Un libro che ricostruisce la genesi della Federazione croata di calcio (Hns), fondata il 6 agosto 1939 da Bernard Hugl, Krsto Trani, Jozo Jakopić, Dragutin “Braco” Babić e Jerko Šimić, sotto l’egida dell’Unione sportiva croata (Hrvatska športska sloga-Hšs), massimo organismo sportivo croato dell’epoca. Con i nostri colori (Pod svojim bojama), questo il titolo del volume con cui Hrvoje Gržina, Vladimir Iveta e Mario Stipanović riportano alla luce le radici della Nazionale e della Federcalcio. Un viaggio documentato e avvincente negli anni in cui il pallone diventò anche strumento di identità nazionale.

Pubblicato dall’Archivio di Stato croato, con il sostegno del Ministero della Cultura e dei Media, il libro – 222 pagine, copertina rigida, prefazione di Marijan Kustić, presidente dell’Hns – si distingue per rigore archivistico, ricchezza fattuale e numerosi materiali inediti, impreziositi da fotografie d’epoca. La presentazione, tenutasi l’8 dicembre nella grande sala dell’Archivio a Zagabria, ha richiamato oltre un centinaio di persone tra dirigenti sportivi, storici e personalità della vita pubblica. Un successo che certifica l’interesse attorno a una storia a lungo rimasta ai margini del racconto ufficiale. Tra i presenti anche Zorislav Srebrić, figura chiave per decenni della Federazione, e l’ex ministro della Cultura, Zlatan Hasenbegović.

L’ESORDIO DIMENTICATO. Ogni grande storia ha un inizio. Quella della nazionale croata non parte nel 1990, come spesso si crede, ma mezzo secolo prima. Nel 1940 la selezione croata disputò quattro partite ufficiali contro Svizzera e Ungheria, eventi che rappresentarono non solo un traguardo sportivo, ma anche un risultato politico e simbolico per la Banovina di Croazia (Banovina Hrvatska).
Lo hanno ricordato, in occasione dell’85ª ricorrenza della prima gara, il curatore Amir Obhođaš e i recensori Stipica Grgić e Ivica Šute. Il 2 aprile 1940, a Zagabria, la Croazia affrontò la Svizzera in amichevole, aprendo di fatto il proprio cammino internazionale. A dirigere l’incontro fu l’italiano Giuseppe Scarpi, arbitro di fama mondiale, reduce dai Mondiali del 1934 e del 1938 e dalle Olimpiadi di Berlino 1936, nonché vincitore del premio Giovanni Mauro, assegnato ancora oggi al miglior arbitro italiano della stagione.
Davanti a circa 10mila spettatori, la Croazia s’impose con un netto 4-0. Niente maglia a scacchi, allora: i giocatori indossavano casacche rosse con lo stemma della šahovnica cucito sul petto, pantaloncini bianchi e calzettoni blu, omaggio ai colori della bandiera nazionale. In campo scesero Franjo Glaser tra i pali; Ivan Šuprina, Ivan Belošević, Zvonko Jazbec, Ivan Jazbinšek; Mirko Kokotović capitano; Zvonimir Cimermančić, Franjo Wölfl, August Lešnik, Milan Antolković e Florijan Matekalo, con Jozo Jakopić in panchina.
Fu proprio Matekalo, in gol al 46’, a diventare il primo marcatore della storia della nazionale croata. A completare il tabellino pensarono Cimermančić, autore di una doppietta, e Lešnik. La rivincita, il 21 aprile a Berna, sorrise ancora ai croati: 1-0 con una sassata da 25 metri di Jazbec nella ripresa. Anche la Gazzetta dello Sport non ebbe dubbi nel definire meritato il successo della Croazia.

Subito dopo arrivò il confronto con l’Ungheria, allora vice campione del mondo. A Budapest, il 2 maggio, i magiari vinsero di misura. La rivincita a Zagabria, ancora con Scarpi al fischietto, si chiuse sull’1-1: croati avanti al 10’ con Svetozar Đanić, pareggio ungherese firmato da Francis Spielmann, tra le proteste per un sospetto fuorigioco. Un dettaglio curioso racconta l’epoca: in caso di vittoria, i giocatori croati avrebbero ricevuto un premio di 1.000 dinari, mentre un biglietto per la tribuna d’onore costava 40 dinari.

PALLONE E IDENTITÀ. Uno scenario che anticipa quanto accadrà mezzo secolo dopo, tra la fine degli anni Ottanta e l’inizio dei Novanta, quando Slovenia e Croazia iniziarono il percorso che le avrebbe portate fuori dalla Jugoslavia. Ancora una volta lo sport, e il calcio in particolare, si fece specchio della società e delle sue tensioni.
La nascita della Hns fu la risposta al tentativo della Federcalcio jugoslava di commissariare la Sezione croata e di sospendere club storici come Građanski, HAŠK e Concordia Zagabria, Hajduk Spalato e Slavija Varaždin, pronti a lasciare il campionato jugoslavo per dar vita a una competizione croato-slovena assieme al Club sportivo di Lubiana (SK Ljubljana). Non a caso, in quel periodo, giocatori croati e sloveni disertarono le convocazioni della nazionale jugoslava per le sfide contro Inghilterra e Italia, allora detentrice della Coppa Rimet.
Con i nostri colori dimostra come il calcio non sia mai soltanto gioco o competizione. È un fatto sociale totale, per dirla con Marcel Mauss: un contenitore di valori, simboli e identità capace di incidere sulla storia, sulla politica e sulla cultura. E in Croazia, già nel 1940, il pallone aveva cominciato a raccontare molto più di una semplice partita.

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