Prima del fischio d’inizio

Chiacchierata con Filip Glavaš, membro della squadra croata, che racconta in maniera essenziale e senza particolari aggiunte come sta vivendo l’attesa di scendere in campo in uno degli eventi sportivi più attesi del nuovo anno: il Campionato europeo di pallamano maschile. Il torneo è appena iniziato, andrà avanti fino 1° febbraio tra Danimarca, Norvegia e Svezia, e vedrà in campo 24 nazionali

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Prima del fischio d’inizio
Filip Glavaš con la maglia della nazionale croata di pallamano Foto Goran Stanzl/PIXSELL

A gennaio ha preso il via uno degli eventi sportivi più attesi del nuovo anno: le arene si riempiranno, le bandiere torneranno a sventolare e, per qualche settimana, l’attenzione di tifosi e appassionati si concentrerà sul Campionato Europeo di pallamano maschile 2026. Il torneo si svolgerà dal 15 gennaio al 1° febbraio in Danimarca, Norvegia e Svezia e vedrà in campo 24 nazionali. Tra queste c’è anche la Croazia, che si presenta alla sua sedicesima partecipazione e farà il suo esordio il 17 gennaio contro la Georgia. Un percorso competitivo, quello che attende la nazionale croata, in un contesto che riunisce alcune delle squadre più solide e organizzate del continente.

Nel gioco della pallamano, come in ogni sport di squadra, i grandi tornei non sono soltanto una questione tecnica: portano con sé attese, responsabilità e riflessioni personali. In questa breve intervista abbiamo raccolto alcune risposte di Filip Glavaš, membro della nazionale croata, che racconta ai lettori di Panorama in maniera essenziale e senza particolari aggiunte come sta vivendo l’avvicinarsi dell’Europeo.

Filip Glavaš in azione. Foto Sasa Miljevic/PIXSELL

UN GRANDE PRIVILEGIO

La Croazia parteciperà per la sedicesima volta al Campionato europeo di pallamano: un appuntamento molto sentito, in un Paese dove questo sport è seguito con grande passione. In questo contesto, come vivi tu l’attesa delle grandi competizioni: più come un peso, una responsabilità o un privilegio?
“Per quanto riguarda la passione, credo che il nostro popolo ne abbia davvero tanta. Quando gioca la nazionale, in qualsiasi sport, ci facciamo coinvolgere molto. Per questo è una responsabilità, a volte anche un peso, ma prima di tutto un grande privilegio”.

Ogni torneo cambia qualcosa in chi lo vive dall’interno. Cosa speri che questi Europei lascino in te, come persona e come atleta? E quanto pensi che la Croazia sia pronta per misurarsi con le squadre più forti del continente?
“Ogni torneo lascia qualcosa. Possono essere ricordi belli o meno belli: alla fine fanno tutti parte dell’esperienza, come una medaglia con due facce. Penso che siamo una buona squadra e che possiamo giocarcela con chiunque. Rispetto all’anno scorso siamo più maturi e, se saremo tutti in buona condizione, possiamo arrivare lontano nel torneo”.

Nel gioco di squadra la fiducia non nasce dal nulla. Per te, da dove comincia e come si costruisce davvero?
“La fiducia non arriva subito: cresce con il tempo, nelle vittorie ma anche nelle sconfitte. Conta parlare apertamente, dei problemi ma anche delle cose che funzionano. Conoscersi meglio, capire i ruoli di ognuno e rispettarli aiuta molto. Così, passo dopo passo, la fiducia si forma dentro il gruppo”.

IL CAFFÈ, UN RITO IRRINUNCIABILE

Se torni con la memoria a quando eri bambino, quale qualità riconosci in quel “Filip” che ancora oggi ti accompagna e ti è davvero utile nella vita e nello sport?
“Credo di essere sempre stato testardo. Nel senso che voglio fare meglio e non mi accontento facilmente. Penso che questa cosa mi accompagni ancora oggi, nello sport e nella vita”.

Ripensando agli anni trascorsi alla Scuola elementare “Belvedere” di Fiume, quale ricordo porti con te di quel periodo? E c’è qualcosa di quell’ambiente italiano – fatto di lingua, relazioni e cultura – che senti ancora oggi come parte viva di te e del tuo modo di essere?
“Della Belvedere porto soprattutto i ricordi con gli amici. Con Mauro, Dujam e Ivo siamo ancora in contatto e ogni tanto parliamo di quel periodo: delle cose divertenti, della scuola e dei primi passi che abbiamo fatto insieme. L’italiano l’ho imparato lì e, secondo me, l’ambiente era buono anche perché la scuola non era troppo grande e i professori erano disponibili con gli studenti. Quanto alla cultura italiana… è difficile riassumerla in poche parole. Diciamo che almeno mi è rimasta l’abitudine di bere il caffè”.

ALLENARSI A PENSARE

Nello sport ci sono momenti in cui impariamo più che a scuola, e altre volte sono i libri a insegnarci più dello sport. Ti è mai capitato? In quali momenti hai sentito più forte queste due diverse forme di apprendimento?
“Lo sport mi ha insegnato che bisogna impegnarsi e continuare anche quando si perde o si sbaglia. Questo vale anche nella vita quotidiana.
Nei libri, invece, trovi informazioni e punti di vista che aiutano a capire meglio alcune cose. In ogni caso, penso che lo sport mi abbia insegnato di più, perché l’ho vissuto direttamente”.

Abbiamo già capito che la lettura occupa un posto importante nella tua vita, anche grazie al tuo ruolo di ambasciatore della campagna della casa editrice croata Mozaik, I bambini che leggono diventano persone che pensano. Quando leggi, cosa cerchi davvero: risposte, nuove domande o semplicemente uno spazio in cui poter respirare?
“Sì, mi piace leggere e sono contento di poter sostenere la lettura tra i bambini. Nei libri si trova un po’ di tutto: uno spazio tuo, in cui puoi staccare, ma anche domande nuove e qualche risposta. Ogni storia apre qualcosa, ti fa riflettere e ti dà un po’ di tempo per respirare.”

Guardando avanti, cosa ti piacerebbe che restasse di te – come persona – in chi ha avuto la possibilità di conoscerti?
“Che sono una persona semplice e disponibile. Mi basta questo”.

Filip Glavaš in visita alla scuola elementare italiana Belvedere di Fiume, frequentata da bambino. Foto Ivor Hreljanović

PARLANDO DI LIBRI

Sbirciando tra i suoi titoli preferiti, scopriamo che Filip non ama complicare le cose: la sua libreria ideale è fatta di storie che conosce bene, che lo fanno sentire a casa e che continua a scegliere nel tempo. Pochi titoli, ma evidentemente significativi.

Quale libro
… vorresti rileggere come fosse la prima volta?
“’Harry Potter’, per rivivere di nuovo la magia. In questo momento sto leggendo anche ‘Putovanje zvano igra’ (‘Un viaggio chiamato gioco’) di Marko Babić, che mi sta piacendo molto”.
… per te rappresenta un rifugio in cui torni sempre volentieri?
“’Harry Potter’. Mi basta aprirlo e leggere due pagine per rilassarmi”.
… consiglieresti a chi ha paura di sbagliare?
“Non credo che un libro possa risolvere i nostri errori. Possiamo leggerne milioni, ma alla fine dipende sempre da noi. Sbagliare fa parte della vita. Se proprio devo però indicarne uno, direi la ‘Bibbia’”.
… indicheresti a un giovane che si sente perso o incerto sul proprio futuro?
“Gli direi di scrivere il proprio libro, la propria storia. Per lo sport, invece, suggerirei ‘Relentless’ di Tim Grover”.
… definiresti “necessario”, indipendentemente dal gusto personale?
Direi di nuovo ‘Harry Potter’: per me è indispensabile”.

 

 

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