Un messaggio dai vulcani

Tsunami Le faglie marine in movimento nel nostro pianeta sono diverse. Negli Stati Uniti esiste grande apprensione tra i vulcanologi per la possibilità di una catastrofe che potrebbe accadere di fronte alla costa occidentale

Tempo fa ho seguito una conferenza che trattava un argomento estremamente interessante e che sicuramente rientra tra quelli che ricorderò per tutta la vita. Devo dire che, in un certo senso, mi ha fatto rinverdire le conoscenze apprese al tempo degli studi. Il tema della conferenza era l’esistenza di uno dei più misteriosi vulcani che si nascondono nel Mediterraneo: precisamente nelle profondità abissali del Mar Tirreno. E sì, perché dovete sapere che questo vulcano, oltre ad essere enorme, fa parte di un gruppo attivo che si trova nell’area e che viene tenuto d’occhio dai vulcanologi dell’Istituto Italiano di Geofisica e Vulcanologia. Si tratta del vulcano sottomarino battezzato Marsili, dal nome di Luigi Marsili, scienziato italiano del 1700. Gli scienziati e i geologi lo considerano un vulcano pericoloso. Infatti, è ancora attivo, come lo sono i suoi fratelli Palinuro ed Etna.
Il Marsili è alto più di 3.000 metri e raggiunge con il suo cono i 450 metri sotto il livello del mare. Ha un’estensione vastissima a nord delle Isole Eolie e i geofisici sono concordi nel ritenere criticamente che possa provocare dei cedimenti di milioni di metri cubi di mare, che, qualora entrasse in eruzione, potrebbero schiantarsi in forma d’onda sulle coste. Nel caso dovessero cedere strutturalmente, questi milioni di metri cubi di mare finirebbero per abbattersi sulle coste occidentali dello Stivale, su quelle della Sicilia, della Sardegna, della Corsica, sui litorali della Francia, della Spagna e del Nord Africa. Chissà quali altri territori verrebbero interessati da uno tsunami di rimando che interesserebbe perfino le sponde adriatiche. È inutile dire che tali litoranei non sono stati ancora predisposti per le contromisure in difesa di uno tsunami e tutto ciò sarebbe terrificante anche se non abbiamo ben chiara la portata dei danni che potrebbero patire, ma che certamente andrebbero a sommarsi alla morte di centinaia di migliaia di abitanti delle zone costiere e certamente anche di quelle interne. Non possiamo prevedere una tragedia così enorme, ma possiamo benissimo farci un’idea ricordando lo tsunami nell’Oceano Indiano, che ha colpito le coste thailandesi, quelle indiane e quelle maldiviane, e quello del Pacifico che ha distrutto molte isole del Giappone.
Il «paradiso perduto»
È per questo motivo che ho scelto di parlarvi di uno tsunami che i giornali hanno raccontato nominandolo del “paradiso perduto”. Lo voglio descrivere anche per un fatto di paragone. La grande onda assassina del dicembre del 2004, generata da quello che viene ricordato come uno dei più grandi terremoti della storia moderna del nostro pianeta, oltre ad aver sconvolto la vita di milioni di persone, ha generato un insieme di tragedie naturali delle quali non siamo ancora pienamente coscienti. Siamo inorriditi dallo scenario offerto dalla grande onda che si abbatteva sulle abitazioni e sulle spiagge del sudest asiatico. Ci hanno colpito gli sconvolgimenti che la “meccanica” di questa forza naturale ha provocato. Abbiamo assistito a dolori umani paragonabili soltanto a quelli provocati dai grandi conflitti. La grande tragedia che ha colpito le coste dell’Oceano Indiano ha anche un risvolto di enorme “crudeltà” ambientale, i cui risultati si sono dimostrati negativi per l’equilibrio degli ecosistemi marini di una zona immensa di quel mare. Assistere alla forza di un’onda creata dal movimento sismico è uno spettacolo incredibile. L’uomo vive da sempre in equilibrio con la natura del posto. Anche se precariamente, le popolazioni costiere dell’arco interessato dallo tsunami – dall’Arcipelago delle Maldive all’Isola di Sri Lanka e dal Golfo del Bengala fino alla Thailandia –, sono sopravvissute grazie ai flussi turistici che danno loro da vivere. Parliamo di un ecosistema dagli incroci favolosi, dove la vita animale esplode in maniera prepotente, grazie proprio alla conformazione delle barriere coralline che creano gli atolli e che proteggono milioni di specie tropicali. Prima della tragedia dello tsunami, gli arcipelaghi e gli atolli di quella parte dell’Oceano Indiano erano la meta non soltanto degli amanti della natura, ma anche di spedizioni naturalistiche che desideravano studiare un tipo di ecosistema integro e assolutamente incontaminato. Le amministrazioni locali e i diversi governi avevano infatti istituito molte zone protette e molte riserve marine con l’intenzione di preservare l’habitat e poterlo così meglio sfruttare turisticamente, con il controllo dei biologi marini.
La bellezza sconosciuta
Nel corso di una visita alla barriera corallina attorno alle isole Andamane, situate a nord-ovest della costa thailandese, abbiamo realizzato immagini che hanno fatto il giro del mondo, non solo per la spettacolarità di quell’ambiente sommerso, ma anche e soprattutto perché eravamo riusciti a documentare incredibili forme di vita subacquea e spettacolari situazioni che riguardavano alcuni abitanti di questi fondali. Alcune forme di vita, per la loro particolare abilità nel mimetizzarsi e trasformare il loro aspetto in simbiosi con l’habitat sono state scoperte solamente a posteriori, dopo l’analisi del materiale fotografico. Alcune erano addirittura sconosciute alla scienza. Le isole Andamane sono un vero paradiso ancora da scoprire, situato nella direttrice ad arco vicino alle consorelle isole Nicobare, tra l’estuario del fiume birmano Irawadi e la grande Isola di Sumatra e sono formate da un insieme di atolli circondati da una barriera corallina tra le più belle e selvagge del mondo. È un habitat ancora unico che contrasta con le barriere coralline di fronte alla thailandese Phuket, sempre frequentata da un turismo di massa.
Le Andamane sono formate da circa 500 isole, poco conosciute e non facilmente raggiungibili per un turismo organizzato. Mantengono nel loro habitat della barriera le condizioni ottimali per la fauna sommersa. Forse ora occorre considerare, anche a distanza di tempo, la precarietà di quell’habitat dopo aver constatato l’enorme danno procurato dallo tsunami in un fondale come quello, che vive a poca profondità. L’unica certezza, purtroppo, è che la popolazione autoctona delle Andamane, gli Jarawa, che abitano l’interno della foresta pluviale non sono riusciti ad evitare completamente il dramma.
Una loro leggenda predice che la fine del mondo avverrà a seguito a un enorme maremoto e non c’è da stare allegri pensando che le onde generate da uno tsunami possono raggiungere anche velocità superiori ai 700 chilometri all’ora. Nell’incontrare fondali bassi come quelli attorno agli atolli e in prossimità delle coste, acquistano potenza e aumentano in altezza. È una forza terribile di risucchio che genera uno sconvolgimento incredibile. Non resiste nulla alla forza delle onde di tale genere. Pensate alle nostre coste se il vulcano Marsili dovesse svegliarsi!
I coralli soffocati
Ma ritorniamo a ciò che è successo in Oriente; milioni di pesci, molluschi, larve, novellame e forme coralline sono stati rimossi dal loro habitat, mentre tutto ciò che è stato divelto dal territorio emerso è stato scaraventato sulla barriera, rimanendo incastrato tra i coralli che sono stati così soffocati. Un danno enorme dunque, per non parlare di ciò che è successo alla popolazione di quei territori. Questo è lo tsunami. Lo stesso arcipelago delle famose Maldive ha risentito enormemente del dramma. Diverse isole e diversi atolli di recente formazione sono scomparsi, cancellati dallo tsunami che ha così contribuito a indebolire le protezioni delle altre isole dall’erosione dell’Oceano. Gli atolli e le coste tropicali, al limitare delle spiagge, sono generalmente l’habitat ideale per le foreste delle mangrovie, alberi folti che crescono affondando le loro radici nel mare e le cui chiome ospitano numerosissime specie e nidi di uccelli. Le mangrovie formano zone lussureggianti soprattutto nei tratti più selvaggi. “Lo tsunami ha zittito all’improvviso le grida degli uccelli”, mi ha raccontato una persona e questa sua frase mi ha colpito molto. “I genitori si sono levati in volo dai nidi mentre i piccoli – mi ha detto ancora per rendere meglio l’idea – finivano travolti dall’acqua morendo miseramente annegati”. Ne sono morti a milioni assieme a una generazione di uomini e di altri animali. Questa è certamente una situazione che vede la menomazione di un tassello essenziale inserito nel contesto di un’epidemia precaria e povera di fronte a un dramma umano che potrebbe accadere in presenza di popolazioni anche più progredite, ma che sicuramente verrebbero colpite nell’imbarazzo di una catastrofe distruttiva provocata da uno tsunami di enorme potenza.
L’apprensione negli Stati Uniti
Le faglie marine in movimento nel nostro pianeta sono diverse. Negli Stati Uniti esiste grande apprensione tra i vulcanologi per la possibilità di una simile catastrofe che potrebbe accadere di fronte alla costa occidentale degli USA, per la forza di uno tsunami che toccherebbe anche le coste dell’Alaska, del Giappone e della Corea. Dunque, i disastri sarebbero sicuramente ampliati in un modo che è difficile immaginare con certezza, ma che sicuramente provocherebbe una grande paura, oltre che in una totale distruzione della vita e delle attività. Le terre invase dal mare difficilmente potrebbero venire coltivate per molti anni; dunque, non soltanto l’ambiente marino subirebbe modifiche e trasformazioni significative tra la fauna, ma si noterebbe anche una diversificazione di molte specie floreali, nonché la modifica seria ed evidente dei fondali costieri lungo migliaia di chilometri. Sta ora alle varie organizzazioni mondiali studiare i modi per impedire che un simile disastro possa incrementare la distruzione di un patrimonio socio-naturale tra i più significativi del nostro pianeta. Anche se personalmente ho dei seri dubbi che questo avverrà.

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