Macedonia, un confine che respira

TRA FANTASIA E REALTÀ Matteo, giovane reporter freelance, sentì un brivido che non era freddo, ma anticipazione. Ogni volta che arrivava in un Paese nuovo, provava quella sensazione di sospensione, come se per qualche ora il tempo non appartenesse più a nessun calendario. Stavolta si trovava a Struga e Ocrida

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Macedonia, un confine che respira
La piazza centrale di Ocrida. Foto Ivana Precetti

Quando l’aereo toccò terra a Skopje, il cielo aveva il colore spento dell’alluminio e un vento sottile scendeva dai monti Šar. Matteo sentì un brivido che non era freddo, ma anticipazione. Ogni volta che arrivava in un Paese nuovo, provava quella sensazione di sospensione, come se per qualche ora il tempo non appartenesse più a nessun calendario. Aveva trentadue anni e una valigia leggera, dentro la quale convivevano un taccuino, una macchina fotografica e due camicie sempre stropicciate. Lavorava come giornalista freelance per una rivista di viaggi italiana che continuava, ostinatamente, a credere nella parola scritta. Da anni cercava di costruirsi un nome, ma più andava lontano, più aveva la sensazione che i luoghi gli scivolassero tra le mani come sabbia.
Il suo editor, un uomo pragmatico, gli aveva proposto la Macedonia del Nord come meta per un reportage estivo. Gli aveva detto soltanto che lì, tra le montagne e i laghi, sopravviveva una parte d’Europa dimenticata, sospesa tra oriente e occidente. Matteo, incuriosito, non aveva esitato. Dall’aeroporto prese un autobus verso sud. Il paesaggio scorreva lento dietro il vetro: campi di girasoli, colline di un verde impolverato, villaggi con minareti e tetti rossi. Ogni tanto apparivano anziani seduti su sedie di legno davanti alle case, come sentinelle del tempo. Le insegne dei negozi alternavano l’alfabeto cirillico a quello latino, e Matteo pensò che in quei caratteri diversi si nascondeva già una storia di convivenza e frattura. Il viaggio durò ore. Quando il lago di Ocrida apparve per la prima volta, era tardo pomeriggio. L’acqua brillava come un metallo antico, e le montagne albanesi, sull’altra sponda, sembravano galleggiare nel cielo. Matteo provò una forma di rispetto immediato, come se quella distesa liquida custodisse un ordine che l’uomo non poteva comprendere del tutto. L’autobus si fermò a Struga, una cittadina adagiata dove il lago si apre nel fiume Drin Nero. Scese e rimase per un momento immobile, respirando un’aria che sapeva di legno umido e pane. Tutto intorno, la vita sembrava procedere senza fretta: barche ormeggiate al molo, bambini che lanciavano sassolini, donne che chiacchieravano sedute davanti alle porte.

Struga, la città del fiume
Matteo trovò alloggio in una pensione chiamata Villa Kalina, una casa di pietra con una veranda ombreggiata da una vite. I proprietari, una coppia anziana, gli offrirono subito un bicchiere di rakija e un piatto di pita calda. Parlavano un misto di lingue: macedone, albanese, qualche parola di italiano imparata da un turista negli anni Settanta. Lui non capiva molto, ma intuiva tutto: in quel gesto c’era il senso dell’accoglienza balcanica, una gentilezza che non chiedeva spiegazioni. Passò i primi giorni a osservare. Struga si rivelò come un piccolo microcosmo: la città del fiume, come la chiamano i suoi abitanti, un luogo dove il Drin esce dal lago e divide la vita in due metà. Le case basse costeggiavano il corso d’acqua, e ogni ponte sembrava un punto d’incontro tra mondi. La mattina, il mercato si riempiva di voci: venditori di miele, di formaggio bianco, di pesce essiccato. Le donne portavano foulard colorati e ridevano forte. I bambini correvano tra le bancarelle, inseguendo gatti magri. Matteo camminava con la macchina fotografica al collo, ma scattava poco. Aveva capito che quel luogo non si lasciava catturare con un’immagine, ma solo con la pazienza. Si sedeva nei caffè affacciati sul fiume, dove uomini anziani fumavano sigarette sottili e discutevano di politica o di calcio. Dalle radio uscivano melodie slave, malinconiche e dolci. Annotava tutto nel taccuino: i gesti, le luci, il modo in cui le persone si salutavano. Scrisse che Struga era un luogo che esisteva in un tempo obliquo, né antico né moderno, dove la vita non aveva urgenza di definirsi.
Un pomeriggio conobbe un professore di liceo, un uomo magro con un cappello di feltro, che gli parlò della complessità culturale della regione. Gli spiegò che Struga era abitata da macedoni ortodossi, albanesi musulmani e poche famiglie turche. Matteo ascoltava, pensando a quanto quella miscela di religioni e lingue potesse essere fragile altrove e quanto invece lì sembrasse naturale. Scoprì che a fine agosto la città ospitava il Festival Internazionale di Poesia di Struga, uno dei più antichi d’Europa. Poeti di ogni parte del mondo si radunavano sulle rive del Drim per leggere versi al tramonto. Gli raccontarono che un tempo le letture avvenivano in barca, mentre il fiume portava via le parole verso l’Albania, come un messaggio oltreconfine. Matteo pensò che quella fosse la più bella metafora di convivenza che avesse mai sentito: la poesia come linguaggio che non conosce dogane.
Nei giorni successivi visitò i dintorni. A pochi chilometri, nel villaggio di Vevčani, scoprì sorgenti d’acqua pura che scendevano dal monte Jablanica. Gli abitanti del posto le consideravano sacre e raccontavano che chi ne beveva un sorso portava con sé la benedizione del lago. Matteo rimase colpito dalla vitalità di quel piccolo centro, famoso per un Carnevale satirico che sopravviveva anche ai tempi della Jugoslavia. Annotò che il senso dell’ironia, nei Balcani, era una forma di libertà. Ogni sera tornava alla pensione con la sensazione di avere appena iniziato a capire. Sul taccuino scrisse che Struga era un luogo dove la storia non si leggeva nei libri, ma negli occhi delle persone. E che il lago, visibile in lontananza, sembrava osservarlo come una presenza viva, paziente, in attesa. Lasciò Struga una mattina di luglio, quando l’aria aveva ancora la trasparenza delle prime ore. Un taxi collettivo lo portò lungo la strada che costeggia il lago. La distanza tra Struga e Ocrida è breve, ma il viaggio gli sembrò lungo. Il paesaggio si apriva in una dolcezza inattesa: ulivi contorti, fichi selvatici, colline che scendevano fino alla riva come animali addormentati. Il lago, a tratti invisibile dietro le curve, appariva poi all’improvviso, immenso e silenzioso. La superficie era così limpida che si potevano contare le pietre sul fondale, eppure sotto di essa, Matteo sapeva, si celava un mistero geologico antico di milioni di anni.
Aveva letto che il lago di Ocrida è uno dei più antichi del mondo, un bacino che risale all’era glaciale e che conserva specie endemiche di pesci e piante. Era, in un certo senso, una reliquia vivente del pianeta, un frammento d’acqua che aveva attraversato il tempo. Pensò che quella sopravvivenza silenziosa fosse una lezione di equilibrio: in un’epoca in cui tutto cambia freneticamente, quel lago aveva scelto di restare fedele a sé stesso. Si fermò più volte lungo la strada. Scattò fotografie: pescatori che rammendavano le reti, donne che stendevano lenzuola bianche sui muretti, vecchie barche in legno scolorito. In alcuni punti la riva era punteggiata di monasteri e piccole chiese ortodosse, costruite in pietra grezza e protette da cipressi. Ogni luogo sembrava custodire un frammento di silenzio, un dialogo continuo tra l’acqua e la montagna.
Vicino al villaggio di Kališta visitò un monastero costruito in parte nella roccia. Le icone annerite dal tempo emanavano una luce dorata, e sulle pareti restavano affreschi bizantini che raffiguravano santi dai volti severi. Matteo rimase a lungo a osservare quei colori sopravvissuti ai secoli. Gli parve che la fede, lì, non fosse un atto di devozione ma un respiro naturale, una forma di continuità tra l’uomo e la pietra. Proseguendo verso sud, si fermò in un piccolo caffè affacciato sull’acqua. Rimase seduto a lungo, osservando la calma con cui la vita si muoveva intorno a lui. Pensò che il lago di Ocrida non fosse solo un luogo geografico, ma un modo di esistere: una lentezza densa, un tempo che si dilata fino a confondersi con la memoria. Ogni cosa – una barca che scivolava sull’acqua, il vento tra gli alberi, la voce lontana di un canto – sembrava partecipare a un equilibrio invisibile. Quella sera raggiunse Ocrida, la città antica. La vide da lontano, arrampicata su una collina che domina la riva orientale, con le sue case bianche, i tetti di tegole rosse e le mura medievali che discendevano fino al porto. Quando entrò nella città vecchia, il sole stava calando, e le ombre degli ulivi si allungavano sui ciottoli. L’aria odorava di pietra calda e acqua dolce.

Le vie di Struga. Foto Ivana Precetti
Il fiume Drin Nero che attraversa Struga. Foto Ivana Precetti

Ocrida tra epoche diverse
Ocrida si rivelò fin da subito come un luogo stratificato. Ogni strada sembrava portare in un’epoca diversa: case ottomane con balconi in legno, resti romani, chiese bizantine, monasteri medievali. Era come camminare in un archivio vivente, dove il passato non era un ricordo ma una presenza che ancora respirava.
Il mattino seguente Matteo si svegliò presto e salì verso la collina di Plaošnik. Da lì la vista si apriva su tutto il lago, che a quell’ora assumeva tonalità d’argento e turchese. Visitò la chiesa di San Clemente e Pantaleone, restaurata con cura dopo secoli di distruzioni. Le pareti interne raccontavano la storia della scrittura cirillica, nata proprio in quella regione per opera dei santi Clemente e Naum, discepoli di Cirillo e Metodio. Matteo rimase colpito da quella scoperta: in quella piccola città sul lago era nata la lingua che ancora oggi unisce milioni di persone in tutto il mondo slavo. Camminando tra i resti dell’antica università monastica, immaginò i giovani discepoli che trascrivevano testi religiosi su pergamene, mentre fuori il lago scintillava nello stesso modo di ora. Pensò al paradosso del progresso: quanto del mondo moderno, tecnologico e rumoroso, era nato da gesti lenti come quello di tracciare una lettera su un foglio.
Continuò il suo itinerario verso la Cattedrale di Santa Sofia, un capolavoro dell’arte bizantina con affreschi dell’XI secolo. L’interno era pervaso da una luce dorata che filtrava da piccole finestre. Matteo si fermò a osservare i volti dei santi, notando che alcuni erano stati cancellati durante l’epoca ottomana, quando il tempio fu convertito in moschea. Quei volti abrasivi lo commossero: erano la testimonianza di come la fede e la storia si fossero intrecciate, distrutte e ricomposte più volte. Scrisse che Ocrida era come un palinsesto, una pergamena dove ogni epoca aveva lasciato la propria traccia, senza cancellare del tutto le precedenti. Nel pomeriggio percorse il lungolago, un viale animato da venditori ambulanti e artisti di strada. Lì il turismo moderno conviveva con la quiete antica della città. Sentì parlare inglese, tedesco, albanese, macedone. Gli sembrò che quella miscela di lingue rispecchiasse il passato cosmopolita dei Balcani, un mosaico fragile ma sorprendentemente resistente.
Si spinse fino al porto, dove pescatori anziani riparavano le reti e barche di legno colorate ondeggiavano sull’acqua. Si sedette su una panchina e rimase a lungo a osservare. Nei giorni seguenti visitò anche il monastero di San Naum, a circa trenta chilometri a sud della città, vicino al confine con l’Albania. Il complesso sorgeva su un promontorio verde, circondato da sorgenti che alimentano il lago. L’acqua, lì, aveva una trasparenza quasi ipnotica, e il canto delle rane si mescolava al suono delle campane. Matteo rimase a lungo in silenzio, osservando i pellegrini che entravano nella chiesa per toccare la tomba del santo. Si diceva che, avvicinando l’orecchio, si potesse udire ancora il battito del suo cuore. Annotò sul taccuino che quella leggenda, vera o meno, rappresentava la continuità spirituale di un popolo che aveva imparato a sopravvivere attraverso la fede e la pazienza. Gli venne in mente che forse ogni luogo sacro non è che una forma di ascolto: il tentativo di percepire, nel rumore del mondo, un battito ancora vivo.
Tornando verso Ocrida, il paesaggio gli sembrò mutato. Il lago non era più un semplice specchio, ma un interlocutore silenzioso. Aveva la sensazione che quel corpo d’acqua lo stesse scrutando, come se volesse capire chi fosse e cosa cercasse. Ogni sera, seduto su una terrazza che dominava la baia, scriveva le sue note per l’articolo. Ma il testo che ne usciva non aveva la forma di un reportage classico. Era piuttosto una meditazione sul tempo, sulla memoria e sull’identità. Si rendeva conto che il viaggio stava cambiando la sua percezione del mondo: non era più solo un osservatore, ma parte di ciò che osservava.

Gite in barca sul lago di Ocrida. Foto Ivana Precetti

L’incontro con Elena
Matteo la incontrò ufficialmente la prima volta lungo il lungolago di Ocrida, vicino al porto vecchio. La ragazza era intenta a disegnare il profilo delle case bianche e dei tetti rossi, con una concentrazione che sembrava sospesa nel tempo. Indossava un vestito color malva che si muoveva piano nel vento e i capelli erano raccolti in una treccia. Sembrava che la luce del lago si fosse posata su di lei per riflettersi meglio nel suo disegno. Elena era di Bitola, ma trascorreva i mesi estivi a Ocrida, dove insegnava pittura ai bambini. La sua presenza fu immediatamente un richiamo per Matteo: non una protagonista della storia, ma un’eco continua, un elemento che rendeva i luoghi più vivi. L’attenzione che poneva nel disegno gli ricordava quanto spesso, nei luoghi nuovi, si rischiasse di vedere solo superficialmente. Elena osservava e restituiva ciò che osservava con pazienza e delicatezza.
Nei giorni successivi si ritrovarono spesso, senza appuntamenti. Camminarono tra le vie acciottolate, visitarono botteghe di artigianato, e si sedettero su panchine a osservare le barche. Matteo la seguiva con discrezione, annotando nel taccuino frammenti di conversazioni, gesti, modi di sorridere. La giovane artista gli insegnava alcune parole in macedone, mentre lui cercava di trascrivere il suono delle canzoni popolari che udiva sul lungolago. Attraverso Elena, Matteo percepì la vita di Ocrida in un modo più intimo. Non era più solo la città storica, il lago antico o le chiese bizantine: era anche il filo sottile delle persone che vi abitavano, dei rapporti umani e delle piccole storie quotidiane. Annotò sul taccuino che la vera narrativa di un luogo non nasce solo dai monumenti o dalle leggende, ma dall’incontro tra sguardi che imparano a riconoscersi.

Il monastero di San Naum a Ocrida. Foto Ivana Precetti

Tra passato e presente
Nei giorni seguenti Matteo dedicò tempo a esplorare la regione intorno al lago. Camminò lungo sentieri poco battuti, attraversò piccoli villaggi, scoprì fonti naturali e vecchi mulini abbandonati. Incontrò pescatori che gli raccontarono le loro abitudini, sacerdoti che gli spiegavano la storia dei monasteri, e anziane donne che parlavano di ricette antiche. Ogni volta percepiva che il confine tra passato e presente, tra tradizione e modernità, era più labile di quanto avesse immaginato. Ocrida, così vicina all’Albania eppure immersa nel mondo slavo, gli appariva come un crocevia invisibile. Il lago, antico e immobile, era testimone di lingue, culture e religioni diverse. Matteo scrisse che la convivenza dei popoli in quella regione non era il risultato di leggi o accordi, ma della quotidiana scelta di rispettare lo spazio dell’altro, di osservare senza interrompere, di partecipare senza sopraffare. Ogni sera tornava al taccuino e scriveva in forma quasi diaristica. Annotava non solo ciò che vedeva, ma ciò che sentiva: il peso delle pietre antiche sotto i suoi passi, il colore del cielo al tramonto, il suono delle campane che si alternava al canto degli uccelli. Era come se l’intero viaggio stesse diventando un laboratorio di percezione, un esercizio per allenare lo sguardo e l’orecchio alla vita dei luoghi.
L’estate volgeva al termine. Le giornate si accorciavano e l’aria del mattino portava un brivido più fresco. Elena accennò che presto sarebbe tornata a Bitola per riprendere le lezioni, e Matteo avvertì che anche lui doveva prepararsi alla partenza. Nonostante la malinconia, non provò fretta. La consapevolezza che ciò che aveva vissuto era già un’esperienza completa lo confortava. L’ultimo giorno salì sulla collina che dominava Ocrida e il lago. Da quella prospettiva, la città appariva come un mosaico di luci, pietre e ombre, e l’acqua scintillava di riflessi dorati. Lesse di nuovo le pagine del taccuino: descrizioni, annotazioni storiche, leggende, piccoli ritratti di persone, e in mezzo tracce più intime: il sorriso di Elena, il profumo dell’acqua al mattino, la musica lontana del mercato. Prima di lasciare la città, cercò Elena al laboratorio di pittura, ma trovò solo la porta chiusa. Sulla maniglia c’era un piccolo foglio scritto a matita, un ringraziamento per aver guardato il lago con i suoi occhi e la constatazione che certe storie non si scrivono, ma si vivono. Matteo strinse il foglio tra le mani, come un segreto prezioso da custodire. Salì sull’autobus per Skopje. Dal finestrino osservava il lago allontanarsi lentamente, le montagne, i villaggi, i ponti sul Drin. Scrisse l’ultima frase del reportage sul taccuino: Forse il viaggio non serve a trovare risposte, ma a imparare a restare in ascolto dei luoghi che non vogliono essere spiegati.
Il lago tornò calmo, come se nulla fosse cambiato. Eppure, in quella calma, Matteo percepiva la trasformazione profonda del suo sguardo: il mondo non era più solo una mappa da attraversare, ma un insieme di memorie, di storie delicate e di incontri che restano, anche quando il viaggiatore se ne va. Da qualche parte, tra Struga e Ocrida, Elena continuava a disegnare, e l’acqua continuava a cambiare colore prima che potesse finirla. Matteo sapeva che il lago e quella ragazza sarebbero rimasti con lui, come un filo invisibile che lega i luoghi alle persone, e che il suo viaggio, in fondo, era appena cominciato.

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