Un sentiero (quasi) dimenticato

Un sentiero (quasi) dimenticato

Una giornata soleggiata alla fine di un autunno estremamente piovoso, è la combinazione ideale per effettuare un percorso molto particolare, del quale ignoravo (stranamente) l’esistenza sino a poco tempo fa. Il tracciato che ho intenzione di percorrere (e che ho osservato soltanto al computer), si snoda attraverso un’area semiselvaggia, incredibilmente a due passi dalla città di Fiume. È, in realtà, una vecchia mulattiera che permette di penetrare in un carso tormentato, che altrimenti sarebbe difficile attraversare. L’itinerario inizia alla base delle propaggini al margine orientale della piana di Grobnico. Il sentiero sterrato appartiene ai resti di quello che fu il secondo settore della linea di fortificazione fatta erigere a partire dal 1937 dal generale sloveno Leon Rupnik, in contrapposizione al Vallo Alpino Orientale, noto anche col nome di Vallo del Littorio.
Bunker e cannoni
Questa linea, non ancora ultimata all’inizio del secondo conflitto mondiale, risultò immediatamente abbastanza inefficiente in quanto sin dalle prime avvisaglie fu subito chiaro che la tattica dello scontro imminente non sarebbe stata assolutamente di carattere statico. La zona carsica interessata, in quanto impervia, era anche disabitata, a parte qualche capanno di pastori e un paio di modeste casette sotto il monte Kamenjak ed era quindi priva di viabili, fatta eccezione per la Ludovicea, l’unica arteria che all’epoca collegava Fiume a Zagabria. I numerosi bunker, molti dei quali ancora intatti in epoca odierna, erano spesso affiancati da postazioni per i cannoni. Collocati in punti strategici, continuano a dominare il paesaggio a 360 gradi.
Le impronte nel fango
I resti di quello che ho intenzione di raggiungere oggi, oltre alla posizione, sono interessanti pure dal punto di vista delle mie esplorazioni naturalistiche, perché sovrastano la dolina geminata di Ponikve, che mi auguro sia colma d’acqua. Il fango fresco che copre a tratti la mulattiera, rivela il passaggio recente di alcuni abitanti del bosco, avvenuto probabilmente nottetempo. Ci sono, infatti, impronte di zoccoli di cervidi e di cinghiali, che si distinguono per la forma a portale (le prime) e a tenaglia (complete di unghie e speroni) le seconde.
Lo scortecciamento di vari alberelli è l’ulteriore conferma del passaggio di quelli più robusti. A una data altezza sono, infatti, ben visibili i segni dello sfregamento dei palchi. L’inverno ormai alle porte è il periodo in cui quest’attività è più frequente: il risultato è la caduta, tra febbraio e aprile, delle massicce strutture che i cervi maschi portano sul capo e che servono non solo da ornamento (per attrarre le femmine), ma anche da ottima difesa e arma da combattimento nella stagione degli amori.
Cinghiali, minaccia per l’ambiente
Le rimanenti tracce sono quelle di un altro abitante che riesce a destreggiarsi molto abilmente in questo lembo carsico particolarmente ostico. Si tratta del cinghiale, che vive in branchi molto nutriti (a parte i maschi solitari), cibandosi di ghiande, larve, insetti e tuberi che trova grufolando nel terreno. Molto prolifico e privo di un nemico naturale, si è riprodotto, negli ultimi decenni, in numero tale da diventare una seria minaccia per l’ambiente, tantoché è stato collocato nella lista delle cento specie più invasive. La colpa di un simile dissesto è, ovviamente, ancora dell’uomo, che l’ha reintrodotto un po’ dappertutto, senza prevedere le conseguenze di un simile atto.
Cervi e cinghiali condividono comunque un passatempo indispensabile e, tra l’altro, anche molto piacevole: negli imbuti tra i rilievi, il cui fondo risulta spesso impermeabile per l’accumulo di argilla, la formazione di pozze fangose (insogli) permette loro di rotolarsi a volontà per rinfrescarsi e, soprattutto, per liberarsi di zecche e pulci, i parassiti naturali che infestano il loro pelo nella stagione calda.
Niente tracce umane
Il bosco termofilo, ricco di querce tomentose, carpini e tigli selvatici relativamente bassi per la carenza d’acqua, ma abbastanza folti, cela anche parecchie specie d’uccelli i cui nidi diventano ben visibili proprio adesso, alla caduta delle foglie. Dalla loro foggia e dai materiali impiegati, gli ornitologi sono capaci di risalire talvolta anche alla specie che li costruisce. Noto però l’assenza di tracce umane; la vegetazione che a tratti invade la mulattiera e i segni abbastanza sbiaditi del percorso che raggiunge la cima del colle di Kičerina, sovrastante il gigantesco imbuto di Ponikve e, successivamente, il minuscolo paese di Plosna, denotano un transito assolutamente sporadico.
Eruzioni… idriche
Procedendo lungo l’ultimo tratto della dorsale, la macchia si dirada; a ovest si presenta, in tutta la sua imponenza, il massiccio del Monte Maggiore, mentre a nord compare quello dell’Obruč. Le tre cime del Kamenjak torreggiano invece a nord est, mentre in direzione sud salta subito agli occhi la distesa luccicante del lago a scomparsa di Ponikve.
È infatti proprio questa la stagione migliore per osservare un fenomeno carsico eccezionale: una dolina il cui fondo è in gran parte colmato dallo scaturire delle acque provenienti dalla piana di Grobnico, che successivamente vanno a scaricarsi nella baia di Buccari, dopo essersi nuovamente insinuate nel sottosuolo. Anche se non si percepisce il frastuono delle acque in tumulto, con il cannocchiale sono ben visibili i punti in cui il carso erutta letteralmente il flusso che poi si placa verso l’area in cui avvengono la raccolta e il processo di inghiottimento.
L’antico castelliere
La piattaforma sterrata che ospita i resti del bunker costituisce un belvedere eccezionale dal quale, oltre al golfo e le isole, si possono ammirare in lontananza anche le propaggini del Velebit. A nord est, l’antico castelliere di Plosna, risalente all’età del bronzo, cattura anch’esso la mia attenzione. Ecco un altro sito interessante da rivisitare in inverno, quando la vegetazione spoglia permette di individuare bene i resti delle mura, mentre al suolo, tra l’erba secca e rada, emergono i cocci di ceramiche preistoriche.
I guerrieri liburnici
Tornata al punto di partenza, il silenzio del Carso viene interrotto bruscamente dai rumori provenienti dalla cava di pietra di Soboli. Anche i segnali si perdono in prossimità della strada che mi riporta al punto di partenza. Li ha cancellati il gigantesco scavo che ha ingoiato pure parte della collina. Sarà forse per questo che il percorso è sconosciuto ai più o il motivo sta nel fatto che i punti di vedetta ormai non interessano più a nessuno? I guerrieri della stirpe dei Liburni e tutti gli altri innumerevoli combattenti che hanno scrutato dalle cime dei rilievi carsici gli eventi bellici nel corso della Storia, sono ormai solo un lontano ricordo. In ogni caso, ne guadagna sicuramente l’ambiente, il quale, cinghiali a parte, è rimasto intatto come quello esistente migliaia d’anni fa.

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