«L’attaccamento alla maglia viene prima di tutto»

Il nuovo allenatore della formazione juniores del Rijeka Dragan Tadić si racconta. «Il passaggio in prima squadra è il momento più delicato nella carriera di un giovane calciatore e il mio compito è quello di renderlo il più naturale possibile»

Dragan Tadić

Adrian Liber, Denis Bušnja, Ivan Lepinjica, Matej Vuk, Filip Braut, Niko Galešić, Veldin Hodža, Hrvoje e Ivan Smolčić, Antonio e Matija Frigan. Praticamente un terzo dei giocatori presenti nel ritiro di Kranjska Gora ricade sui ragazzi cresciuti nelle giovanili del Rijeka. Chi di loro in futuro diverrà in una delle colonne della prima squadra? E soprattutto quanto incasserà la società dalle loro future cessioni? A tal proposito il presidente Damir Mišković era stato chiaro: il club non ha più la forza economica di qualche stagione fa perciò è necessario contare sulle proprie forze e quindi puntare sul proprio vivaio, su giocatori da lanciare poi in prima squadra. A raccogliere il suo appello è stato il nuovo general manager Robert Palikuća, il quale ha immediatamente annunciato cambiamenti in seno al settore giovanile. Ed è stata subito rivoluzione. A partire da Fausto Budicin, nominato nuovo responsabile della scuola calcio. Ma ci sono state diverse novità anche nelle singole categorie, come ad esempio nella formazione juniores, a capo della quale è arrivato Dragan Tadić, uno che ha scritto pagine indelebili nella storia del Rijeka, protagonista della doppietta in Coppa firmata nel 2005 e 2006. Dopo cinque anni e mezzo trascorsi in Qatar, Dragan è tornato all’ovile, in una veste completamente nuova, ma con la stessa determinazione ed entusiasmo di quando, nel lontano 1992, fece il suo esordio a nemmeno 20 anni in Prima Lega con la maglia del Rijeka.

 

Pressione

”È partito tutto da una telefonata di Srećko Juričić, il mio primo allenatore a livello seniores – racconta l’ex centrocampista che ha collezionato 197 presenze con i fiumani –. Mi ha parlato dei cambiamenti all’interno delle giovanili chiedendomi se fossi disponibile a prendere in mano le redini della squadra juniores. Ho accettato ad occhi chiusi. Poi ci siamo incontrati per definire i dettagli ed eccomi qua. Peraltro anche il presidente Mišković insisteva sul mio ritorno perciò non potevo dire di no al club nel quale sono cresciuto”.

Anche se nella carriera da allenatore ha guidato perlopiù formazioni seniores, la nuova avventura non lo spaventa affatto. Anzi, rappresenta uno stimolo in più per proseguire nel suo percorso di crescita professionale. “La categoria juniores è molto particolare perché si tratta di ragazzi che bussano alla porta della prima squadra. Questo è il passaggio più delicato nella carriera di un giovane calciatore e il mio compito è quello di renderlo il più naturale possibile, soprattutto dal punto di vista fisico, e poi dopo anche tecnico e tattico. Che cosa mi ha chiesto la società? Di lanciare quanti più ragazzi in prima squadra nel breve periodo. Non solo di compiere il salto, bensì anche di recitare subito un ruolo importante. Pressione? Il calcio è pressione. Ma ben venga perché se vuoi crescere e migliorare devi sentirti in discussione. E comunque questo discorso vale per qualsiasi altro mestiere. Alla fine però sono io il primo a caricarmi di pressione, ben più di quella che arriva dall’esterno. Lo facevo da giocatore e ora continuo a farlo da allenatore”.

«1+1 non fa sempre 2»

Il suo compito principale è dunque quello di lanciare giocatori in prima squadra, ma naturalmente non mancano ambizioni di classifica. “Il Rijeka deve stare in alto. Lo pretendo io, ma lo devono fare anche i ragazzi. In campo si scende sempre per ottenere il massimo. Poi è chiaro che non sempre 1+1 faccia 2. Puoi anche vincere il campionato, avere un gruppo forte, ma non riuscire a far emergere nessun giocatore in grado di arrivare in prima squadra o, viceversa, finire in fondo alla classifica ma comunque lanciare 2-3 talenti in grado di starci nel calcio dei grandi. Il gruppo juniores non è facile da gestire perché ti ritrovi con tre generazioni differenti, in questo caso 2004, 2003 e tre classe 2002. A quest’età anche un solo anno di differenza è molto marcato sul piano fisico. Ovviamente non posso limitarmi alla stagione ormai alle porte, ma pensare anche a quella successiva. I classe 2004 non hanno la stessa forza fisica dei 2003, ma l’anno prossimo dovranno prendere il loro posto perciò devo lavorare anche in ottica futura”.

Diversi giocatori passati dalle giovanili gravitano attorno alla prima squadra, ma in pochissimi sono riusciti a guadagnarsi un posto da titolare. “Bisogna tenere presente che nelle ultime stagioni il Rijeka ha alzato parecchio l’asticella e per chi arriva dalle giovanili è difficile inserirsi subito. In questi casi conta molto anche la mentalità. Per la mia generazione il Rijeka era prima di tutto la squadra del cuore e in campo davamo l’anima per poter un giorno vestire questa maglia. Oggi non è così. I tempi sono inevitabilmente cambiati e ora si guarda alle squadre che giocano in Champions. Ebbene, un altro mio compito è proprio quello di infondere nei ragazzi l’attaccamento alla maglia del Rijeka”, conclude Dragan Tadić.

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