Stiamo entrando nelle giornate caratterizzate da una crescente mestizia, che si crea nel passaggio tra la fine dell’estate e l’anticipo dell’autunno, una specie di commiato dalla stagione raggiante e spassosa con l’arrivo del periodo di maturazione dei frutti in natura, della loro raccolta e con l’invito a un ritorno all’introspezione, al riposo, andando a chiudere il cerchio annuale che si risveglia soltanto in primavera. Così siamo soliti pensare. Il ciclo, invece, riparte da subito e non si ferma mai. Perché nella vita ogni fine richiama un inizio e ogni traguardo raggiunto, una nuova partenza. Le stagioni portano con sé i propri ritmi, i propri cicli particolari, a volte dinamici e a volte lenti. Si tratta sempre della dimostrazione del classico terzo principio della dinamica, “azione e reazione”. Penso che la vita in generale funzioni in base a questo principio, sia nell’ambito naturale che ci circonda e di cui facciamo parte integrante, che in quello delle comunità umane che lo riflettono. Una semplice interpretazione dell’avvicendarsi della storia della Terra, della storia umana fatta di tutte le nostre storie personali. Sono eventi grandi e piccoli, scritti nelle pagine delle nostre memorie che suscitano innanzitutto, bei ricordi, ma anche utili lezioni.
Echi di stagioni, naturali e storiche
E infatti, riassumiamo alla fine di ogni stagione quello che essa ci ha lasciato in eredità. Delle cose ci rimane forse qualche souvenir di un viaggio che troverà il suo posto sopra un armadietto, perdendo con il tempo il suo valore affettivo con quell’inevitabile velo di polvere della dimenticanza. Quello che, però, rimane per essere preziosamente conservato per sempre, sono i momenti indimenticabili, vissuti intensamente, che hanno segnato il nostro cuore e la nostra anima. Sì, c’è tanta nostalgia e voglia di riviverli, ma la loro bellezza sta proprio nel fatto di essere scolpiti nel nostro cuore come attimi particolari, dando forza e ispirazione all’anima affinché ci muoviamo verso nuovi momenti simili o più intensi, più profondi e più duraturi.
Intanto, il tempo che scorre ci fa incontrare momenti di vicina e lontana complicità, le parole scambiate durante le serate in compagnia con sguardi e intendimenti, durante le passeggiate mattutine, pomeridiane o serali e incontri occasionali, accompagnati da persone care. Risplendono ancora in noi voci, immagini e persino note delle melodie ascoltate insieme, ripetutamente. Si trasformano in impronte mentali che ogni tanto riaffiorano nelle sincronicità della vita, mantenendo viva la serenità che si era formata in quegli attimi di piacevole comunanza.
Echi della stagione del cuore e della nobiltà
Chissà quanti fra noi vanno alla ricerca di quegli istanti sereni e non sanno o non si accorgono che essi sono già presenti: basta soltanto accogliere l’attimo gioioso e custodirlo in quello spazio prezioso che abbiamo approntato nel nostro cuore. Un cuore che si emoziona e che s’infrange, che cresce, che si espande e a volte si spezza, ma poi si rimargina. È vero, si tratta sempre del cuore, è questione di cuore e dei suoi echi che lo fanno battere più intensamente. Senza il lavoro di questo muscolo tanto forte quanto fragile, non si riesce a cogliere la ricchezza e la bellezza del momento e del mondo, sia quello esteriore che quello interiore.
Ecco perché molti, quando escludono o chiudono l’accesso al proprio cuore, per dimostarsi sempre duri, vincenti e intransigenti, col tempo perdono la sensibilità verso gli eventi della vita e con essa, verso il prossimo. Il loro cuore diventa una massa granitica, fredda, rappresentante soltanto un organo che pompa il sangue, non certamente un delicato strumento che batte per mantenere in vita i pensieri e i sentimenti di una persona. Spesso nelle comunità umane incontriamo i “cuori di pietra”, incapaci di sviluppare e mostrare emozioni verso gli altri. Mancano di empatia, mancano di quello spirito di comunanza in cui la persona riconosce la propria identità umana nell’altro e sono proprio le emozioni che delineano, in primo luogo, la nostra umanità. Sono le emozioni che hanno la forza di spronare lo spirito, l’immaginazione, la creatività, le opere di carità in senso lato. Sono le emozioni che stanno alla base dei piccoli e grandi miracoli. Sono le emozioni che ci contraddistinguono e ci rendono nobili. La nobiltà vera non dipende dal titolo, parte dal cuore. Il titolo nobiliare si può comprare, la nobiltà del cuore, no! È parte integrante della nostra scelta di vivere la vita con il cuore aperto, consapevole di esporsi sia al rischio di soffrire, che alla certezza di gioire in quegli attimi che profumano d’eterno.
Se vogliamo cogliere il messaggio che la stagione imminente ci trasmette, ci vengono in mente i passaggi creati precedentemente dal gelo dell’inverno, dalla dolcezza della primavera e dall’esuberanza dell’estate. Passaggi sempre diversi, sempre nuovi e inaspettati. Ma se solo una delle stagioni non partecipa pienamente alle transizioni naturali, il risultato appare debole, l’opera incompleta. I frutti sono scarsi e di bassa qualità e si rischia lo squilibrio che porta alla riduzione delle raccolte dei frutti, alla miseria, alla fame. Lo stesso succede con lo spirito umano.
La fame della società: di nobiltà e di miseria
Le stagioni si susseguono e si prendono i propri turni – gli stessi che si riflettono sui turni vitali dell’umanità intera. Iniziano con le stagioni dei lavori nei campi: dalla preparazione del suolo, dalla semina e cura delle piante, fino alla raccolta. Poi continuano con le attività sociali: dalla formazione all’inserimento nel mondo del lavoro. È necessario parteciparvi a pieno ritmo per dimostrare la propria appartenenza alla vita sociale, economica e politica e se lo si fa consapevolmente e responsabilmente, allora quest’appartenenza potrebbe essere riconosciuta come nobiltà: la nobiltà sociale che implica la nobiltà d’animo. Se la nobiltà d’animo è assente, allora anche i suoi frutti sono scarsi e portano alla miseria sociale e al decadimento. Questo è quello che si sta ripetendo nella storia umana e che ci sta succedendo negli ultimi decenni.
Molti collegano la nobiltà esclusivamente al titolo nobiliare che rappresenta un involucro vuoto, senza significato e senza valore a meno che non consideri l’esistenza dell’empatia per i destini delle persone e delle cose del mondo. Siccome l’empatia è collegata al turbine delle emozioni che ultimamente cerchiamo di nascondere dal mondo esterno, succede che regolarmente optiamo per le cose semplici e imparziali che attirano sì, la simpatia, ma non provocano afflizioni profonde, non disturbano la nostra quiete. In tal modo la nobiltà d’animo si riduce solo a un atto esterno; e dovrebbe sostituire il vuoto enorme all’interno del cuore. C’è qualcosa che non va. Il vuoto dell’anima non accetta cose materiali, ripudia le soddisfazioni lampo perché il bisogno alla base è diverso: è emozionale e spirituale, durevole e stabile nel tempo. Così si forma una voragine, più profonda di prima e cresce, continuando verso la sospensione dell’esistenza umana: sia quella individuale che quella comunitaria e collettiva.
La sospensione dell’esistenza umana di oggi, però, non è casuale. Non lo era nemmeno nelle epoche precedenti. La storia ce lo insegna. Sembra ben studiata e preparata da coloro che aspirano al potere assoluto sull’umanità e al suo controllo. Si riconoscono dal loro modus operandi già incontrato nei personaggi storici apparsi nel passato, nei sistemi totalitari, nelle dittature di ogni tipo.
Oggi accusiamo lo spirito del consumismo che ha strumentalizzato le emozioni riducendole a essere manipolate per facilitare e/o aumentare gli acquisti. Non è solo il consumo la causa della sospensione. Le origini risalgono al male primordiale che si instaura all’interno della società globale e si manifesta in diversi modi, ma la sua natura è sempre collegata ai mali come la menzogna, il tradimento, la divisione, l’odio, l’ignoranza, l’invidia, l’ira, la violenza, insieme alla crescente paura. La maestria funesta di farli passare come certezze e valori sociali, ha da sempre avuto terribili conseguenze: dalla decadenza morale alla povertà e alla fame; dall’istigazione all’odio ai conflitti senza precedenti. Alla miseria del corpo si aggiunge la miseria dell’anima e si vuole far credere che il bene, il perdono, il sacrificio, la redenzione, la pace e l’amore siano valori obsoleti legati a una storia raccontata 2.000 anni fa. Eppure, quella storia ha tenuto e tiene il mondo ancora in piedi. Non si tratta di storia, ma di certezza che ancora qualcuno sa cogliere e condividere con il prossimo, nella sempre più profonda miseria morale dell’esistenza umana.
Sospesi nel vuoto della «fragile condizione umana»
Nel vuoto dei valori che ci circonda, si presentano sempre più spesso le domande: Quanto vale una vita umana? Vale di più quella di un bambino, di un miliardario, di un bianco o di un nero? Sappiamo la risposta: non esiste un prezzo della vita umana!
Eppure, siamo abituati a leggere superficialmente delle notizie in cui la vita viene ridotta a un numero. Ci raggiungono dei messaggi loschi, programmati per guidare i nostri pensieri in un unico pensiero di massa. Ma, bisogna anche sottolineare che c’è sempre qualcuno chi si ribella a ciò. Si cerca costantemente di soffocare il pensiero critico insieme al pensiero creativo che rappresentano una grave minaccia alle banalità ampiamente diffuse. Eppure, la verità dei valori morali e delle leggi naturali non può essere sopraffatta, né eliminata. Essa esiste da sempre, come quell’altra; sono in continua contrapposizione, da quando esiste l’uomo. Al posto della verità, spesso scomoda per molti, si istaura un tipo di mediocrità del pensiero, superficiale e al servizio del potere. Questo tipo di pensiero si diffonde più facilmente tra coloro che ignorano i valori perché ignorano le risposte che ci dà la storia. Ecco perché ancora oggi incontriamo tra i nostri prossimi tanto odio e rancore, tanta indifferenza verso situazioni importanti, tanta violenza irrazionale e primitiva. Le conseguenze di un pensiero facile, ignorante, incompleto e molto spesso falso, sono devastanti e perdurano nel tempo finché non arriva qualcuno coraggioso che ricordi all’umanità quello di cui si è dimenticata. Si tratta di un processo faticoso e spesso la persona che si prende la responsabilità di far ricordare agli altri i veri valori, viene sacrificata. Questo ce lo insegna la storia: quanti giusti hanno dovuto lottare per tutta la loro vita per far capire che i leader non erano che delle semplici marionette al servizio del male, alla fine anche loro vittime del totalitarismo che promuovevano. Sulla banalità del male ci parla una grande scienziata, un po’ tedesca e un po’ americana, Hanna Arendt, di origini ebree. Analizzando il pensiero politico dei suoi tempi, ha ripreso il pensiero dei suoi precursori sul “coinvolgimento consapevole nel programma di genocidio attraverso il fallimento o l’assenza delle facoltà di sana colsapevolezza e giudizio”. Sapienti sat. Riconosciamo nelle sue parole anche la nostra realtà.
Echi delle «corse all’oro», echi di speranza
Oggi tutti, volenti o nolenti, partecipiamo all’ennesima corsa all’oro. Questo stato limita la nostra nobile condizione umana a ridiventare dei “ricercatori” d’oro. Ci piace essere dotati di denaro e di potere e, cullati da questo falso senso di sicurezza, dimentichiamo facilmente chi siamo e dove viviamo. In tal modo ritorniamo ciclicamente a quei mali che ci condannano a ripetere sempre le stesse lezioni nella storia. È così che ricorriamo sempre alle stesse risposte che si possono sintetizzare in una sola: abbandonare la banalità e armarsi solo di sapienza (e non di violenza!), non dimenticando mai le leggi naturali impresse nella natura umana.
Allora sì che capiremo quanto vale una vita umana, quanto vale la bellezza di un fiore di campo, quanto vale il volo libero di una rondine o di una farfalla, quanto vale il sorriso sereno di un bambino, quanto vale la bellezza che ci circonda, quanto vale la pace. Aprendo gli occhi a queste certezze, riconosciamo la belleza che si trova dentro il cuore di ognuno di noi, senza esclusioni. Termino l’articolo con le parole del grande Gino Strada la cui figlia Cecilia si trova ora nella Global Sumud Flotilla che naviga verso la difesa della dignità, verso la verità di oggi: “Ma allora, a chi obbediamo? Alla propria coscienza. Al ragionamento saggio e umano”.





*docente del Dipartimento di Studi Italiani dell’Università di Zara
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