Ricordando Paolo Rossi…

Nel 1998 la leggenda del calcio italiano fu ospite d’onore a Capodistria in occasione dello Sportivo dell’anno della Comunità Nazionale Italiana

Paolo Rossi con la Coppa del Mondo

Il mondo dello sport, suo malgrado, deve fare i conti con notizie poco lusinghiere, non strettamente legate al coronavirus, ma altrettanto negative: il 25 novembre la scomparsa di Diego Armando Maradona e pochi giorni fa quella di Paolo Rossi, il campione della nazionale italiana di calcio, tra gli artefici del successo mondiale in Spagna nel 1982.

 

Sfiligoi: «Persona semplice»
Rossi: un cognome qualunque, facile da ricordare. “Una persona grande, unica. Quasi fosse un amico d’antica data, ti metteva subito a proprio agio. Non avevo provato nessun timore reverenziale nei suoi confronti perché la sua semplicità era disarmante”. Lo ricorda così il collega Fabio Sfiligoi, che per lunghi anni è stato a capo della rubrica sportiva del nostro quotidiano prima di mettere tutto il suo sapere a disposizione del quindicinale Panorama dell’EDIT, che ebbe l’occasione di incontrare Pablito nel lontano 1998, calcisticamente parlando. Luogo del “delitto” Palazzo Gravisi, sede della Comunità degli Italiani di Capodistria, dove l’eroe del Mundial ‘82 arrivò in qualità di ospite d’onore – “con lui c’era pure De Agostini, ex terzino sinistro di Juventus e Inter”, precisa Sfiligoi – per la cerimonia di premiazione dello Sportivo dell’anno della CNI.

«Un’emozione unica»
“Per me fu una grande emozione. Ero un giornalista relativamente giovane e di fronte a me c’era lui, Paolo Rossi, il campione del mondo, l’eroe di Spagna. La sala era gremitissima”, ci racconta Fabio, come puntualizzò pure nell’intervista. “Ad accoglierlo tanta gente, tutta armata di macchine fotografiche più o meno sofisticate”. Altro che cellulari e simili diavolerie tecnologiche del giorno d’oggi. “Autografi, foto e dediche hanno preceduto l’incontro con la stampa, numerosissima per l’occasione. Per lui un completo marrone, sfumature diverse, per un insieme semplice e allo stesso tempo raffinato. Uh abbinamento che rispecchia un po’ il suo modo di essere, sempre pacato e disponibile, un vero campione”.

Il servizio sul nostro quotidiano del 19 gennaio 1998 realizzato da Fabio Sfiligoi

Il silenzio stampa
“Avrei tante domande da fargli anche oggi – dice Sfiligoi –, e a quelle che gli feci all’epoca, anche un po’ scottanti e provocatorie, rispose senza la minima esitazione”. Come ad esempio su quel silenzio stampa che all’epoca fece scalpore. “Si è parlato tanto di quel silenzio stampa. Adesso il silenzio stampa, in rapporto con i tempi, si fa poco, visto che parla moltissimo… Abbiamo deciso di chiuderci forse anche perché ci dava maggiore tranquillità. Tante voci ci avevano messo in una situazione problematica”. Oppure del suo rapporto con Enzo Bearzot, che ebbe il coraggio di convocarlo per il Mondiale di Spagna dopo quella faccenda delle scommesse… “Ed è stato anche premiato molto bene per questo, no?”. Poi ritornando serio: “È una persona alla quale devo molto, professionalmente come calciatore, ma anche come uomo. È una persona che stimo tantissimo… Bearzot è un tecnico che ha fatto molto, non solo per me, anche per il calcio italiano, una persona che ha dato tantissimo nella sua professione”.
Una delle ferite mai rimarginate del mondo juventino è sicuramente il KO contro l’Amburgo, come ci confidò alcuni anni fa anche Giovanni Trapattoni, all’epoca allenatore bianconero, nella finale di Coppa dei Campioni ad Atene nel 1983. Pablito c’era… Ma cosa si impara da questo tipo di sconfitte? “Il calcio è bello perché non sempre vince la formazione più forte. Atene è stato uno di questi casi. Noi abbiamo perso la partita già negli spogliatoi perché eravamo troppo convinti di farcela… Non si vince né con la testa né con le parole. Si vince sul campo solo dimostrando con i fatti do essere più forti…”.

Come cambia il calcio
Quante volte abbiamo sentito dire che il calcio di ieri e quello di oggi non si può paragonare. E secondo Rossi com’era nel 1998 rispetto al passato… “Mah, è cambiato tantissimo, per certe cose in meglio per altre in peggio. Sento spesso dire i vecchi calciatori ‘Ah, ai miei tempi così, ai miei tempi colà’. Il calcio si evolve, cambia, migliora in tanti aspetti… Come allora, come nel passato, anche oggi ci sono grandi calciatori…”. Rossi spiegò all’epoca anche la decisione di non intraprendere la strada di allenatore o dirigente. “Sono scelte di vita in relazione anche a quello che uno sente di voler, poter e dover fare. Il mestiere di allenatore è una cosa che uno deve sentirselo dentro. Io evidentemente non ce l’ho… Si resta, però, sempre grandi appassionati, si segue sempre il calcio, si va allo stadio a vedere le partite”.

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