Testimonianza di un meraviglioso Mondo Piccolo italiano

Un ritorno alle origini nella campagna emiliana diventa l’occasione per incontrare il mondo di Antonio Ligabue, artista fragile e geniale, simbolo di un’Italia autentica. Un racconto di appartenenza, emozioni e bellezza nella terra del Po

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Testimonianza di un meraviglioso Mondo Piccolo italiano
L’arte di Antonio Ligabue su un murale. Foto Mirta Tomas

Non so se riuscirò a trasmettere, nelle righe che seguiranno, la ripetuta meraviglia che rinasce in me ogniqualvolta ritorno nella terra dei miei avi materni. Ci ho vissuto pure per un breve ma intenso e fortunato periodo della mia vita, che mi ha segnato per sempre, riunendo il passato al presente, in cui mi sono riappropriata dell’identità italiana. Circa un anno fa avevo dedicato due articoli a un volo che mi ha portato molto in alto, sul monte Albergian, nelle Alpi Cozie, dove ho trovato il calore di casa, tra il genepy e il gofri, in una delle valli occitane. Quest’anno, alle Alpi si avvicina la Bassa, i miei due meravigliosi mondi piccoli italiani.
In questo breve testo cercherò di condensare le impressioni legate al mio ultimo viaggio di ritorno nella Bassa. Parlo della Bassa Reggiana, per la precisione, la terra di mia mamma, dei miei nonni, della famiglia italiana che ho conosciuto nella vita adulta, trent’anni fa. L’incontro con la famiglia, la nostra grande Mamma, con il corpo fragilissimo e lo spirito sempre giovane e forte. Novantatré primavere vissute tra la Bassa e la Dalmazia.

L’incontro a Gualtieri

Un’immagine ancora viva: intorno al tavolino di legno, nel cortile della Casa Museo, risento la storia narrata sulla vita di Antonio Toni Ligabue, a Gualtieri, circa una settimana fa. Un incontro con Giuseppe Caleffi, direttore della Casa Museo Antonio Ligabue, che con le sue parole ha dimostrato tutto l’affetto che lo lega al grande artista. Attraverso alcuni aspetti ed episodi della vita di Antonio Ligabue, mi avvicinerò non solo alla persona, ma anche a un Mondo Piccolo italiano, quello che l’artista ha rappresentato nei suoi innumerevoli dipinti.
L’introduzione è dedicata al mio viaggio, allo sguardo che passa dal cielo azzurro, sovrastante la pianura aperta nelle sue immense verdi distese di campi di granoturco, ai balloni di fieno a cui il sole dona una doratura solenne e vivace; dalla strada sull’argine alle vie interne di un borgo ricco di storie mai raccontate. Siamo nel mese di luglio e ci troviamo nella campagna emiliana, dove tutto è coltivato e ordinato, esprimendo nelle forme quella tipica accoglienza emiliana, calma e serena. Gli scenari mi riportano in quel paesino, o meglio borgo, dal pittoresco cuore cinquecentesco. Porta il nome di Gualtieri, noto per la sua piazza Bentivoglio e per essere stato la casa di uno dei più particolari artisti italiani, Antonio Ligabue. Molti riconosceranno il cognome di un altro artista emiliano, dalla forte espressività musicale, Luciano Ligabue. Potremmo dire che poco li collega, oltre al fatto di appartenere allo stesso territorio e di possedere importanti talenti artistici. Tuttavia, oserei avvicinare, come lo faccio di solito, le immagini dei dipinti, definiti naïf, del primo Ligabue alle immagini create nei testi delle canzoni rock del secondo Ligabue. Due visioni autentiche messe a confronto, per riconoscere i loro tratti comuni. Quelli emiliani e non solo.

Uomo e artista incompreso

Mi trovo a Gualtieri, il borgo che è stato per molti anni la casa di Antonio Ligabue. Nella piazza Bentivoglio, vicino al Bar Teatro che racconta altre storie. Quella che sto per narrare parte dal fondatore longobardo Gualtiero. Dal VII secolo, quando fu fondato, dopo più di un millennio il borgo accolse Antonio Ligabue, l’artista nato nei territori germanici, a Zurigo, nel 1899. Antonio Ligabue, dal vero nome Antonio Laccabue, era nato in Svizzera, in una famiglia disfunzionale. Fin dalla nascita gli sono mancati gli affetti umani. Il suo primo cognome fu Costa: Antonio Costa, figlio di un’emigrata veneta, Elisabetta Costa, ragazza madre, e di padre sconosciuto. Nel nome un destino: Sant’Antonio, santo protettore degli animali. La madre si unisce in matrimonio due anni dopo con Bonfiglio Laccabue, emigrato da Gualtieri, che legittima il piccolo Antonio e gli dà il suo cognome. Alcuni storici lo considerano il padre naturale, ma in assenza di dati rimane solo una supposizione. Il bimbo, però, venne dato in adozione a una famiglia svizzera, a causa delle condizioni precarie in cui la famiglia Laccabue viveva. L’esperienza scolastica fu altrettanto tribolata e lo portò a una scuola differenziale e a diversi istituti ai quali non riuscì ad adattarsi. Le cartelle scolastiche e cliniche rivelano però il suo straordinario talento artistico. Alla scuola,
Antonio Ligabue preferiva i boschi, le campagne e i suoi animaletti. Questa preferenza per il mondo animale rimarrà forte e viva in lui per tutta la vita. Un’infanzia molto sofferta e una vita piena di incomprensioni da parte del mondo esterno, a cui lui, da solo, ha cercato di dare una risposta con valori nobili attraverso la sua arte: la scultura e la pittura. Trasferitosi nel 1919 a Gualtieri, paese del padre, partecipò alla costruzione dell’argine sul fiume Po e si dedicò alla vita contadina, tra cui anche alla coltivazione dell’uva fogarina. All’arrivo non conosceva l’italiano e parlava il tedesco svizzero; perciò veniva percepito come straniero ed esiliato. Da quel momento Ligabue, “lo straniero”, divenne portatore di problemi e disgrazie, oggetto di derisione e disprezzo. Una persona dalla corporatura asciutta, piuttosto bassa, dal volto patito, con la barba trascurata e dall’andatura svelta e veloce, spesso circondata dai suoi animaletti. Così si presentava ai suoi conterranei, che non andavano oltre l’apparenza e si limitavano a definirlo diverso e scomodo. Si faceva chiamare Toni e coloro che lo conoscevano bene sapevano della sua bontà e dell’introversione che spesso si ribellava al mondo esterno, il quale non riusciva a comprenderlo, affibbiandogli l’appellativo “Al Matt”, forse perché fu internato diverse volte in manicomio, a causa delle sue reazioni irruenti con cui rispondeva alle incomprensioni e alla cattiveria del mondo. Antonio Ligabue non era matto, ma solo disadattato, come la maggioranza degli artisti, vivendo in un’eterna ricerca tutta sua, verso una patria spirituale che potesse dargli conforto e pace. Si dimostrò generoso nella cura e nella bontà per il prossimo, i bambini in particolare, e nella ricerca dell’eleganza. Le raggiunse verso la fine della vita terrena insieme alla conversione spirituale. I bambini di allora lo ricordavano con questo pensiero, come “un signore con un gilè bianco come non se n’erano mai visti, il colletto alto a coprire il gozzo, la cravatta… se la passava bene”. Spesso e volentieri si ritirava nella golena del Po, “convivendo con gli animali che tanto amava, nella natura selvaggia quel tanto da poter immaginare foreste popolate da una fauna eterogenea, i soggetti dei suoi futuri dipinti”. Ligabue non era felice tra la gente e, in modo particolare, non sopportava il tossire, lo starnutire o il deglutire a tavola. Le sue reazioni erano sempre isteriche ed eccessive, portavano a un’autoesclusione sociale. Nel tempo si sono mantenute solide le amicizie con alcune famiglie, come quella di Giuseppe Caleffi, che lo ospitavano regolarmente nelle loro case, insieme alla golena, il suo “giardino zoologico”, dove conviveva con gli animali, li osservava, lontano dal consenso umano. Davanti a un casotto, un giorno d’inverno del 1929, lo incontrò Marino Mazzacurati, rappresentante del cubismo, dell’espressionismo e del realismo italiano, davanti a un fuoco, vestito con una vecchia divisa militare imbottita di paglia e fieno. In quell’incontro i due artisti si riconobbero. Ligabue, ammettendo di essere anche lui un artista, dimostrò la propria consapevolezza, che gli permetterà di superare le difficoltà nella vita. Qualcosa cambiò.
Dal primo periodo in cui si stabilì a Gualtieri, Ligabue si creava da solo i colori con quello che gli offriva la natura. Non poteva permettersi i colori a olio. Così usò le erbe, l’ortica in particolare, i fiori, la polvere dei mattoni per realizzare un rosso tipo “terra di Siena” e persino le feci dei piccioni mischiate all’urina. Mazzacurati lo invitò nella sua palazzina, ma l’arte di Toni e la sua potenza artistica, insieme alla sua ispirazione, non avevano bisogno di modelli o di scuole, ma forse solo di consigli sulle tecniche pittoriche.

Gli animali di Ligabue

In modo particolare, alcuni amici ricordano i conigli giganti di Fiandra, portati a Gualtieri da Ligabue e curati da lui in modo morboso. Molte sono le storie legate ai conigli che venivano ospitati da alcune famiglie locali perché Ligabue non aveva uno spazio in cui potesse tenerli. Nei periodi di fame, le bestiole subivano la loro triste sorte e spesso scomparivano nelle pentole dei contadini. Durante l’alluvione del torrente Crostolo a Gualtieri, nel 1951, moltissimi quadri e sculture di Ligabue scomparvero, andarono distrutti. Il Po entrò nel borgo dividendosi in torrenti e formando laghi nei quali galleggiavano i dipinti, creati con tanto amore e inghiottiti dalla furia dell’acqua. Ligabue si era recato su un tetto, in compagnia di alcuni conigli che aveva voluto salvare a tutti i costi. Con un coniglio in braccio, scivolò in acqua, ma fu salvato dai barcaioli perché non sapeva nuotare. Lo misero in salvo per poi recarsi per un breve periodo nella vicina Guastalla e ritornare qualche mese dopo a Gualtieri, iscritto nell’elenco dei poveri. Oltre al sussidio, gli fu assegnata una cameretta all’ospizio locale e un paio di zoccoli che rifiutò di portare con la frase dialettale “un artista as ga mia da metar i trocoi”, ovvero “un artista non deve portare gli zoccoli”, preferendo gli stivali “alla tedesca” che teneva puliti e lucidati. Sempre accompagnato dai suoi fedeli animali. Le testimonianze di allora rivelano l’abitudine di Toni di chiamare i cani “Tell”, che non era nient’altro che un nome comune con cui venivano chiamati i cani in Svizzera. E lui in Svizzera ci ritornava sempre, a partire dai suoi quadri, ma in realtà in Svizzera non ci tornerà mai più.
“I cavalli di Ligabue” sono “onesti lavoratori alla fine del loro ciclo storico. Possenti, conservano nella compostezza delle masse muscolari, nella tensione delle code, quell’energia indispensabile allo sviluppo della civiltà, costruita dall’arcaica attitudine dell’animale trasformata in disciplina”. Molti testimoni del suo tempo raccontavano dell’abitudine dell’artista di dormire “in piedi” per il suo amore per i cavalli o forse per trasformarsi, almeno nel sonno, in un amato cavallo. Altri riferiscono che quel suo modo di dormire era conseguenza della sua paura di morire nel sonno. Affascinante risulta la storia del dormire nella posizione verticale per non perdere l’ispirazione artistica. La verità, però, sta nel fatto che in quei tempi la medicina consigliava di dormire a letto seduti e non coricati, abitudine svizzera e nordica.
Nella sua arte gli amici animali diventano simboli della crudeltà del vivere. Alcuni dicono che, dopo Esopo, Ligabue è l’unico artista che usa come simboli gli animali per parlare degli uomini. Molti protagonisti dei suoi dipinti sono animali sconosciuti o esotici e non rappresentano solo un prodotto della sua mente. Ligabue si recava spesso nei musei locali, come lo Spallanzani di Reggio Emilia, per studiare gli animali imbalsamati. Visitava biblioteche e studiava i testi e le illustrazioni di altri artisti.
Nel suo esilio dal mondo umano, Ligabue non si limita solo allo studio degli animali. Impara a leggere e scrivere la lingua italiana, da autodidatta. In solitudine Ligabue inventa e costruisce la sua arte.
Ligabue possedeva una dote particolare nella comunicazione con gli animali. “Provava per loro un amore fortissimo e su tutti esercitava uno straordinario potere. Mazzacurati ricorda che, in seguito al trasferimento di Toni nella fattoria vicino a casa sua, bastava che facesse degli strani gesti con le mani e con le braccia ed emettesse con la bocca un leggero sibilo, perché tutti gli animali, come impazziti, gli corressero intorno alla sua testa; persino le galline gli chiocciavano vicino ai piedi: era uno spettacolo incredibile, mistico e arcano al tempo stesso”.

L’arte della pittura

Ligabue dipingeva in esterni per avere il massimo della luce, appoggiando le tele agli scaletti da vendemmia. Mentre dipingeva era attento e sospettoso di chiunque si avvicinasse troppo al quadro o alla scultura, per paura che il suo fiato arrivasse all’opera. Al primo sospetto, distruggeva l’artefatto. Prima dell’inizio, si metteva a urlare il verso che faceva l’animale che voleva riprodurre. Uno dei cronisti del suo tempo scriveva: “Ligabue dipingeva un quadro seguendo la sua visione e quella visione continuava a tormentarlo anche dopo la conclusione dell’opera. Era così felice, allora, che poteva gridare la sua gioia ruggendo al suo leone”.
Non iniziava con degli schemi o disegni, il quadro era già tutto finito nella sua mente. Di solito iniziava dalla testa dell’animale per continuare, senza ritocchi, al resto del corpo. Alla fine definiva il paesaggio. Possedeva una forte memoria artistica, per cui sapeva dove andavano i colori da inserire nel quadro. I suoi quadri, appunto, presentano un’armonia cromatica unica e creano un forte piacere estetico a chi li ammira. Ogni pittore preferisce dei colori particolari e Ligabue amava il verde. Quel verde ortica. Infatti, lui stesso diceva: “Guardate questo verde: a uno ci viene voglia di mangiarlo… sto verde è come Dio”.

Il ritratto di Elba

Nato come ritratto di una bambina di quattro anni, tragicamente scomparsa, il ritratto esprime l’affetto che legava la bambina all’artista. Nel quadro dipinge la sua filosofia sul destino umano. L’impostazione e la scelta dei colori della bambina richiamano il ‘400 italiano. Nella parte centrale del dipinto si trova la bambina, mentre dietro di lei scorre la vita quotidiana, mista alla bellezza della natura. Il campo di grano che “fiammeggia più dello splendore del giorno”, il prato da cui spuntano le corolle dei fiori, sembrano occhi che guardano, di una delicatezza unica, la delicatezza di Ligabue, ritrovata da lui nella natura. Elba ha un’espressione severa, gli occhi pieni dello stupore di una bambina. Il “freddo triangolo del viso”, l’orecchio sproporzionato che sembra sintetizzare il volto di Ligabue. Vediamo in lei l’autoritratto dell’artista, il suo primo. Gli interrogativi sulla vita che si possono leggere in quegli occhi sono gli stessi che Ligabue si porrà per tutta la vita. Un messaggio, una filosofia che l’uomo, considerato da tutti matto, si e ci pone. Quando Ligabue raffigura persone con cui ha un legame affettivo, il ritratto diventa un capolavoro.

Il rapporto con le donne: Cesarina

“Il ritratto di giovane donna con cagnolino” rivela il modo in cui l’artista vedeva le donne. Il dipinto ritrae la purezza femminile, secondo Ligabue. Nel viso, nel portamento e nel vestito non c’è niente di sensuale. Sulla destra del ritratto, una finestra attraverso la quale si apre lo sguardo verso il paesaggio tanto amato dall’artista: il cavallo. L’uomo, le galline in armonia tra loro e, alle spalle, un paesino svizzero, dove lui sogna di tornare. Non manca niente, nemmeno una farfalla. A sinistra c’è lui che guarda la donna, come un uomo sospettoso che osserva la sua amata. Sotto, una rosa bianca, gli spartiti sul pianoforte. In braccio alla donna, un cagnolino, simbolo di fedeltà.
Nel periodo fortunato della sua vita, quando venne finalmente riconosciuto il suo valore artistico, Ligabue era ancora convinto che “l’amore è dannoso e toglie gli umori e la vigoria creativa”, volendo giustificare una scelta di castità e intendendo l’arte come vocazione totalizzante. Ma, da un incontro alla Crocebianca di Guastalla, nel 1959, il suo cuore si aprì a Cesarina. La donna lo lasciò avvicinare con affetto e amicizia e questo rapporto si mantenne fino alla fine dei suoi giorni terreni.

Il commiato dell’artista

La fine arrivò inaspettatamente: un infarto cerebrale causò la paresi parziale e ulteriori problemi di salute dell’artista, mentre lui non riusciva a smettere di dipingere. Nel suo ultimo quadro, “l’autoritratto con il maglione blu”, insolito e malinconico, appare con un viso pallido, gli occhi lucidi, febbricitanti e sofferenti. Lo sfondo risulta cupo, una velatura verde e blu, mentre lontano s’intravedono le sagome di cinque pioppi, le piante della golena del Po a cui ha voluto dedicare i suoi ultimi pensieri.
Una vita sofferta e intensa verrà rivalutata dalla stessa comunità di Gualtieri, che oggi con orgoglio parla di Toni, l’artista che ha reso famoso anche il nome del loro borgo. Lo vedono ancora su quella Moto Guzzi rossa, circondato dai suoi amati animali, sempre pronto a fermarsi in qualche angolo per dipingere nuovi scenari di vita del loro paese.
Lasciando Gualtieri e l’Italia, mi sono promessa di condividere con chi avrà pazienza e interesse una grande storia del meraviglioso Mondo Piccolo italiano.

*docente del Dipartimento
di Studi Italiani
dell’Università di Zara

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