Quando nel primo decennio del XX secolo Fiume viveva una stagione di espansione economica e culturale, la costruzione del Teatro Fenice – avviata nel 1911 e culminata nel 1914 – divenne uno dei simboli più eloquenti di un’epoca ottimista e proiettata verso il futuro. Realizzato sulle fondamenta del vecchio teatro storico, il Fenice nacque come un edificio completamente nuovo, frutto di una concezione architettonica e tecnologica che superava qualsiasi altro spazio scenico costruito fino ad allora in città. A firmarne il progetto fu l’architetto Theodor Träxler, con formazione presso la Kunstgewerbeschule di Josef Hoffmann e l’Akademie der bildenden Künste di Otto Wagner, affiancato dal costruttore fiumano Eugenio Celligoi: una collaborazione che, per intensità e continuità, rappresentò un caso singolare di sinergia creativa tra progettista e costruttore. L’idea di ricostruire il teatro emerse il 14 novembre 1910 – si legge nella monografia “Riječka kazališta” (I Teatri fiumani) della ricercatrice fiumana Nana Palinić, pubblicata nel 2016 per i tipi dell’Archivio di Stato di Fiume congiuntamente all’Università di Fiume e alla Facoltà di Ingegneria civile di Fiume –, quando gli eredi Ricotti annunciarono l’avvio delle prime trattative e dei lavori preliminari, con relativa richiesta al Magistrato cittadino. All’inizio del 1911 il quotidiano “Il Popolo” informava che l’intervento non sarebbe stato una semplice ristrutturazione: si trattava della costruzione di un edificio del tutto nuovo, “indipendente”, progettato secondo i criteri più moderni e dotato dei comfort più aggiornati del tempo. Il teatro fu concepito come un “Politeama”, dunque uno spazio polivalente: lirica, prosa, varietà, spettacoli circensi e da ballo. La progettazione, completata negli ultimi mesi del 1910, prevedeva una platea ampia, parterre, gallerie e palchi laterali per una capienza complessiva di circa duemila persone. Particolare attenzione fu dedicata alla visibilità e allo scorrimento del pubblico, oltre che alla sicurezza, assicurata da impianti all’avanguardia di riscaldamento, ventilazione e prevenzione incendi. Il progetto non riguardava soltanto il teatro, bensì un intero complesso culturale e sociale: un grande foyer, bar, sale private, un ristorante e, soprattutto, un edificio separato destinato al Casinò della Società, con sala da concerti e altri ambienti collegati da un passaggio coperto, dotato di uscite multiple. L’intero complesso univa funzioni teatrali, associative, commerciali e residenziali, configurandosi come un organismo urbano di notevole modernità. Il progetto concettuale fu presentato ufficialmente il 6 luglio 1910 attraverso una lettera di Mario Ricotti al Magistrato, completata da un verbale del 29 giugno 1911. Le tavole allegate – ben 22 – includevano planimetrie di seminterrati, piano terra, mezzanini, piani del teatro e del Casinò, sezioni longitudinali e trasversali e le facciate. Tutte portavano la firma di Träxler e il timbro dello studio dell’ingegnere civile Venceslao Celligoi (padre di Eugenio). Il piano catastale mostrava che la costruzione avrebbe interessato sia i terreni della famiglia Ricotti – dove sorgevano il vecchio teatro storico e altri edifici – sia aree comunali lungo le nuove vie parallele alla ferrovia.
L’organizzazione interna del complesso era minuziosa. Nel seminterrato trovavano posto la sala principale del Varietà, trapezoidale, con palcoscenico separato e camerini, oltre a cucine, buffet, guardaroba, sale del Casinò della Società, depositi e i locali tecnici per riscaldamento e combustibili. Al piano terra si alternavano negozi, sale del Casinò, ristorante e un atrio con biglietteria, guardaroba e ingressi differenziati per galleria e Varietà. Al piano superiore, la galleria a ferro di cavallo con logge in cemento armato completava la struttura scenica, mentre gli spazi del Casinò accoglievano sale sociali, biblioteca, sale da pranzo e appartamenti residenziali. Nei livelli successivi si ripetevano gli alloggi e comparivano le sale da gioco, biliardo, cucine e servizi; nel teatro, le logge, i palchi laterali, le terrazze e la sala prove del coro, disposta a sinistra dello spazio aereo del palcoscenico. Al terzo piano trovavano posto ulteriori stanze associative e direzionali, mentre il teatro culminava nella galleria superiore, con posti a sedere, zona in piedi, corridoi e scale. Dal punto di vista strutturale, l’edificio rappresentava un notevole esempio di ingegneria moderna: legno e muratura per le pareti, cemento armato e acciaio per solai, gallerie e palchi. La sala principale raggiungeva i 17 metri di altezza, il palcoscenico i 20, con un portale di 10 metri. Gli elementi decorativi erano improntati allo stile Liberty, con ornamenti geometrici applicati a lampade, infissi e ferramente. Le facciate, soprattutto quella del Casinò e dell’ingresso del teatro, combinavano motivi secessionisti con pilastri, semicolonne, balconi e un piano nobile rivestito in pietra triestina, mentre gli altri piani erano intonacati. Per finanziare i lavori, gli eredi Ricotti fondarono il 9 maggio 1912 il “Teatro Fenice Società in Azioni”, con capitale di 522.600 corone. Il Consiglio di Amministrazione riuniva membri della famiglia e notabili cittadini. Le azioni della società riportavano un disegno della facciata più elaborato rispetto ai primi progetti, con maggiori altezze, una possibile volta semicircolare e decorazioni ispirate a Olbrich. La demolizione del vecchio teatro iniziò il 20 maggio 1912; tuttavia, la nuova costruzione subì ritardi dovuti a questioni tecniche, alla natura del terreno e alle trattative urbanistiche. Gli eredi Ricotti richiesero, però, il permesso di costruire appena il 6 dicembre 1913, corredandolo dai disegni e dai calcoli statici della Westermann & Cie. Tra le modifiche: nuovi canali di ventilazione in cemento armato, la ricollocazione del camino del riscaldamento centrale e variazioni a muri, scale, cucina e servizi. Il progetto del Teatro Fenice fu dunque continuamente ritoccato, anche nella distribuzione interna. Il piano terra prevedeva una grande sala trapezoidale con 14 file di sedili su entrambi i lati; sul retro si trovavano uscite di sicurezza e biglietteria, mentre sotto la platea era ricavato lo spazio dell’orchestra. Il palcoscenico, di 25×13 metri, era fiancheggiato da sale per regista e attori principali e da scale laterali; dietro, le porte per le quinte. Ai piani superiori, la sala concentrata di 12×16 metri costituiva un nodo di collegamento tra Casinò e teatro. Il piano della galleria inferiore mostrava la prima fila di logge in una galleria a ferro di cavallo – otto per lato – con nove file di posti centrali. Un grande corridoio divideva platea e logge, mentre dietro si disponevano i foyer, le stanze per personale medico e di servizio, guardaroba e ulteriori vani tecnici. Al primo piano, nel settore meridionale del Casinò, si trovavano biblioteca, sala da pranzo e sale sociali, oltre agli appartamenti residenziali. Nel teatro, la seconda fila di logge – I rango – occupava questo livello, affiancata da vestibolo, terrazza vetrata e sale fumatori. Il secondo piano ospitava sale da gioco, biliardo e cucine nel Casinò, mentre il teatro presentava dieci ordini di sedili e palchi laterali disposti in gruppi, con terrazze e ampi corridoi. Il terzo piano concludeva la parte residenziale e introduceva la sala prove corali, le stanze delle associazioni e gli uffici; la galleria superiore offriva tre file di posti posteriori e una zona in piedi, con scale e guardaroba. Le sezioni longitudinali e trasversali rivelavano una struttura articolata, con tetti a doppia falda, gallerie su cinque livelli, sala da concerto del Casinò su due piani e un’attenta armonizzazione delle volumetrie esterne. Le facciate alternavano elementi verticali e orizzontali: grandi superfici vetrate, torrette, balconi, motivi geometrici tra le finestre e un aspetto sobrio, con tetti piani e terrazze.

Un progetto di grande complessità
Nonostante la complessità del progetto, gli eredi Ricotti procedettero alla sua realizzazione attraverso la suddetta Società in Azioni, annunciando l’apertura per l’autunno 1913. Ma le trattative con il Comune, le modifiche tecniche e la questione dei terreni vicini – come quello del signor Petar Marač – allungarono i tempi. Le pratiche per la nuova strada di via Ciotta furono approvate solo il 18 aprile 1913; il terreno Marač fu acquistato il 13 settembre 1913, ma il progetto previsto non fu realizzato. Il permesso di costruire definitivo arrivò il 29 aprile 1913, mentre gli scavi iniziarono il 2 maggio. Il teatro prometteva 1.450 posti a sedere e 2.150 complessivi, con comfort differenziati, buona visibilità da ogni punto e innovazioni strutturali come balconata, galleria e platea in cemento armato senza colonne portanti. Tuttavia, la stampa locale registrò pochi dettagli sulla costruzione: il 29 agosto 1913 fu accordata la concessione elettrica, il 15 settembre furono approvati nuovi disegni e le uscite di sicurezza illuminate. L’edificio fu coperto il 15 gennaio 1914. I lavori furono affidati alla Weiss-Westermann di Trieste, diretti dall’ingegnere Sigmund Weiss. La struttura metallica del tetto proveniva da Lajos Markus di Budapest, palcoscenico e sottopalco da Antonio Stanich di Trieste, l’illuminazione dalla Kelua di Budapest. Falegnamerie, allarmi, parquet, tappezzerie e tinteggiature coinvolsero ditte di Fiume, Lubiana, Trieste. Il sipario e le quinte furono dipinti da Giacomo Rossi di Trieste. Contestualmente si costruirono nuove strade, reti fognarie e idriche e una centrale elettrica. Il collaudo tecnico avvenne il 25 aprile 1914. Durante i sopralluoghi preliminari, il comandante di polizia Dorčić richiese dettagli sulla capienza: risultò che il teatro poteva ospitare 1.958 persone, 1.258 sedute e 700 in piedi. Si raccomandò di mantenere liberi i passaggi laterali, di alzare i parapetti del loggione e di verniciare le pareti dei servizi igienici fino a un metro e mezzo. Il comandante dei vigili del fuoco Matcovich impose il divieto assoluto di fumare salvo negli spazi dedicati. Nonostante il mancato rilascio del permesso di agibilità, il Teatro Fenice fu inaugurato il 2 maggio 1914, in una serata fredda e battuta dalla bora. La Tosca di Puccini fu accolta da un pubblico elegante e numeroso. Il Novi list di Supilo elogiò l’apertura, la magnificenza della sala e il talento degli interpreti – Rotondi e Faticanti –, registrando il favore immediato dei fiumani. L’edificio finito divergeva dal progetto del 1913 solo in parte: la pianta rimase quasi invariata, mentre sorsero nuovi spazi tecnici accanto al palcoscenico, tra cui deposito quinte, falegnameria e stanze per decoratori e scenografi. Ai piani superiori si trovavano le stanze degli artisti, la passerella di servizio e la sala prove del coro. L’Ufficio tecnico impose la rimozione di una parete tra vestibolo e balcone, che peggiorò l’acustica; il Novi list del 6 maggio 1914 registrò infatti difetti di risonanza. È probabile che la parete sia stata poi ricostruita. All’esterno, le facciate apparivano più sobrie rispetto ai disegni originali, prive delle attiche stile Liberty e delle grate previste; vennero introdotte attiche a gradoni, più storiche che moderne. Una fotografia dell’aprile 1914 mostra la sala luminosa, con poltrone scure e parapetti bassi. La commissione tecnica, il 14 maggio, constatò l’impossibilità di verniciare i servizi igienici per via dell’intonaco fresco; l’agibilità fu comunque concessa il 10 luglio 1914.

Allagamenti e terremoti
Subito dopo l’apertura, fu costruito un muro di confine con la proprietà Marač e furono sistemati i marciapiedi in pietra. Le piogge di fine anno però causarono l’allagamento dei locali sotterranei, evento che tornò a ripetersi nel 1925 e 1927. Il terremoto del marzo 1916 danneggiò molti edifici, probabilmente anche il meccanismo del sipario tagliafuoco. Nel 1922, abbandonata la costruzione del Casinò, la Società proprietaria chiese di ampliare il teatro con una terrazza e una sala fumatori su progetto dell’ingegnere Giovanni Rubinich, definendo l’aspetto odierno della facciata meridionale. Nel 1923 fu modificato l’accesso alla galleria; nel 1925 si verificarono nuovi allagamenti, con conseguente installazione di pompe rivelatesi inefficaci. Nel 1926 una cabina di proiezione in cemento armato fu costruita sul lato occidentale del palcoscenico, segno dell’ingresso del cinema. Nel 1932 arrivarono le apparecchiature per il sonoro; negli anni Trenta si rinnovarono l’impianto elettrico e la Sala Bianca (1937-38) e furono sistemati sei camerini (1939-40). Dopo la Seconda guerra mondiale, il teatro fu nazionalizzato e affidato al Consiglio Popolare Cittadino. Ospitò teatro, cinema ed eventi sportivi. La Sala del Varietà divenne prima “Plavi Jadran”, poi “Bar Europa”. Nel 1952 fu costruita una nuova cabina di proiezione nel primo piano del vestibolo. Tra il 1957 e il 1958 l’ingresso e il vestibolo furono completamente ristrutturati dall’architetto Zdenko Sila: nuove carpenterie, aperture modificate, grandi finestre eliminate, pavimento in pietra levigata, soffitto decorato e un grande murale di Vladimir Udatny. L’intervento migliorò la funzionalità, ma ridusse la luminosità originale. Nel 1958 fu costruito un magazzino provvisorio; nel 1960 la parte meridionale fu trasformata in sei appartamenti su progetto dell’ingegnere Milan Švalba, con accesso indipendente. Nel 1966 il riscaldamento centralizzato fu rinnovato con due caldaie a olio. Gli anni Settanta portarono nuovi interventi: un sistema di ventilazione progettato dall’ingegnere Klarer e, tra il 1971 e il 1972, il restauro della sala principale e dei corridoi a cura degli architetti Ivo Majorinc, Ratislav Pavlovsky e il pittore-designer nonché architetto Zdravko Špehar. In questa fase furono rimossi gli elementi secessionisti, chiuso lo spazio dell’orchestra, eliminate le pareti dei palchi e sostituite le vecchie poltrone con sedie in legno e plastica. Le lampade originali lasciarono posto a plafoniere standard, mentre le pareti furono rivestite in tappezzeria o intonaco ruvido. Nel 1977 fu ricostruita la rete idrica; nel 1989 il Bar Europa – l’antica Sala del Varietà – divenne il bar-ristorante Opera su progetto di Nenad Trohar, che cercò di rispettare l’impianto originario, pur con scelte cromatiche e grafiche discusse. Va ricordato che il Fenice non nacque come edificio in stile Liberty in senso stretto: era un’architettura moderna, sobria, senza ornamentazioni eccessive.
Il percorso del teatro attraverso il Novecento riflette le trasformazioni storiche, politiche e tecnologiche della città: il passaggio dall’età asburgica alle guerre, dal dopoguerra al periodo jugoslavo fino alle prime fasi della riqualificazione contemporanea. L’ultimo intervento noto, nel 2002, riguarda la sostituzione delle sedie in platea e galleria, segno della costante attenzione (fino ad allora, almeno) verso la conservazione di uno degli edifici più importanti del patrimonio teatrale fiumano.
Tra vincoli e fallimento, un bene culturale senza futuro certo
Il Teatro Fenice è stato dichiarato bene culturale nel 2003, con l’iscrizione nel Registro dei beni culturali della Repubblica di Croazia. Tale decisione, assunta dal Ministero della Cultura, riconosce all’edificio un valore culturale e storico eccezionale, imponendo che non possa essere modificato, demolito o restaurato senza il rigoroso controllo degli organi di tutela. Questo status obbliga i proprietari alla manutenzione, anche se l’inerzia protrattasi negli anni ha condotto alla situazione critica odierna. Lunghi contenziosi e difficoltà economiche hanno prodotto, infatti, un assetto proprietario complesso e paralizzante. Attualmente, circa il 90% del Teatro Fenice appartiene alla società Rijekakino, da anni in procedura fallimentare. Ciò significa che l’azienda non è in grado di sostenere alcun investimento rilevante, mentre il suo patrimonio viene messo in vendita attraverso aste pubbliche andate puntualmente deserte. Ogni tentativo di cedere il Fenice è fallito, complice probabilmente un prezzo elevato – in passato anche superiore a 1,5 milioni di euro – e gli ingenti costi necessari per la ristrutturazione.
La quota restante, circa il 10%, è di proprietà della Città di Fiume. Con la recente nomina di quest’ultima a custode temporaneo del bene, l’amministrazione cittadina non ne è divenuta proprietaria, ma ha assunto la responsabilità legale di intervenire con misure urgenti per evitarne il crollo, facendo leva sulla normativa che lo consente quando il proprietario non adempie ai propri obblighi. Tali costi, però, dovranno essere recuperati dal proprietario di maggioranza in procedura fallimentare.
Il Teatro Fenice resta così sospeso in un limbo giuridico: protetto dalla legge contro la distruzione, ma imprigionato tra il fallimento societario e la mancanza di capitali, in attesa di un acquirente o di una decisione definitiva che possa sciogliere l’impasse proprietaria e aprire la strada alla sua rinascita.
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