Il pubblico delle grandi occasioni – mai vista una partecipazione così massiccia nonostante i tanti sportivi illustri che si sono avvicendati negli anni – alla Facoltà di Giurisprudenza di Fiume, che ha fatto gli onori di casa a un ospite d’eccezione, Slaven Bilić. Ma la cosa non deve sorprendere trattandosi di un personaggio poliedrico e mai banale, a prescindere se vicino o lontano dal rettangolo di gioco.
Nel suo discorso introduttivo Vanja Smokvina, che lo ha corteggiato a lungo prima di riuscire a portarlo a Fiume, ha ricordato che quest’anno ricorre il 35º anniversario della prima partita ufficiale della nazionale croata di calcio dopo la separazione dalla Jugoslavia. Era il 17 ottobre 1990 quando al Maksimir di Zagabria la Croazia piegò gli Stati Uniti per 2-1 con i centri di Asanović e Cvjetković. Due mesi dopo a Cantrida andò in scena l’amichevole con la Romania (successo per 2-0 firmato da Kranjčar e Bogdan) e quella squadra aveva anche una forte impronta fiumana dato che facevano parte della rosa Mladen Mladenović, Saša Peršon, Robert Rubčić e, in qualità di segretario generale in seno alla Federazione, Duško Grabovac. Peršon, Rubčić e Grabovac presenti pure in aula per l’occasione (al pari di Damir Kreilach, in rappresentanza del Rijeka). Introducendo l’ospite, Smokvina ha inoltre ricordato che Bilić è laureato proprio in giurisprudenza e che è stato il primo capitano straniero in Bundesliga (al Karlsruhe).
L’amicizia con Kukoč
Poi la parola è passata al protagonista, che è partito dai suoi inizi e dall’amicizia che lo lega a un altro gigante dello sport croato, Toni Kukoč. “Abitavamo nello stesso palazzo e siamo cresciuti insieme – racconta uno degli eroi del bronzo a Francia ‘98, nonché ex selezionatore della nazionale –. In realtà ho iniziato col nuoto e poi in terza elementare sono passato al calcio entrando nelle giovanili dell’Hajduk. Anche Toni faceva parte della squadra. Io giocavo da terzino destro e lui ala sinistra perciò in allenamento capitava spesso di ritrovarci da avversari sulla fascia. Poi lui ha scelto il tennistavolo e solo dopo è passato al basket. Perché ho scelto il calcio? Perché il calcio è il calcio. E poi in una città come Spalato l’Hajduk è tutto. All’epoca c’era la Jugoplastika che nel basket vinceva tutto e anche nella pallanuoto c’erano due squadre fortissime come la Jadran e il POŠK, però la passione della gente per l’Hajduk va oltre”.

Dopo gli esordi con l’Hajduk e i tre anni trascorsi in Germania col Karlsruhe, il suo percorso calcistico lo porta nella Premiership, approdando al West Ham nel gennaio del 1996, sei mesi prima dell’Europeo inglese, che segnò il debutto della Croazia sul palcoscenico internazionale. “L’Inghilterra era un po’ il mio sogno – confessa –. Mio papà era un appassionato della Premier trasmettendomi questa passione. All’epoca non era il campionato top in Europa – quello era la Serie A –, però gli inglesi sono stati bravi a sfruttare l’onda dell’Europeo casalingo per crescere come movimento”.
Senso di appartenenza
Poi Bilić fa un interessante paragone tra i calciatori inglesi e quelli croati. “Gli inglesi sentono molto di più la rivalità a livello di club. Gerrard diceva che fuori dal campo ognuno se ne stava per i fatti propri. Giocavano insieme in nazionale, ma poi iniziavano a guardarsi male perché magari cinque giorni dopo sarebbero stati avversari in campionato. Da noi è diverso. Qui c’è un senso di appartenenza verso la nazionale. Ricordo che al rientro da un Europeo, mentre noi dello staff ci eravamo fermati ancora un po’ prima di tornarcene a casa, un gruppo di 8-10 giocatori si fermò per andare a cena insieme. Tra la preparazione, l’Europeo e quant’altro stavamo insieme da 50 giorni, eppure loro ci tenevano a trascorrere ancora una serata insieme nonostante le 50 cene precedenti. Ecco, la nostra forza sta proprio in questa chimica tra i giocatori. Cosa che invece manca agli inglesi”.
Ma questo senso di appartenenza travalica anche i confini nazionali. “Quando sono andato a Basilea per convincere Rakitić a indossare la maglia della Croazia ho notato subito la sua voglia di rappresentare la Croazia. E questo attaccamento non è minimamente scemato, anzi, tanti calciatori di origini croate nati e cresciuti all’estero ci tengono a giocare per la Croazia. E lo vediamo anche oggi se penso a Grgić dell’Under 21”.
La doppia sfida con i tedeschi
Un altro dei protagonisti del Mondiale francese, Mario Stanić, ha sempre sostenuto che la squadra del ‘96 fosse più forte di quella del ‘98. “Nel calcio ci vuole anche un pizzico di fortuna. Avevamo disputato un’ottima partita contro la Germania nei quarti di finale dell’Europeo ‘96, ma abbiamo perso e siamo usciti. Nel quarto del Mondiale ‘98 i tedeschi avevano dominato nel primo tempo ma lì siamo stati fortunati, prima col rosso a un loro giocatore nel finale di frazione e poi in pieno recupero con quel gran gol di Jarni che ha sbloccato il risultato e reso la nostra strada in discesa. Probabilmente nel ‘96 non ci credevamo abbastanza. Sapevamo di essere forti, ma ci serviva una prova che ce lo confermasse. E quella prova l’abbiamo avuta in quella sconfitta con i tedeschi perché lì ci eravamo resi conto di non essere inferiori alle nazionali top. La vittoria sulla Germania nel ‘98 è frutto proprio della sconfitta di due anni prima”.

La sua carriera da allenatore è iniziata sulla panchina del “suo” Hajduk nel 2001. “Non pensavo di avere la stoffa per fare l’allenatore. Avevano appena silurato Gračan e nessuno voleva prendere il suo posto e così hanno chiesto a me. Ricordo l’esordio contro l’Osijek: al momento del fischio d’inizio mi sono chiesto ‘E ora che faccio?’. Lì mi resi conto che in partita dipende tutto dai giocatori in campo. Non è un mestiere facile. Sicuramente redditizio, ma lo stress e la pressione sono enormi tant’è che tutti gli allenatori si lamentano sempre. Da quello delle giovanili dell’Hajduk a Pep Guardiola, alla domanda come va risponderanno entrambi ‘male’”.
«Non volevo fare l’università»
Nel suo curriculum anche un’esperienza da opinionista per un’emittente britannica a Euro 2016 e al Mondiale 2018 in Russia. “Commentare le partite è magari un po’ noiosetto, ma il contesto è stupendo. Nel 2018 stavamo nella centralissima Piazza Rossa a Mosca. Un mese tutto pagato con tanto di famiglia al seguito. Ti godi le partite e ti diverti a scherzare con altri grandi campioni come Roy Keane, Petit, Henry, Matthäus… Il mio podcast? Lì capisci l’enorme differenza che c’è tra fare il conduttore ed essere l’ospite. Ora devo fare attenzione a tutto, dal capire se l’ospite si trova a suo agio a evitare che il pubblico si annoi. È una grande responsabilità, però è anche molto adrenalinico”.
La laurea in giurisprudenza lo rende una sorta di mosca bianca nel mondo del calcio. “Provengo da una famiglia in cui l’educazione ha avuto sempre un ruolo centrale essendo papà docente universitario e mamma insegnante a scuola. Ho fatto l’università non perché volessi farlo, ma per rispettare il volere dei miei genitori. E ho scelto Giurisprudenza perché la facoltà stava a cinque minuti da casa mia. Se a quell’età fossi stato titolare nell’Hajduk probabilmente non mi sarei mai iscritto, però siccome giocavo nello Stobreč in terza divisione potevo conciliare le due cose e seguire le lezioni. Nel mondo del calcio una laurea ti permette di avere un’immagine più colta, gli altri ti guardano diversamente, con più rispetto, però nella mia carriera ha avuto un impatto pari a zero”.

Slaven Bilić è un grande appassionato di musica, in particolare dei generi “pesanti”, spaziando dall’hard rock all’heavy metal. Suona la chitarra e se dopo aver appeso gli scarpini al chiodo non avesse deciso di iniziare la carriera in panchina, forse oggi farebbe il musicista. “Mio fratello, di tre anni più grande, studiava pianoforte, violino e chitarra. Non era però interessato alla chitarra e così vedendola sempre relegata in un angolo, ho iniziato a strimpellare. Non ero particolarmente bravo, ma in compenso mi piaceva scrivere i testi delle canzoni. Abbiamo messo su una band pubblicando anche un album. Nel 2004, quando l’allora presidente federale Vlatko Marković mi chiese di prendere in mano la nazionale Under 21, ho accettato. Ma suonare mi dà grandi soddisfazioni e lo faccio praticamente ogni giorno. Alle volte suono la chitarra anche durante le partite. Specie se sono noiose…”, ha conclsuo prima di concedersi a un’infinita serie di selfie e autografi.
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