«Scattare è diventata una malattia, un tic nervoso, una mania compulsiva»

Classe 1954, figura longilinea, battuta azzardata, sorriso tra il furbo e il vivace: Duško Marušić è quel genere di fotoreporter dalla cui presenza o assenza deduci se qualcosa di importante stia succedendo o meno in città. Lo abbiamo intervistato per parlare della sua professione, quella di un tempo e quella di oggi

La foto dell’Arena entrata nel Guinness dei primati

“Alla domanda – Che cosa è l’arte? – si potrebbe rispondere celiando (ma non sarebbe una celia sciocca): che l’arte è ciò che tutti sanno che cosa sia”. Questo pensò e scrisse nel suo Breviario di estetica Benedetto Croce, quando l’essenza del bello era ancora oggetto di seria speculazione filosofica. A maggior ragione potremmo dire la stessa cosa della fotografia, tanto più che oggi tutti se ne reputano esperti perché, possedendo la tecnologia, credono di possedere per ciò stesso anche l’arte: un’illusione persistente del XXI secolo. Vogliamo allora parlare di fotografia con qualcuno che del mestiere ne sa qualcosa, visto che lo esercita da mezzo secolo? Duško Marušić, noto in città col soprannome di “Čiči”, è un fotoreporter a tutto tondo, uno degli ultimi della sua generazione che ancora esercitino, e probabilmente l’ultimo che getterà la spugna quando verrà il momento per attaccare la macchina fotografica al chiodo. Classe 1954, figura longilinea, battuta azzardata, sorriso tra il furbo e il vivace, cultura e origini in parte slovene e in parte austriache, e tuttavia un modo così latino di gesticolare e parlare ad alta voce, Duško Marušić è quel genere di fotoreporter dalla cui presenza o assenza deduci se qualcosa di importante stia succedendo o meno in città. Ma Čiči è anche un poeta, un maître della fotografia, come dimostrano le sue foto che pubblichiamo in quest’occasione.
Che cosa ne pensi del giudizio che “la fotografia è ciò che tutti sanno che cosa sia”?

Duško Marušić, una vita consacrata alla fotografia

“Io sono innanzitutto un fotografo con un’istruzione compiuta, un diploma e un apprendistato come si usava un tempo, quando c’erano ancora le scuole di arti e mestieri. Quindi non sono uno schnell-Fotograf, e soprattutto non sono un tuttologo di quelli che pretendono di insegnare pur non avendo imparato a loro volta. Dunque, c’era una volta il mestiere, il mestiere che si apprende a scuola. Poi, appresa l’arte, uno può farne quel che gli pare. C’è chi resterà per sempre chiuso nello studio a stampare foto di battesimi e comunioni, e c’è chi andrà un po’ più in là, varcherà la soglia del giornalismo, della pubblicità, magari dell’arte. Ma, dicevo, c’è questo fenomeno dilagante del fotografo-veloce, lo schnell-Fotograf, che è insieme la causa e la conseguenza di una tremenda svalutazione della professione iniziata anni fa con la proliferazione delle varie associazioni, dei loro corsi accelerati, dei loro diplomi finti, della loro promessa di vendere un sapere che non possiedono. Diventata così dominio di tutti e di nessuno, la fotografia in Croazia è svalutata al punto da non costituire più alcuna arte, da non possedere alcun valore, mentre invece continua ad averne in Francia e in Germania. Quello che sto cercando di dire è che la vera fotografia non può essere veloce, e soprattutto non è mai facile: questo ho da rinfacciare alle associazioni di moderna impostazione. Cinquant’anni fa c’erano i Fotoclub, ma erano autentici circoli d’arte perché la professione vi regnava sovrana. Il maestro era realmente un maestro, un docente, un artista, non il dilettante odierno venuto sù a pane e tutorial. Ora s’indigneranno quelli che si riconoscono nella definizione, e sia pure, perché quando professione fa rima con prostituzione non c’è verso per ridarle dignità. Ebbene oggi è così: tutti esperti fotoreporter e tutti giornalisti, tutti designer, tutti ingegneri. Ai miei tempi c’era la gavetta per farsi le ossa come reporter, e quella gavetta cominciava con i servizi di strada più umili, da Zagabria, a Parigi a Monaco di Baviera. Oggi è tutto un calciomercato…”

Il “treno di Tito”, una foto del 1971 digitalizzata

E tu come ci sei entrato nel giornalismo?
“Dalla finestra e non dalla porta, perché mio padre ha fatto di tutto per cacciarmi dal suo ambiente. Mi spiego: mio padre è stato il dirigente istriano del gruppo editoriale Vjesnik. Piuttosto che farmi avere un lavoro, ha preferito negarmelo, perché era fatto di quella pasta: aveva dei principi. E così mio padre mi disse: fino a che comando io, tu non metterai piede in una redazione perché diranno di te che sei un figlio di papà, che non hai la stoffa. Perciò ho fatto per anni letteralmente di tutto, col proposito però di mettere da parte abbastanza denaro per comprarmi l’attrezzatura del fotografo di professione. Ho fatto il giardiniere, il lattoniere, il commesso di articoli fotografici all’emporio, il guardiano all’entrata del campeggio dei nudisti a Medolino, di tutto. Quando ne ebbi abbastanza, decisi che bisognava mettere giudizio e trovare un lavoro serio. E così per i prossimi due anni ho fatto il camionista, che era un lavoro serio, e un’esperienza che mi ha insegnato molte cose, la prima che la vita non era un gioco. Naturalmente praticavo sempre la fotografia per diletto e per attaccare bottone con le ragazze, cosa che a quel tempo poteva ancora funzionare (oggi le ragazze hanno altri criteri). E così, fotografando per puro amore della fotografia, venne il giorno in cui il giornalista Armando Černjul del Večernji List mi propose una collaborazione: avevano bisogno di una mano nella redazione fotografica. Gliene sarò grato per l’eternità, perché mi ha aperto le porte del giornalismo nonostante il bando paterno. Quanto alla mia vocazione per la fotografia artistica, anche in questo caso ho avuto un colpo di fortuna. La critica d’arte Gorka Ostojić Cvajner decise di allestire la mia prima personale alla galleria d’arte Diana del Municipio, che oggi non c’è più. Ma non era tanto la mostra, probabilmente l’avrei fatta comunque con altri collaboratori e in altre circostanze. Era il fatto che in quel periodo Gorka mi diede l’opportunità di fare una campagna fotografica per il Festival del cinema jugoslavo. Era questo il vero terno al lotto della mia incipiente carriera. Dopo ne ho fatti diversi di Festival, ma intanto il primo è stato il vero banco di prova per la mia preparazione. A quel punto mi hanno aperto le porte le società alberghiere, l’industria, le aziende pubblicitarie e le case editrici, le società di design e di marketing. Ho fatto per anni il fotografo industriale e commerciale oltre al fotoreporter. Alberghi, spiagge, trattori, macchine, fabbriche, impianti di produzione. Ho speso un estate intera soltanto per fotografare le isole della Dalmazia per una società italiana che stampava cartoline turistiche. Fantastico. Tuttavia non ho mai lasciato il Večernji, il mio giornale, il maggiore gruppo editoriale dell’allora Federativa, che mi ha permesso di girare il mondo e vedere luoghi in cui mai mortale aveva messo piede. Guarda che ero l’unico giornalista croato a bordo dell’aereo con Papa Wojtyla la prima volta che era venuto in Croazia. Eravamo seduti faccia a faccia come io e te oggi.
Com’era questo Papa?

Papa Giovanni Paolo II in ginocchio davanti al sarcofago del cardinale Alojzije Stepinac nel Duomo di Zagabria (settembre 1994)

Con Woytila ho vissuto la stessa sicurezza e lo stesso calore che nell’infanzia mi trasmise mio nonno Herman Majdič, e bada che questo mio nonno era la persona che ho amato e stimato di più nella vita (che mi perdoni mia moglie per quello che vado dicendo). Permettimi questa parentesi personale: mio nonno Herman parlava sei lingue, compreso il friulano. Era un enigma, dovrebbero farne un film. I Majdič erano ricchi mugnai di Kranj. Sotto lo stesso tetto lo zio Pepi trattava il commercio con i nazisti e mio nonno Herman vendeva di contrabbando le armi ai partigiani. Forse è per questo che sono sopravvissuti entrambi, anche se alla fine della guerra si sono dovuti separare: Pepi dovette cercare rifugio in Austria e Herman rimase in Jugoslavia. Fatto sta che da bambino ho passato gran parte dell’infanzia a Vienna. Nonno Herman mi ha fatto conoscere tra l’altro il Foto Museo di Bad Ischl, dove vidi le prime macchine fotografiche della storia. Quello fu amore a prima vista. Anche se, permettimi un’altra digressione, da bambino in realtà sognavo di fare il macchinista e non il fotografo. Fatto sta che le mie prime fotografie erano foto di treni e non di uomini. Anche oggi sono un collezionista di modelli ferroviari: una passione che poche possono uguagliare.
Quante foto hai scattato ad oggi?
Ci vorrebbe un’intelligenza artificiale per fare questo calcolo. Possiedo probabilmente 3 milioni di immagini, una quantità incalcolabile di negativi perché non ho mai buttato via niente. Ma guarda che i numeri sono esplosi dopo la transizione alla fotografia digitale. Ti faccio un esempio. Con un solo rullino per evento, un tempo si facevano soltanto 36 scatti e bastavano per cogliere tutto: personaggi, fatti, atmosfera, colore. Oggi da un evento come il Festival cinematografico nessuno di noi torna in redazione con meno di 500 scatti. Perché? Perché scattare è diventata una malattia, un tic nervoso, una mania compulsiva. Noi che siamo cresciuti a pane e diapositive, quando non c’erano ancora Photoshop e altre opportunità di manipolare l’immagine in post-produzione, eravamo costretti a conoscere il mestiere, anche perché non c’era verso di correggere l’errore. Tra l’altro il supporto costava caro e c’era da valutare in anticipo il momento, le condizioni fisiche dell’ambiente e della macchina, le probabilità di successo dello scatto. Non c’era spazio per l’improvvisazione. Anche oggi noi della vecchia scuola facciamo meno scatti dei giovani.
Hai lavorato anche nell’editoria?

Incendio in mare: prImo premio della Federazione giornalisti nazionale

Ho fatto tre monografie su Pola, di cui una d’autore, ho lavorato a lungo per conto di case editrici locali ma anche nazionali, tra cui l’istituto lessicografico “M. Krleža” e il Centro di ricerche storiche di Rovigno. Con Giovanni Radossi abbiamo avuto una collaborazione molto intensa. Altri progetti a cui tengo sono l’Enciclopedia istriana e la monografia su Pisino realizzata col collega Mirjan Rimanić. Tra una concorso e l’altro ho collezionato qualcosa come 130 premi, ma finalmente ho deciso di smettere di competere perché sentivo che non aveva senso. Ho cambiato completamente rotta e ho deciso di investire tutto il mio tempo a fotografare la mia città per presentarla all’estero, con mostre a tema in Germania, in Francia, in Austria, in Giappone e in Spagna, ecc. Una mia personale su Pola è stata allestita all’ufficio delle Nazioni unite a Ginevra: tutti gli spettatori erano convinti che fossero immagini della Toscana. Ero indignato: è maturata in me l’ossessione di far conoscere Pola e l’Istria al mondo. Ogni fotografo ha una sua missione o perlomeno dovrebbe averla: la mia ormai era quella di mostrare a tutti quant’era bella la nostra città, malgrado tutte le sue incoerenze.
C’è della poesia nelle tue fotografie, come mai non ha scelto la via dell’arte?
Un giorno mi sono chiesto: che cosa voglio dalla vita? Voglio una famiglia? Una moglie? Una vita da artista, da bohémienne? Mi sono scervellato a lungo. Chi sceglie l’arte, rinuncia a tutto il resto. E siccome bisogna essere sinceri, prima di tutto con sé stessi, ho confessato il mio proprio egoismo, l’amore per gli agi, la sicurezza economica, il caldo in casa, il piatto di gamberi in tavola. Il mio innato edonismo ha avuto il sopravvento sull’altro possibile istinto, quello dell’arte senza compromessi. Se ammetti che la vita è pregna di bellezza anche senza il sacrificio dovuto all’arte, è facile scegliere. Tra l’altro ho avuto modo di ascoltare le elucubrazioni dei critici di mestiere davanti una mia fotografia scattata per puro divertimento: erano un’assurdità dietro l’altra. I salotti sono un ambente a cui d’istinto decidi di voltare le spalle. Per altro non ho rimpianti: oggi sono un uomo felice. Ho scelto di sposarmi e ho scelto bene. Amici, conoscenti, clienti, figli, parenti, tutti se ne vanno prima o poi e c’è anche chi ti volta le spalle quando non ha più bisogno di te. Restano solo la donna o l’uomo che hai scelto per la vita. L’amore è tutto.

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