la giusta atmosfera. In più, la necessità di affrontare una sfida: dimostrare che una squadra caduta può tornare ai vertici grazie al lavoro e all’approccio corretto, il tutto in condizioni ideali per lavorare. Vedere accanto al mio nome la dicitura ‘allenatore della prima squadra del Rijeka’ è stato per me un dono, che ho accolto con grande entusiasmo. Sono arrivato in una squadra che non avevo preparato durante l’estate e alla cui costruzione non ho partecipato, ma sono convinto di poter trovare il modo giusto per riportare il Rijeka al posto che gli spetta, in linea con la sua tradizione e il suo prestigio. Spesso mi è capitato di arrivare in contesti difficili, dove bisognava salvare la squadra dalla retrocessione o riportarla alla conquista di titoli, e ci sono riuscito. Al Rijeka vedo giocatori che seguono le mie idee, sono dediti al lavoro e comprendono quali cambiamenti siano necessari. Bisogna dimenticare la stagione passata, creare un nuovo spirito di squadra e dimostrare ancora una volta una fame insaziabile di trofei”.

A giorni apre la finesta invernale del calciomercato: quanto è difficile per un allenatore lavorare senza sapere su chi potrà contare o meno?

“So che in ogni finestra di mercato perderemo qualche giocatore, e ne sono pienamente consapevole. Provengo dalla Spagna, un Paese che, grazie alle sue dimensioni e all’enorme numero di trofei vinti da club e nazionali, può contare su una parte molto consistente dei ricavi garantita dai diritti televisivi. Ho già allenato in Slovenia e ora sono in Croazia: Paesi più piccoli, con meno abitanti, campionati più contenuti e minori entrate derivanti da diritti TV e sponsor. Qui si vive soprattutto attraverso la vendita dei giocatori. Ne sono ben conscio e non ho alcun problema ad accettare questa realtà, pur sapendo quanto sia rischiosa: bisogna ottenere risultati, sviluppare e integrare continuamente nuovi elementi. Tuttavia, con la giusta coordinazione tra allenatore, squadra, direttore sportivo e presidente, questo rischio si riduce. Con un atteggiamento positivo, ottimismo e la volontà di lavorare duramente, è possibile ricreare valore e tornare a vincere trofei”.

Che tipo di comunicazione ha con Mišković, Raić Sudar e Čulina?

“Eccellente! Collaboriamo quotidianamente e in modo molto stretto. Sono coinvolto al massimo nel lavoro legato al mercato. Pensiamo al mercato già da settembre, abbiamo identificato le posizioni che vogliamo migliorare. Le decisioni verranno prese sulla base di conclusioni fondate su analisi dettagliate e sulle nostre possibilità finanziarie”.

Lei è conosciuto come un allenatore che dà spazio ai giovani. Thaqi ne è l’esempio…

“È un ragazzo di talento, con un ottimo potenziale, e lo ha dimostrato anche nelle partite con la prima squadra. Ma è fondamentale che i nostri giovani abbiano continuità di gioco. A un certo punto abbiamo ritenuto che fosse meglio per lui tornare a giocare con la squadra giovanile, perché vogliamo che questi ragazzi giochino con regolarità. Ho parlato con lui, perché anch’io ho vissuto una situazione simile: so cosa significa esordire in prima squadra, giocare bene e poi tornare tra i juniores, allenandosi sia con loro sia con la prima squadra. Ha capito che questa è la scelta migliore per il suo percorso di crescita.

Il gambiano Samateh viene indicato come un gioiello.

“Lo seguo, come d’altronde tutti i nostri giovani. Sono in costante contatto con gli allenatori e con la dirigenza della scuola calcio. Ai ragazzi diamo la possibilità di allenarsi con noi. Contro lo Shakhtar e il Gorica era convocato anche Fran Škalamera, uno di quelli che osservo con grande attenzione. Tutti i giocatori delle nostre squadre giovanili sono costantemente nel radar dello staff della prima squadra”.

Tutti sottolineano la sua calma e il suo equilibrio. È una caratteristica innata?

“No, ho uno psicologo. Il migliore del mondo: la bicicletta. Amo tutti gli sport, ma il ciclismo è uno dei miei preferiti. Ho iniziato cinque anni fa grazie a un amico, Luis Pasamontes, ex professionista. Andiamo in bici due o tre volte a settimana e nel weekend facciamo uscite lunghe. Fiume non è una città molto ciclistica, quindi per ora è in pausa, ma il concetto resta. Il ciclismo ti insegna il processo di miglioramento, l’autocontrollo, l’equilibrio. La lezione principale è essere umili e realistici. Se pensi di essere più alto di quello che sei, non arrivi ai pedali. Devi partire dal tuo punto reale. Poi, con il lavoro, migliori flessibilità, velocità, resistenza. È un processo. Come nel calcio. Come nella vita”.

Due parole sul suo percorso formativo e sulla cultura sportiva…

“La cultura sportiva ti forma come persona e rafforza il carattere. Quando sei un atleta e ti confronti con la competizione, lo sport diventa la tua vita. Ti insegna a rialzarti nei momenti più bui, perché si impara molto di più dalle sconfitte e dai fallimenti che dalle vittorie. I successi, infatti, possono illudere chi non possiede una vera cultura sportiva. Sono invece i momenti difficili – allenamenti duri, sconfitte, infortuni, serie negative – a spingerti a crescere e a diventare migliore. Non esiste un atleta che vinca sempre. Prima di dedicarmi completamente al calcio, ero anche tennista. Alcuni dei più grandi tennisti spagnoli, come Juan Carlos Ferrero e Feliciano López, sono miei amici. Nel tennis non puoi nasconderti dietro i compagni: ogni punto è solo tuo. Questo principio vale per il calcio, il tennis, il basket e molti altri sport. È cultura sportiva. Le lezioni sono sempre le stesse: bisogna imparare dai migliori”.

Parliamo di vita privata. Com’è un tipico Natale della famiglia Sanchez?

“Molto simile a quello croato. È uno dei motivi per cui ho detto che a Fiume mi sento a casa dal primo giorno. Per noi il Natale è tempo di relax, di famiglia e di amici. Tutti a tavola a gustarci il cocido madrileño, l’asado, i roscon de reyes. Quando vivi all’estero, è proprio questo che ti manca di più. Nella mia famiglia siamo io, mia moglie Maria – che tutti chiamano Mai – nostro figlio Daniel, nostra figlia Jimena e i cani, Nala ed Eda, due barboncine. Anche loro fanno parte della famiglia. Madrid è la mia città natale, anche se per un periodo ho vissuto a Getafe. Ora vivo a circa dieci chilometri dal Bernabéu. Sono madrileno al cento per cento, un ‘gato’, come chiamiamo i cittadini di Madrid. È un soprannome che viene da lontano, da quando la città era famosa per essere piena di gatti”.

Un messaggio a tifosi e giocatori?
“Auguro a tutti salute e successo nel 2026. Ai tifosi voglio dire grazie per il sostegno. La sinergia tra giocatori e pubblico è la parte più bella del calcio: la felicità dopo le vittorie, la gioia condivisa, l’orgoglio e la gratitudine di far parte del Rijeka. Ai miei ragazzi dico di allenarsi e giocare per quei momenti, per la gioia di vincere insieme a chi li sostiene, non per il denaro, che arriverà comunque come conseguenza delle vittorie. Il calcio è come la vita: non è fatto solo di fiori e trionfi. Cadute, problemi e difficoltà fanno parte del percorso, ed è nei momenti duri che si dimostra il proprio valore. Il Rijeka è campione e ha vinto la Coppa di Croazia, ma in campionato siamo in ritardo. Dobbiamo migliorare. Per questo la conclusione non è mia, ma del Rijeka stesso: andiamo avanti. Come dite voi da queste parti: ‘Krepat, ma ne molat!”.

Quella notte magica contro il Milan

“Ci sono partite che restano dentro per sempre. Per me, quella notte del ritorno dei quarti di finale di Champions League 2004 allo stadio Riazor di La Coruña è una di quelle. Il Milan ci aveva travolto 4-1 a San Siro: campioni d’Europa, favoritissimi, con nomi che ancora oggi fanno tremare, da Maldini a Kaká, da Pirlo a Shevchenko. Noi? Una squadra giovane, affamata, con Molina, Mauro Silva, Valerón, Djalminha… e io sull’ala destra, pronto a dare tutto. All’intervallo eravamo già avanti 3-0. Ricordo di aver corso verso gli spogliatoi con i compagni: nessuno si è seduto, nessuno aveva bisogno di riposare. Sembrava quasi che quei primi 45 minuti contro quei ‘mostri sacri’ non li avessimo nemmeno giocati. C’era solo energia pura, e quell’aria speciale della Galizia, della mia amata La Coruña, sembrava alimentarla. Dopo il pesante KO dell’andata ci eravamo detti chiaramente: ‘Non entreremo in campo con paura. Questa è la nostra occasione per fare qualcosa di straordinario, storico’. All’intervallo ripetevamo solo una cosa: ‘Andiamo a segnare il quarto gol, eliminiamoli, andiamo in semifinale’. Quella notte abbiamo scritto la storia. È stata, senza dubbio, la più magica della mia carriera, un ricordo che ancora oggi mi fa sorridere e sentire orgoglioso di essere stato parte di qualcosa di unico”.

«Mondiale? Spagna tra le favorite»

“La Spagna è sicuramente tra i principali favoriti del Mondiale. Sono molto orgoglioso della nostra nazionale. Luis Aragones ha creato le basi affinché la Spagna, da nazionale senza trofei, iniziasse a vincere, conquistando titoli mondiali ed europei, con spirito di squadra e mentalità vincente. Ha messo da parte i ‘nomi’ e creato un’identità. Negli ultimi decenni abbiamo vissuto un’enorme evoluzione grazie anche a investimenti intelligenti, strutture solide e formazione di alto livello per i giovani. Grandi meriti vanno al Ministero dello Sport e alle Federazioni”.

«Alla fine hanno preferito Luis Enrique…»

Forse in pochi lo sanno, ma il nome di Victor Sanchez figurava tra i candidati per diventare selezionatore della Spagna. “Sì, sono stato tra i finalisti quando la Federazione alla fine ha scelto Luis Enrique. Avevo una posizione molto comoda all’interno della RFEF e un’opportunità aperta di avanzamento anche lo scorso anno, ma ho deciso di mettermi alla prova, uscire dalla mia zona di comfort e andare in un nuovo ambiente. Sono andato in Slovenia, che calcisticamente non è simile alla Spagna, ma l’Olimpija era un club che voleva tornare a vincere titoli dopo una stagione molto negativa. E ci siamo riusciti. Abbiamo vinto il campionato e ottenuto successi anche in Europa. Questo è ciò a cui ho sempre aspirato fin da giocatore: vincere, essere primi, conquistare trofei, dimostrare di poter crescere in nuove situazioni e contesti. La stessa ambizione la chiedo ai miei giocatori”.

Diego Maradona batte tutti

“Non amo le classifiche o i top 5. Da bambino dicevo che non potevo scegliere un solo giocatore: mi piacevano qualità diverse in giocatori diversi. La qualità di Michel, la fantasia e la creatività di Butragueño, l’uso di entrambi i piedi di Martín Vázquez, lo spirito combattivo di Juanito, la capacità di segnare al primo tocco di Hugo Sánchez, il colpo di testa di Santillana… A livello mondiale Maradona era sopra tutti e tutto, ma come si possono confrontare epoche diverse? La sua e quella di Messi? Diego Armando sarebbe stato eccezionale anche oggi, forse ancora più forte. Non so se Messi avrebbe brillato nello stesso modo nell’epoca di Maradona, quando i giocatori più nobili erano molto meno protetti. E Modrić? Un fenomeno! Pensate alla sua intelligenza e alla sua forza: vince il Pallone d’Oro, è il migliore al mondo e poi si adatta a una nuova realtà nel Real Madrid, accetta di entrare più spesso dalla panchina e resta comunque fondamentale, vincendo tutto. Luka è uno dei migliori centrocampisti di tutti i tempi, la definizione stessa dell’eccellenza nel prendere decisioni e fare le scelte giuste al momento giusto. È un’icona del calcio per sempre. Se parliamo delle squadre, mi piace la compattezza delle formazioni di Arteta, l’equilibrio dell’Aston Villa di Unai Emery, ho amato il calcio di Klopp. Guardiola è uno degli allenatori più influenti degli ultimi anni. Amo Ancelotti, l’unico ad aver vinto i campionati in tutte e cinque le grandi leghe, per la sua gestione umana: con lui non ci sono giocatori scontenti. Stimo moltissimo l’eredità di Luis Aragonés e mi piace il calcio offensivo e coraggioso di Hansi Flick”.

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