Mamić a rischio estradizione

Due imprenditori istriani tra i sei indagati per associazione per delinquere

Il padre-padrone del calcio croato Zdravko Mamić, si è rifugiato a Međugorje. Foto Ivo Cagalj/PIXSELL

Il Tribunale regionale di Osijek he confermato il secondo capo d’accusa dell’Ufficio nazionale anti-corruzione (Uskok) nei confronti dell’ex dirigente della Dinamo calcio Zdravko Mamić (latitante a Međugorje, in Bosnia ed Erzegovina) e ancora sei indagati, che l’accusa sospetta di associazione per delinquere e che avrebbero arrecato danni alla società calcistica in questione per circa 200 milioni di kune. Nei confronti di Mamić è scattato l’ordine di carcerazione cautelare anche in seconda istanza il che apre le porte alla richiesta di estradizione dalla Bosnia. Nell’atto d’accusa oltre ai fratelli Mamić, si trovano il figlio di Zdravko, Mario, Damir Vrbanović, Sandro Stipančić, Igor Krota e Nikky Arthur Vuksan. Nessuno era presente oggi in aula a Osijek.
Sandro Stipančić e  Igor Krota sono due imprenditori istriani dagli affari molto ambigui, proprietari di aziende straniere offshore, tramite i conti delle quali passavano i soldi dei trasferimenti realizzati da Mamić, venivano riciclati e superavano il filtro del Fisco.
Stipančić ha problemi anche con la giustizia slovena, secondo la quale è sospettato di istigazione all’abuso d’ufficio e riciclaggio di denaro sporco, sempre con il solito sistema dei conti offshore.Tutto ciò è emerso dall’indagine nel caso Mamić, svolta dall’Ufficio anti-corruzione croato. Oltre  a  Stipančić, sono coinvolti cinque cittadini sloveni. Si sospetta che tramite conti di aziende offshore  in Gran Bretagna venivano pagati conti fittizi per servizi mai svolti, procurando un danno di 1,6 milioni di euro. Stipančić in questo caso ha usato lo stesso modus operandi adoperato nelle malfatte in Croazia, attraverso i conti della ditta offshore Barnes&Bell Limited, che si nomina anche nel dossier Dinamo. Stipančić, questi i sospetti, avrebbe favorito alcune aziende slovene, fra le quali la Telekom, danneggiata per circa un milione di euro.

Cos’è una società offshore?
Si definisce società offshore un’organizzazione che ha la propria sede legale in un Paese diverso da quello nel quale sviluppa i suoi affari principali: questo Paese estero è quasi sempre uno di quelli considerati “paradisi fiscali”, cioè quelli nei quali le restrizioni e le leggi sulle attività economiche sono molto morbide o flessibili, e nei quali le tasse sono basse o inesistenti. Un altro aspetto dei paradisi fiscali molto importante e attraente per le società con grossi capitali è che spesso offrono ampia riservatezza sulle attività finanziarie che hanno sede nella loro giurisdizione: questo significa che le amministrazioni locali, in certi casi, sono disposte a rifiutarsi di collaborare con le autorità di altri Paesi per proteggere gli interessi delle società offshore. Alcuni esempi di paradisi fiscali sono Panama, le Isole Vergini Britanniche, la Svizzera, le Seychelles, le isole Cayman o Barbados: questi Stati offrono questi servizi per attrarre capitale estero nella propria economia (infatti, non è detto che un residente in un paradiso fiscale abbia tutti i vantaggi fiscali di un non residente).
Aprire e gestire una società offshore non è necessariamente illegale: in molti casi e per molti Paesi è lecito avere società in paradisi fiscali, a patto che tutto – compresa la quantità di soldi gestita – venga dichiarato alle autorità del proprio Paese. I difensori dei paradisi fiscali sostengono che questi facilitino il flusso di capitale nel mondo, consentendo a chi ha grandi disponibilità economiche di evitare restrizioni e prelievi fiscali onerosi. Al di là delle questioni strettamente legali, è opinione diffusa che le società offshore di questo tipo siano eticamente discutibili e non rispettino principi basilari dell’economia, primo tra tutti quello della libera concorrenza. Spesso poi le società offshore sono costruite per evadere le tasse nel proprio Paese, o anche per riciclare denaro frutto di profitti illegali.
Per sfruttare i vantaggi di una società offshore non è sempre necessario trasferire le ricchezze direttamente nel paradiso fiscale, basta che in quel posto abbia sede la struttura legale: poi i beni gestiti possono anche essere un patrimonio immobiliare a Londra, un dipinto prezioso, un jet privato, un conto bancario svizzero. Il proprietario effettivo del bene non lo possiede direttamente, ma attraverso la società offshore nel paradiso fiscale.
Spesso, proprio per via della riservatezza delle amministrazioni fiscali, risalire al vero proprietario di una società offshore può essere molto difficile o impossibile. Queste società possono, a seconda delle proprie attività e dei propri patrimoni, continuare a pagare una certa quantità di tasse anche nel Paese dove effettivamente operano. Attraverso scappatoie legali e complessi sistemi burocratici, però, possono registrare il grosso dei propri guadagni o delle proprie transazioni economiche come aventi luogo sotto la giurisdizione dei paradisi fiscali, e pagare – o non pagare, a seconda dei casi – qui le tasse.

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