ROBE DE MATTEONI Macia, il grande amico polesano

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ROBE DE MATTEONI Macia, il grande amico polesano
Il minuto di raccoglimento prima di Istra-Dinamo in ricordo di Albino Padjen Macia. Foto: Srecko Niketic/PIXSELL

Una volta i veri polesani, quelli che vivevano Pola con amore e non con il disprezzo che si avverte oggi, passavano molto tempo a Bunarina. I veri polesani, che tali non considero perché nati a Pola o perché parlano l’istro-veneto, bensì quelli che dimostrano con i fatti di voler bene alla loro città, alla comunità, e che non si tirano indietro quando bisogna affermarlo.

Ecco, quando avevo nove o dieci anni, mio padre mi portava a Bonarina. Ci andavo volentieri, al piccolo porto-marina, dove molti avevano le loro barche e da dove partiva la navetta che portava i cittadini al’Isola dei Frati, una sorta di sanatorio urbano a dieci minuti dalla terraferma.

La quotidianità a Bonarina era dinamica: c’erano le merende al bar tavola calda, tanta buona compagnia e sempre qualche giro di briscola e tresette. Poi c’era anche la bora, che a marzo era freddissima come a dicembre. E c’era anche il lavoro, perché mio padre, insieme ad alcuni suoi amici, era un validissimo velista.

Ciò comportava due cose. La prima era la cura delle barche a vela negli hangar dell’Uljanik, proprietario, anzi concessionario dell’area. La seconda erano gli “allenamenti”. La prima volta che mio padre mi portò in mare su una Stella, la più lunga tra le barche a vela, capii subito che non sarei diventato un lupo di mare. Il vento, che i velisti amavano, per me era solo freddo. E poi le onde, che mi provocarono un mal di mare che, a quanto pare, non mi è passato nemmeno oggi…

La seconda volta papà non mi portò in barca. Disse a un suo amico di badare a me finché non fossero tornati. Lui era al corrente della mia situazione, così si mostrò molto attento e iniziammo subito a parlare di calcio. Avevo lì il pallone: cosa vuoi che facessi se non coccolarlo? Così “l’amico”, che era anche lui un valido velista e lavorava, come tutti, nel cantiere navale, iniziò a parlare dell’Istra…

Negli anni seguenti lo vedevo ogni volta che al Comunale giocava l’Istra. Poi lo incontravo al basket. Poi eccolo anche alle regate. Papà gli mostrava sempre rispetto, ma scherzavano spesso, e da ciò capivo che era una bravissima persona. Mio padre era introverso, non parlava molto il croato, ma sempre in dialetto polesano. Con lui, e con altri, gli veniva facile, e siccome si rilassava con i velisti in compagnia, questo giro di persone mi è rimasto impresso nella memoria.

Erano sorridenti, scherzavano, lavoravano sodo, ballavano al Circolo, erano presenti alle feste di tutti: nozze, compleanni, le serate a Valsaline per le chiusure delle regate, con tanto pesce e atmosfere positive. Parlavano sempre bene di Pola, della gente, del Primo Maggio nel bosco di Siana, di tante cose della città che amavano…

Qualche anno fa, mezzo secolo più tardi, io e “l’amico” ci ricordavamo tutte queste storie: bella gente, serate e feste epiche. Ci ho messo una vita a scoprire che il suo nome e cognome erano Albino Padjen. Per me, da quel giorno in cui mi fece da “guardiano”, era semplicemente Macia.

Mi portò varie fotografie in bianco e nero di quegli anni. Documentazioni anche di mio padre che non sapevo esistessero, anzi, che non avevo mai visto. Macia mi scioccò quando mi disse di avere 87 anni! Non era possibile, pensai – e glielo dissi – perché era talmente vitale e agile, con una memoria di ferro. Mi raccontava tante cose del calcio di Pola, di mio padre e di mia zia (sua sorella), di Pola, del Corso, del Comunale…

Da qualche settimana avevo notato che non lo vedevo più nel VIP box del Drosina. Poi, venerdì scorso, dopo la sconfitta dell’Istra contro il Vukovar, Anton Percan mi mandò un messaggio verso mezzanotte: “Purtroppo se n’è andato anche Macia…”.

Un tifoso del calcio di Pola che per 75 anni consecutivi è stato presente al Comunale. Un tifoso di Pola, città che gli scorreva nel sangue. Una persona per bene e rispettosa, che considero un modello della mentalità polesana.

Prima della partita con la Dinamo, l’Istra 1961 ha omaggiato con classe la figura di Albino Padjen Macia. È stato commovente vedere tutti i 3.500 spettatori, compresi i 500 ultras della Dinamo, in silenzio durante il minuto di raccoglimento, senza una voce fuori posto.

Un uomo che, nella sua semplicità, ha dimostrato cosa significa essere amante del calcio e dei colori locali, essendo presente puntualmente, per 75 anni, al Comunale (Drosina), sia nei momenti di vittoria sia nelle epoche di sconfitte e crisi del calcio polesano.

L’Istra, da parte sua, ha fatto quello che poteva contro la Dinamo. Poco, ma si è visto qualcosa in più rispetto agli ultimi due mesi con Oriol Riera. Il nuovo mister, esordiente a 44 anni in Prima lega, Krešimir Režić, ha colto l’occasione per mettersi in mostra negli ultimi sei turni della stagione. Se farà bene, l’Istra lo prenderà in considerazione per la prossima stagione.

Non ha tempo per cambiare la classifica, ma Režić può mostrare le sue idee e la capacità di alzare il livello qualitativo del gioco e dei singoli nei prossimi 35 giorni. La “nuova” polesanità non lo gradisce, ma questa mentalità nuova non gradisce nessuno finché non arrivano i risultati. Come dire: si sale sempre sul carro dei vincitori…
Beh, Macia, uno come lui ci mancherà. Ci mancherà il suo ottimismo, il rispetto e quell’esperienza unica che dava valore a ogni parola che diceva.

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