Mercato, agenti e calcio che cambia

Mancano circa cinque mesi al fischio d’inizio del Mondiale nordamericano. Nessun altro evento sportivo è in grado di offrire una simile visibilità: su questo e altri aspetti abbiamo parlato con uno dei procuratori più esperti e conosciuti in Croazia, il fiumano Predrag Pedo Rački

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Mercato, agenti e calcio che cambia
Foto Roni Brmalj

Il Mondiale rappresenta il palcoscenico più importante del calcio. Per i giocatori che vi partecipano, non si tratta soltanto di una competizione sportiva, ma di un momento che può segnare in modo decisivo il corso della loro carriera professionale. Ogni quattro anni, il Mondiale concentra su di sé l’attenzione globale di tifosi, media, club, direttori sportivi e sponsor. In nessun altro contesto un calciatore può ottenere una visibilità paragonabile: una singola prestazione di alto livello può avere un impatto maggiore di intere stagioni disputate nei campionati nazionali. Dal punto di vista economico e di mercato, il Mondiale incide in modo significativo sul valore dei giocatori. Un torneo disputato ad alto livello può determinare un aumento della valutazione, l’interesse di club di fascia superiore e condizioni contrattuali più vantaggiose. Per questo motivo, il Mondiale è spesso considerato un vero e proprio acceleratore di carriera.
In questo scenario assume un ruolo centrale la figura dell’agente, o manager, il cui compito va ben oltre la semplice mediazione nei trasferimenti. Nei grandi tornei internazionali, gli agenti diventano strateghi della carriera dei propri assistiti, pianificando con attenzione ogni fase prima, durante e dopo la competizione.
Ma come funziona questo meccanismo? A circa cinque mesi dal fischio d’inizio della rassegna iridata nordamericana, di questo e di altri aspetti ne abbiamo parlato con il noto procuratore fiumano Predrag “Pedo” Rački.
“Il Mondiale è la vetrina più importante che esista nel calcio – afferma senza esitazioni il nostro interlocutore –. Non c’è nulla di paragonabile. È il palcoscenico dove si vede il meglio che il calcio mondiale può offrire, con squadre provenienti da ogni parte del mondo, dal Brasile fino alle nazionali arabe. È il punto più alto della piramide”.

Per i procuratori il Mondiale appare, almeno in apparenza, come una manna dal cielo, un’occasione unica per concludere affari importanti.
“Alla vigilia del Mondiale è molto difficile chiudere operazioni. I club preferiscono aspettare. Ti dicono: ‘Vediamo dopo’, oppure ‘Aspettiamo il torneo’. È nel periodo immediatamente successivo che si muove davvero il mercato. Si lavora così”.

I grandi nomi del calcio argentino o brasiliano sono già ampiamente conosciuti, quindi dove sta l’affare?
“Scoprire un argentino o un brasiliano è impossibile: se è in nazionale lo conoscono tutti. Ma in squadre meno blasonate può nascondersi l’affare. In particolare tra i giovani. Molto dipende da chi finirà nella lista dei convocati. Come sempre, ci sarà qualche sorpresa”.

Parliamo della Croazia…
“La Croazia non è stata fortunata nel sorteggio. L’Inghilterra la conosciamo bene, il Ghana è molto, molto pericoloso. Parliamo di sei o sette giocatori che militano in Premier League, senza dubbio il campionato più forte del mondo. Sono professionisti veri, abituati a giocare ogni tre giorni e se affronti squadre tipo Manchester City, Liverpool o Arsenal non porti più rispetto, sportivamente parlando, per nessuno. Panama è un discorso diverso, il classico outsider, ma anche qui bisognerà fare attenzione”.

E come la mettiamo con l’Italia, che rischia di restare fuori dai giochi per la terza volta consecutiva?
“Non credo che succederà – dice Rački –. Gli azzurri si qualificheranno. Però l’Italia ha un problema serio. Gattuso è un combattente, ma fare il commissario tecnico è un’altra cosa. La nazionale è sacra. L’Italia ha vinto quattro Mondiali e ha una responsabilità enorme”.

Allora il problema degli azzurri è strutturale?
“Non ci sono più i campioni. Il vivaio è fondamentale. Un tempo le selezioni giovanili giocavano tutte allo stesso modo e producevano talenti in continuazione: Del Piero, Totti, Nesta, giusto per fare qualche nome. Oggi i giocatori che emergono non sono all’altezza della nazionale. Se perdi malamente con la Norvegia, che è un Paese piccolo come la Croazia, ma ha Haaland e Odegaard, significa qualcosa. Tutti loro giocano in Inghilterra, come molti ghanesi. Questo fa la differenza. Se vuoi fare bene devi giocare nella NBA del calcio, che è la Premier League”.

Quasi mezzo secolo di esperienza alle spalle…
“Mio figlio avrà tra poco 45 anni e ho iniziato prima che nascesse, dunque più o meno sono in questo mondo da 46-47 anni. Ho iniziato da giovane, ma i tempi sono cambiati. Quando ho intrapreso questa attività eravamo sì e no cinque agenti in tutta la ex Jugoslavia. Ora basta andare in città e ne trovi una ventina. Non solo procuratori, ma faccendieri e mercenari. Non funziona più come una volta, ora è diventato un commercio, purtroppo contano solo i soldi. Per me non è mai stato un problema giudicare chi valesse o no e chi potesse fare strada. In Croazia non sarà mai come una volta, quando i giocatori restavano a casa fino ai 28 anni prima di andare all’estero. Ora, quando un giovane si fa notare, tutte le grandi lo vogliono… e lo prendono. Le cose vanno così perché girano tanti soldi e non puoi opporti. È il mercato di oggi e lo sarà anche in futuro”.

Un tempo era diverso…
“Recentemente mi sono rivisto la finale dell’ex Coppa Jugoslavia tra Crvena Zvezda e Hajduk. In campo due squadre da non credere… Da una parte c’erano Mihajlović, Jugović, Savićević, Prosinečki… roba da matti. E dall’altra Jarni, Bokšić, Štimac, Asanović, Vučević… Gente che ha giocato nelle migliori squadre d’Europa. Una quantità di campioni incredibile in una sola partita”.

Per un procuratore la stima e la fiducia di presidenti e direttori sportivi è un aspetto importante, se non decisivo…
“Non esistono più i direttori sportivi di una volta. Le società devono vendere per sopravvivere. Tutti devono fare cassa. Alla fine conta solo il prezzo: se la società è soddisfatta e il giocatore pure, l’affare si fa. Non si scappa da questa realtà”.

La Serie A resta comunque uno dei tuoi terreni principali.
“Ho lavorato sicuramente più di tutto con l’Italia, ma anche con l’Inghilterra. In Premier League ho portato sei giocatori, non sono mica pochi: Štimac, Asanović, Sedloski, Đoni Novak, Kramarić, Džeko. Non sono pochi. Ora i tempi sono cambiati. Se tu hai un giocatore che vale, lo vogliono tutti, perché è con un grande giocatore che si fa cassa”.

I colpi più importanti della tua carriera sono…
“Scelgo una top three: Robert Jarni, Predrag Mijatović ed Edin Džeko. Con Mancini ha vinto il titolo al City dopo tanti anni. Poi direi Asanović e Štimac e mi scuso con chi ho dimenticato di citare. Non vorrei offendere nessuno, ma in questo momento giocatori di questo livello non mi vengono in mente. Dovrei pensarci…”.

Come andrà a finire il Mondiale?
“Impossibile da dire, resta il fatto che i favoriti restano sempre gli stessi. La Francia ha 25 giocatori e chiunque metti in campo non sbagli, su questo non si discute. Sono tutti giocatori di classe immensa. Quindi dico Francia, poi Inghilterra e Brasile, soprattutto perché c’è Ancelotti e con lui in panchina per i verdeoro saranno diversi. Ora si vede che cosa significhi avere un allenatore bravo e di grande esperienza. Il Real adesso non respira più, non gioca più il calcio di quando c’era il grande Carletto. Lui era quello che faceva la differenza: a Madrid hanno portato questo e quello, ma sono spariti. Un grande problema oggi sono gli allenatori, non ci sono tecnici come una volta. Non hai più Trapattoni, Lippi, Capello, Ancelotti quasi, Guidolin. C’erano tanti bravi allenatori, ora no. Parlando di tecnici italiani io stimo molto De Zerbi dell’Olympique Marsiglia e il suo amico Farioli, oggi al Porto. La Juventus ha preso Spalletti, bravo sì, ma non è uno della vecchia guardia. Questi sono andati in pensione o semplicemente non allenano più e questo è un grande problema. Guardiola ha imparato a fare l’allenatore? A Brescia, sotto l’ala protettrice di Mazzone. Ricordo una volta quando ci siamo incontrati con il presidente del Brescia, Gino Corioni, alla Saniplast, la sua ditta a Ospitaletto. Erano presenti anche Raiola, che all’epoca curava gli interessi di Ibrahimović, poi Guardiola, reduce dal successo a Roma in Champions League, e Lucescu, che aveva vinto la Coppa UEFA con lo Shakhtar. Tutto il calcio europeo che contava era lì. Eravamo tutti in una stanza e abbiamo parlato dei vari aspetti del calcio”.
Predrag Rački con una conclude con una riflessione amara: “Come nella vita, anche nel calcio le cose cambiano. Non tornerà mai più come prima. Non sono ottimista. Una volta la parola contava. Oggi non conta più…”.

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