«Il bronzo a Euro 2020? Merito del Covid…»

Pallamano. Ana Debelić racconta il clamoroso exploit di cinque anni fa, l'addio alla nazionale e gli inizi allo Zamet. «Però gli anni migliori della mia carriera li ho vissuti in Norvegia», confessa il pivot originario di Arbe

0
«Il bronzo a Euro 2020? Merito del Covid…»
Foto: Igor Soban/PIXSELL

Vincendo la medaglia d’oro ai Mondiali femminili che si sono conclusi pochi giorni fa, la Norvegia ha chiuso il cerchio ed è ora detentrice del titolo olimpico, iridato e continentale. La Croazia ha invece deluso, chiudendo mestamente al 25º posto un torneo che non avrebbe nemmeno dovuto disputare non essendosi qualificata sul campo, ma presente grazie alla wild card concessa dalla Federazione internazionale. La squadra di Ivica Obrvan si è presentata in Olanda con una formazione fortemente rimaneggiata – falcidiata dagli infortuni – e imbottita di debuttanti a questi livelli. Nonostante tutto, l’obiettivo era l’accesso alla seconda fase, sulla carta alla portata, ma alla fine le biancorosse sono finite a giocare la President Cup, il torneo riservato alle ultime qualificate degli otto gironi. Torneo che poi hanno vinto superando la Cina nella finale per il 25º posto, che comunque non è sufficiente a salvare il bilancio di un Mondiale da cancellare in fretta, in cui hanno portato a casa il peggior piazzamento di sempre della Croazia in un grande appuntamento internazionale, a testimonianza di un movimento in grossa difficoltà. E pensare che solamente cinque anni fa la Croazia festeggiava il punto più alto della sua storia mettendosi al collo la medaglia di bronzo all’Europeo 2020. Dalle stelle alle stalle il passo può essere dannatamente breve…

Una delle trascinatrici di quella squadra fu Ana Debelić, peraltro eletta miglior pivot dell’Europeo. Originaria di Arbe, si è trasferita da giovanissima a Fiume inseguendo il sogno di diventare una giocatrice professionista. Ha vestito prima le maglie di Opatija e Zamet, poi quelle dei due club più titolati in Croazia, Lokomotiva e Podravka, quindi il trasferimento in Russia all’Astrakhanochka e poi in Norvegia al Vipers Kristiansand, con cui ha vinto due Champions League, prima di tornare al Podravka in seguito al clamoroso crack finanziario del Vipers. Ana però a questo Mondiale non c’era perché poche settimane prima aveva deciso di dire addio alla nazionale. Lo scorso 19 ottobre, a Priština contro il Kosovo nelle qualificazioni all’Europeo 2026, ha disputato la sua 70ª e ultima partita con la maglia della Croazia.

Perché non hai aspettato il Mondiale per salutare la nazionale? Sarebbe stato un palcoscenico molto più prestigioso per dire addio…
“A dire il vero avevo pensato di lasciare anche prima, ma il selezionatore mi aveva pregata di continuare ancora per un po’ di far parte del gruppo e di aiutare la squadra. Ma al Mondiale non ci sarei comunque arrivata perché nel frattempo si è ripresentato un problema al ginocchio che mi trascinavo dietro da tempo e che mi ha costretto ad andare sotto i ferri. Perciò non solo avrei saltato il Mondiale, ma al momento sono ferma anche per il mio club. Semplicemente il mio corpo mi ha chiesto di fermarmi”.

Che cosa ti passava per la testa durante la partita col Kosovo?
“Che un bellissimo capitolo della mia vita si stava chiudendo. Ho provato un mix di emozioni: tristezza da un lato, gioia e orgoglio dall’altro. Guardando le ragazze più giovani ho ripensato a me stessa e ai miei inizi in nazionale. Ora tocca a loro raccogliere il testimone e tenere alto il nome della Croazia”.

Perché hai lasciato la nazionale?
“Perché la maternità ha cambiato le mie priorità. Il distacco da mia figlia mi pesava troppo. Ogni volta che ero in ritiro con la nazionale lei si ammalava. E come fai a stare lontano da tua figlia mentre lei sta male? Non riuscivo più a bilanciare le due cose e quindi era giunto il momento di farmi da parte. Ho dato tanto alla nazionale e la nazionale ha dato tanto a me, però non aveva più senso continuare”.

La medaglia di bronzo conquistata all’Europeo 2020 è stato il tuo momento più bello vissuto in nazionale?
“Senza dubbio. Vincere una medaglia con la propria nazionale è il top per un atleta. Quello è stato il periodo più bello della mia carriera anche perché subito dopo quel fantastico Europeo è arrivata la chiamata del Vipers Kristiansand”.

Qualche rimpianto, sempre legato alla nazionale?
“No, nessuno”.

Passiamo al Mondiale, che ha visto trionfare la Norvegia: un oro scontato, verrebbe da dire…
“Di scontato nello sport non c’è nulla, però ha vinto la squadra oggettivamente più forte, questo sì. Hanno disputato un grandissimo torneo vincendo con pieno merito il titolo”.

Pur con tante attenuanti oggettive, dalla Croazia ci si aspettava la qualificazione alla seconda fase e non certo la President Cup…
“Bisogna tenere presente che siamo capitati in un girone veramente tosto. In questo momento Danimarca e Romania ci sono superiori, mentre il Giappone viene ingiustamente snobbato perché considerato una nazionale ‘lontana’, di terza, se non addirittura di quarta fascia. Ma invece è una squadra di tutto rispetto che ha vinto l’ultima Coppa d’Asia e anche nella seconda fase le nipponiche si sono ben comportate raccogliendo due vittorie e un pareggio. Si gioca a pallamano anche nel lontano Giappone. E pure molto bene”.

Come vedi il futuro della nazionale?
“Bisogna investire nelle giovani. La Norvegia non la puoi raggiungere, ma la puoi avvicinare. Però è un processo lungo e lento che deve partire dalle selezioni giovanili e poi proseguire a livello seniores. Non è facile, ma nemmeno impossibile”.

Oltre alle tante giocatrici infortunate, hanno pesato anche le assenze di Pijević, Mičijević e Blažević, che sono da tempo in rotta col selezionatore Obrvan: che cosa c’è dietro questa diatriba?
“Dovreste chiederlo ai diretti interessati. Non sta a me giudicare questa faccenda”.

Risposta molto diplomatica…
“La decisione di escluderle l’ha presa l’allenatore ed è lui a dover fornire una spiegazione in merito”.

Torniamo all’Europeo di cinque anni fa: come te lo spieghi quell’exploit?
“Potrà sembrare assurdo, ma è stato il Covid a unirci ancora di più. Non che prima non lo fossimo, anzi, però il fatto di dover trascorrere tanto tempo tutte insieme vivendo in una bolla l’una accanto all’altra ha fatto sì che legassimo ancora di più, dandoci così un’energia extra. Abbiamo iniziato l’Europeo con una vittoria, poi ne è arrivata un’altra, poi la terza… Vincere aiuta a vincere e questo ci ha permesso anche di crescere nel corso del torneo. Tutti i vari pezzi si sono incastrati e il risultato finale è stata quella straordinaria medaglia di bronzo”.

Quel terzo posto avrebbe dovuto segnare l’inizio di un ciclo luminoso della Croazia femminile e invece si è rivelato solamente un lampo isolato…
“Molti ancora oggi sostengono che quel risultato sia stato più il frutto del caso e della fortuna. Sminuire così la nostra impresa mi dà terribilmente fastidio perché quella medaglia nessuno ce l’ha regalata, ma ce la siamo sudata sul campo. Non abbiamo rubato nulla! Comunque sì, purtroppo è stato solamente un fuoco di paglia. Noi per prime eravamo convinte che da quel momento in poi avremmo svoltato e invece così non è stato. Nei seguenti grandi tornei non sono più arrivati piazzamenti di rilievo. Non dico replicare quel bronzo, ma certamente si poteva fare di più”.

Passiamo alla stagione di club: obiettivi col Podravka?
“Innanzitutto vincere il campionato e la Coppa Croazia. In Champions invece l’obiettivo è qualificarci alla fase a eliminazione diretta. Siamo partite molto forte, poi però abbiamo inanellato un paio di sconfitte, complice anche qualche infortunio di troppo che ci ha condizionate. Non sarà facile superare il girone, ma siamo in piena corsa ed è un traguardo alla nostra portata”.

Sei in scadenza?
“No, ho ancora un anno e mezzo di contratto”.

Pensi di chiudere la carriera allo Zamet?
“No. Però ammetto che ci avevo fatto più di un pensierino, ma poi ci ho ripensato. Onorerò fino in fondo il contratto col Podravka e poi penso che lascerò la pallamano. Già adesso il mio corpo è martoriato, figuriamoci tra qualche anno. Non è il caso di andare oltre perché rischierei soltanto di pregiudicare la mia salute”.

Che ricordi hai di quell’esperienza a Fiume?
“Un’esperienza meravigliosa. Avevo lasciato la mia Arbe trasferendomi a Fiume e ricordo che provavo un grande senso di libertà. Ti senti grande ad andare via di casa, ma non ti rendi conto di quanto sei in realtà ancora piccola, anche perché avevo solo 14 anni quando sono arrivata a Fiume. Il primo anno ho giocato nell’Opatija e poi sono passata allo Zamet. È stato il mio primo approccio con la pallamano di alto livello e allo Zamet non possono che legarmi ricordi bellissimi”.

Segui la squadra?
“Certo. Mi tengo sempre aggiornata sui loro risultati”.

A proposito delle loro giocatrici, curiosamente in rosa c’è un’altra Ana Debelić…
“Già… E non solo condividiamo lo stesso nome e cognome, ma pure lo stesso ruolo in campo!”.

Ma siete parenti?
“No, però ci conosciamo fin dai tempi delle giovanili: io ero allo Zamet e lei all’Orijent. E comunque pure lei è di Arbe. O meglio, suo papà. Lì ci sono parecchi Debelić…”.

Il Vipers Kristiansand è stato l’apice della tua carriera a livello di club?
“Assolutamente”.

Com’è possibile che una società così importante, che ha anche dominato in Europa, sia potuta fallire?
“Loro l’hanno preso con molta filosofia dicendo che è business. E che ogni business sia destinato prima o poi a fallire. Come sia potuto succedere non lo so. Probabilmente negli anni sono state prese delle decisioni sbagliate, i debiti si sono accumulati a dismisura e nel momento in cui era diventato chiaro che non sarebbe stato più possibile saldarli, la chiusura era inevitabile. Però la cosa interessante è che nessuno mai ha puntato il dito contro qualcuno. Non ci sono colpevoli per quel crack”.

Tu come l’hai presa?
“Malissimo. Il periodo vissuto in Norvegia è stato il più bello della mia carriera. Mi trovavo davvero bene e mi sentivo fortunata a militare in un top club come il Vipers. Quando ci hanno comunicato la notizia è stato uno shock per tutte. Nel mio caso ancora di più perché mi ero da poco costruita una famiglia e all’improvviso bisognava riorganizzare le nostre vite. Per fortuna da lì a poco è arrivata la chiamata del Podravka, a cui sarò sempre riconoscente per avermi aiutata in una una situazione così delicata. Però confesso che nei primi giorni a Koprivnica speravo che per magia tutto si risolvesse e che sarei salita sull’aereo che mi avrebbe riportato in Norvegia. Ma purtroppo quell’aereo non è mai decollato…”.

In Norvegia sei rimasta incinta continuando però a giocare fino al terzo mese di gravidanza: non era un po’ rischioso?
“I medici hanno lasciato a me la decisione. Mi hanno detto di fare ciò che mi sentivo, e io mi sentivo di giocare. Ovviamente mi sono gestita non spingendo al 100%, però non ho saltato nessun allenamento e nessuna partita in quei tre mesi. La Norvegia è una realtà diversa dalla nostra. In Croazia se sei incinta ti dicono di non fare nulla e di riposare, lì invece sono molto più flessibili su queste cose”.

A parte il fatto che in Croazia alla notizia della gravidanza ti avrebbero subito rescisso il contratto…
“Questo è poco ma sicuro…”.

E poi sei tornata tre mesi dopo il parto: non era un po’ troppo presto?
“Sì, lo era. E infatti col senno di poi non lo rifarei. Lì però è normale tornare subito. La gravidanza non è un infortunio. Anche le altre mie compagne tornavano dopo tre mesi e così ho fatto anch’io la stessa cosa, però oggi mi rendo conto che sarebbe stato meglio restare ferma un po’ più a lungo”.

Come fai a conciliare la maternità con la carriera da atleta?
“Bisogna sapersi organizzare, ma gran parte del merito va riconosciuto a mio marito che si è sobbarcato una marea di impegni per aiutarmi”.

Hai la fortuna di avere un marito che ti ha sempre seguito nei tuoi spostamenti…
“È vero. Ho sempre potuto fare affidamento su di lui e sul suo supporto. Senza di lui non ce l’avrei mai fatta”.

Hai giocato anche Russia: che esperienza è stata?
“Molto bella. Un po’ tutti mi dicevano ma cosa ci vai a fare in Russia, e invece io volevo provare quest’esperienza nel momento in cui mi si è presentata l’occasione. Ero proprio curiosa di conoscere la loro cultura. Però sono rimasta lì soli dieci mesi perché poi è sopraggiunto il Covid. Diciamo che è stato breve ma intenso”.

Faceva più freddo in Russia o in Norvegia?
“In Russia. Sono arrivata a -23 gradi. Vabbè, pensavo anche peggio…”.

Il tuo futuro dopo l’agonismo sarà in panchina?
“Mi sono sempre detta che non avrei mai fatto l’allenatrice. Le ultime parole famose perché a breve conseguirò il patentino da allenatore… Non mi ci vedo però sulla panchina di una squadra seniores, bensì mi piacerebbe lavorare con le bambine. Dico sempre che loro sono come la creta, nel senso che si possono ‘modellare’ e puoi trasmettergli valori che rimarranno impressi dentro di loro per il resto della vita. Il tutto divertendosi perché a quell’età la pallamano è soprattutto un gioco”.

Tutti i diritti riservati. La riproduzione, anche parziale, è possibile soltanto dietro autorizzazione dell’editore.

L’utente, previa registrazione, avrà la possibilità di commentare i contenuti proposti sul sito dell’Editore, ma dovrà farlo usando un linguaggio rispettoso della persona e del diritto alla diversa opinione, evitando espressioni offensive e ingiuriose, affinché la comunicazione sia, in quanto a contenuto e forma, civile.

No posts to display