Robert Palikuča: «Bravi. Ma i conti si fanno a maggio»

Robert Palikuča, general manager per lo sport, ha indubbiamente notevoli meriti per i risultati ottenuti dal Rijeka nel girone autunnale. Conosciamo un po' meglio questo 43.enne originario di Oriovac che incarna alla perfezione la professionalità tedesca e la passione tipica di queste aree

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Robert Palikuča: «Bravi. Ma i conti si fanno a maggio»

È arrivato in punta di piedi lo scorso 8 giugno al posto di Ivan Mance. E in quel momento in molti si chiedevano chi fosse Robert Palikuča, annunciato dal Rijeka come il nuovo direttore sportivo, anzi per l’esattezza general manager per lo sport. Ancora oggi lo conoscono in pochi, ma per lui parlano i risultati. Con pochi soldi a disposizione, questo 43.enne cresciuto a Norimberga e Dusseldorf (ha ricoperto la funzione di diesse per anni), ma originario della Slavonia, ha costruito infatti una squadra competitiva, in piena corsa sia in campionato che in coppa. Chi ha invece avuto modo di conoscerlo da vicino, magari anche per poco, è rimasto colpito dalla sua professionalità teutonica e dalla passione tipica di queste parti. Palikuča ha una chiara visione sul presente e sul futuro del club, e non c’è dubbio che il presidente Damir Mišković (e Ivan Mance, visto che è stato lui a suggerire Robert alla società) abbia intuito ancora una volta la scelta.

 

Lei si espone poco in pubblico e la gente fatica un po’ a capire chi sia veramente. Come si descriverebbe?

“Penso di essere una persona molto tranquilla. Sul mio volto difficilmente potrete leggere emozioni di qualsiasi tipo. Tento di rimanere con i piedi saldamente a terra e non mi piace per nulla l’euforia. Ritengo che quest’ultima possa essere molto dannosa. Per il resto, mi piace la natura. Purtroppo sono uno sportivo con invalidità e non posso mettere sotto pressione il ginocchio malandato. Pertanto una delle poche attività fisiche che mi è consentito di fare è correre. Siccome mi piace la natura, potrebbe capitarvi di vedermi fare jogging nei parchi o in aree verdi. A già, dimenticavo: sono un fanatico del calcio, lo guardo in televisione ogni qualvolta ne ho la possibilità”.

Soddisfatto del rapporto con i media, sempre ovviamente tenendo conto che a differenza del suo predecessore, Ivan Mance, lei è molto meno loquace con la stampa?

“La mia filosofia è chiara: mi piace lavorare in silenzio, lontano dagli occhi indiscreti. Vorrei comunque precisare che non si tratta di diffidenza, anzi con i massmedia ho un rapporto molto corretto. Mi sembra però giusto che siano i giocatori e l’allenatore a meritarsi la copertina dei giornali. Sono loro che vanno in campo, che vincono le partite e che deliziano la platea. Io so benissimo quale sia il lavoro per il quale sono pagato e tento di farlo quanto meglio in sordina. Fa parte del mio DNA e della mia persona”.

Prima ha detto che non si emoziona facilmente. Tuttavia, che effetto le ha fatto tornare laddove è cresciuto e affrontare in Coppa Croazia la squadra del suo paese d’origine?

“Beh, sì, un po’ emozionato effettivamente lo ero. A Oriovac ho trascorso la mia giovinezza. Mentre i genitori lavoravano in Germania, di me si prendevano cura la nonna e la zia. All’Oriolik ho compiuto i miei primi passi da calciatore e nell’occasione ero il bambino più felice del mondo. Non chiedevo altro. Impossibile dimenticare quel periodo della mia vita, me lo ricordo benissimo ancora oggi. Poi è arrivata la guerra e il destino mi ha portato altrove. Oggi ho in Slavonia ancora sempre tantissimi amici e alcuni di loro guidano il club. Era davvero strano affrontarli da avversario. Se tempo fa me lo avesse detto qualcuno, gli avrei dato quasi del matto. Però è stato bellissimo, mi ricorderò per sempre dell’accoglienza ricevuta. A livello personale, ma anche come club”.

A proposito del suo ruolo di direttore sportivo, che cosa pretende da lei la società con in testa il presidente Mišković?

“In sostanza ciò che aveva chiesto già ai miei predecessori: di essere tra le prime tre squadre in Croazia, di proporre un calcio che piace al pubblico e di lanciare quanti più giovani della scuola calcio. Mi sembra qualcosa del tutto sensato, in conformità con quelle che sono le ambizioni del club e il progetto a lungo termine iniziato con l’arrivo del presidente stesso. D’altronde, ne avevamo parlato ampiamente al momento che il club mi aveva contattato per presentarmi l’offerta. A tal proposito, abbiamo trovato subito una lingua in comunque perché avevo capito che si tratta di un progetto serio e ambizioso”.

Come si è trovato in questi primi sei mesi a Rujevica?

“Molto bene. Sono circondato da persone che svolgono il proprio lavoro con passione ed entusiasmo, a cominciare dai massimi dirigenti. Diciamo che abbiamo una simile etica di lavoro, il che facilita la nostra collaborazione. Il club è strutturato in una maniera molto professionale e in ogni momento si sa esattamente chi fa cosa. Quando c’è armonia e intesa, è molto più facile lavorare in tranquillità”.

Su che cosa intende focalizzare il suo lavoro di general manager in futuro?

“Dobbiamo assolutamente migliorare lo scouting. Avere dei bravi osservatori di mercato significa portare a termine metà del lavoro in merito all’acquisto di un determinato giocatore. Oggi il settore dello scout è tra i più importanti di una società di calcio. Un bravo osservatore di mercato non è un costo aggiuntivo bensì un ottimo investimento. Qui parlo anche da ex scout ai tempi della Germania. C’è poi la scuola calcio. Dobbiamo alzarla a un livello ancora superiore, con allenatori professionisti. Anche qui l’opera di scouting è molto importante. Il settore giovanile è fondamentale nello sviluppo di un club, in particolar modo se ci sono condizioni di lavoro come quelle che abbiamo a Rujevica”.

Cambiamo tema. Presumo sia soddisfatto della prima parte di stagione…

”In sostanza sì, anche se quella sconfitta con l’Hajduk non mi va proprio giù. Se qualcuno ci avesse offerto 40 punti dopo venti partite avrei firmato subito. Tuttavia, non bisogna mai accontentarsi. Siamo soltanto al giro di boa e non abbiamo ancora raggiunto alcun obiettivo o vinto qualcosa. Soltanto a maggio si potranno tirare le somme. Direi che oggi come oggi possiamo essere soddisfatti e trascorrere un buon fine anno. Ma nulla più”.

Forse rischiamo di essere un po’ noiosi, ma ci ripeta ancora una volta quali sono gli obiettivi del club alla ripresa della stagione?

”La qualificazione sulla scena europea. Questa è la priorità e il traguardo minimo che ci siamo posti. Ci sono tre posti attraverso il campionato e uno mediante la coppa. La classifica dice che ci sono quattro squadre in lotta per tre posti, anche se io non escluderei a priori il Gorica, una squadra in grado di fare molto male a tutti. Ovvio che poi, in seconda battuta, il Rijeka ha il dovere di provare a lottare per un trofeo se dovesse presentarsi l’occasione. E quando sei secondo in campionato e in semifinale di Coppa Croazia non puoi certo accontentarti di fare atto di presenza. Ciò non significa però che c’è l’imperativo di vincere il campionato il Sole di Rabuzin”.

A metà gennaio inizia il mercato invernale. Arrivi e partenze non mancheranno

”Certo. Non mi ricordo una sessione di mercato nella quale il Rijeka l’ha fatta da spettatore. Sappiamo benissimo di che cosa abbiamo bisogno e ci muoveremo in tale direzione, indipendentemente dalle possibili partenze o meno. Devo dire che noi siamo però… due passi avanti, nel senso che stiamo già osservando dei giocatori in ottica del mercato estivo. Questo è un processo che dura nel tempo: non si valuta un giocatore in base a due o tre partite bensì nel corso di mesi o, in certi casi, degli anni. Così ho fatto, ad esempio, per Isaac Abass avendolo notato ai tempi dell’Olimpija Lubiana. Altresì siamo però pronti a reagire in qualsiasi momento, ovvero nel caso che qualcuno si dovesse infortunare e stare fermo per un lungo periodo”.

Che tipo di giocatori state cercando?

“La priorità è trovare dei giovani talenti, affamati di successo. Devono avere determinate qualità tecniche e carattere. Purtroppo le nostre possibilità finanziarie sono limitate e di conseguenza non possiamo certo permetterci investimenti di una certa portata. Ma è proprio qui che un direttore sportivo entra i scena: trovare dei giovani bravi a prezzi modici. Che, tradotto in parole povere, significa scoprirli in tempo, prima che finiscano nel mirino dei club più ricchi”.

Ci tolga una curiosità. Chi ha l’ultima parola nella scelta? L’allenatore, il diesse, il presidente?

“Tutti insieme. Ci deve essere per forza una sinergia tra coloro che si occupano dell’aspetto tecnico e di quello finanziario del determinato affare. L’allenatore e il direttore sportivo valutano le qualità del calciatore per capire se può tornare utile. Poi, l’ultima parola spetta ovviamente al presidente, perché in fin dei conti è lui quello che caccia fuori i soldi”.

Quali sono le differenze nel gestire un club come il Rijeka e uno di Bundesliga dello stesso livello del Rijeka?

“Notevoli. In Germania una piccola o una media società può in gran parte vivere dalle entrate derivanti dai diritti televisivi. Parliamo di una base solida, sulla quale si può sempre contare. Da noi queste entrate sono minime, nonostante negli ultimi anni qualcosa si stia muovendo nella giusta direzione. Noi siamo condannati a vivere dalle entrate degli sponsor e da quelle derivanti dalle cessioni dei giocatori. Se poi ti capita di fare un po’ di strada nelle coppe europee, tanto meglio. Questi sono, se così posso definirli, dei rischi calcolati che dipendono di stagione in stagione. Ad esempio, nel 2020 abbiamo infatti guadagnato molto più che nel 2021 a causa della partecipazione nei gironi di Europa League. E per un club come il Rijeka la differenza è significativa. Dover fare a meno di qualche milione di euro dell’UEFA ci costringe a trovare le risorse in altri modi, principalmente attraverso le sempre dolenti cessioni”.

Il Rijeka potrebbe giocare nella massima serie tedesca?

“Difficile rispondere in merito. Alcune partite, sia a livello di campionato croato che in Europa, hanno dimostrato che il Rijeka è in grado di tenere testa a compagini sulla carta superiori. Semmai il problema è che in Germania non ci sono avversari facili: sotto questo aspetto credo che il Rijeka non sia ancora all’altezza, peccando di continuità. Siamo una squadra giovane, soggetta a cali di concentrazione e oscillazioni. Quanto queste si paghino a caro prezzo lo sappiamo benissimo soprattutto dalle gare in Europa”.

Lei ha vissuto per 30 anni in Germania, mentre Goran Tomić risiede a Salisburgo, in Austria. Nota una simile mentalità?

“Sì. Lui, come il sottoscritto, crede molto nel lavoro e nel fatto che prima o poi verrai ricompensato. Lo definirei con ciò che in Germania chiamano ‘kultur trainer’, ovvero il culto dell’allenatore. Tomić sta facendo un ottimo lavoro, sia come allenatore che da educatore. Quando ha tanti giovani nello spogliatoio devi anche essere un bravo psicologo a capirli e aiutarli. Goran e il suo staff hanno creato un’ottima atmosfera e i ragazzi credono molto in lui. Non mi pare che finora abbia trascurato qualcuno. Poi è ovvio che qualcuno gioca di più e altri di meno. Siamo molto soddisfatti del suo lavoro visto che riesce a tirar fuori dalla squadra quel qualcosa in più”.

Essendo cresciuto in Germania, mi pare ovvio che segua particolarmente la Bundesliga. C’è qualche altro campionato che le piace in particolare?

“La Bundesliga la seguo in tutte le salse. Ma anche le serie minori tedesche, paradossalmente forse anche con maggiore interesse. Sì, perché qui entra in gioco la mia funzione di direttore sportivo: osservo le partite e i giocatori e mi segno se c’è qualche elemento che potrebbe eventualmente fare nel caso del Rijeka. In quanto alla seconda parte della domanda, mi piace la Liga spagnola. E anche in questo caso seguo sia il massimo campionato iberico che le leghe inferiori”.

Manca ancora un anno, ma come vede i prossimi Mondiali?

“Se devo dire la verità, solitamente in quel mese e mezzo mi trasformo completamente. Lascio stare il mio abito ufficiale e mi calo completamente nel ruolo di tifoso. Scendo in piazza con la gente, ovviamente vestito di biancorosso, e tifo con tutto il cuore per la Croazia. Ecco, spero che Dalić e i ragazzi possano andare molto lontano anche in Qatar. Per il resto, le favorite saranno quelle di sempre, ma non si possono esclude a priori le sorprese. Quali? Credo di aver già risposto in merito…”.

Chi vincerà la Champions League 2022?

“Se lo facesse il Bayern Monaco non mi dispiacerebbe per nulla. Poi, come si dice in questi casi, che vinca il migliore”.

Per concludere, un messaggio di fine anno ai tifosi?

“Di trascorrere le feste in assoluta serenità. Che si riposino e tornino quanto più numerosi allo stadio alla ripresa della stagione. Bellissimo tornare dalle trasferte e vedere i nostri tifosi nelle aree di servizio felici e contenti per la vittoria. E anche a Rujevica il loro incitamento è fondamentale nel sostenere la squadra nei momenti di difficoltà. I tifosi sono parte integrande del club, non a caso lo slogan recita ‘Insieme siamo il Rijeka’”.

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