Ripartiamo ritornando alla prima presenza umana nelle valli e nelle montagne dove ho chiesto aiuto a Enrico Lantelme, che ha pubblicato una dettagliata descrizione delle loro origini storiche. Ci rivela che “in base ai ritrovamenti archeologici, la presenza umana potrebbe risalire tra la fine del periodo mesolitico (20.000-10.000 a.C. circa) e il neolitico (10.000-3.500 a.C. circa), caratterizzata dal passaggio delle comunità da nomadi dedite alla caccia, alla pesca e alla raccolta, a comunità stabili dedicate all’agricoltura e l’allevamento. (…) Uno tra i primi siti preistorici fu quello sotto la roccia di Balm’Chanto, luogo usato dall’uomo in diverse riprese, sin dall’epoca glaciale (14.000 anni fa) per terminare con l’invenzione della scrittura che sancisce la fine della preistoria dell’uomo”. La valle conobbe la tribù dei Cozi, di origini liguri che diedero il loro nome a questa parte delle Alpi Occidentali. Li seguirono gli Egidini, un’altra tribù ligure alla quale viene attribuito il nome della vetta più alta, Albergian o All-Berg-Egyan, “alto monte Egidino”. Poi il periodo della lenta integrazione con varie tribù celtiche che portarono con sé le loro usanze. Si suppone che persino Giulio Cesare avesse valicato il territorio nel 58 a.C., descrivendo il percorso attraverso la valle di grande importanza strategica nel suo “De Bello Gallico” dove indicò il nome dell’ultima località della provincia della Gallia citeriore, Ocelum che potrebbe corrispondere all’odierna Usseaux. Il Cristianesimo conquistò molto presto quest’area montana, ancora nei tempi dell’apostolo Pietro, con Priscilla che, fuggita dalle persecuzioni di Nerone, si rifugiò in montagna fondando Novalesa – con il significato della “nuova legge” e “nuova luce”, mentre la tradizione orale aggiunge un’altra testimonianza. Si tratta della collocazione nell’anno 505 d.C. della pietra battesimale a Pourrières. Si continua con le invasioni barbariche dei Goti, Longobardi e Franchi. La valle entrò in seguito a far parte dei possedimenti dei Savoia, una parte fu donata dalla marchesa Adelaide di Susa all’abbazia di Pinerolo nella parte bassa mentre l’alta valle venne occupata dai conti di Albon, i cosiddetti “delfini”, creando il delfinato.

Si riparte dalla democrazia degli Escartons, dal 1343
Le pagine gloriose sono certamente quelle in cui gli abitanti dei paesi risultarono ben organizzati istituitendo un certo livello di democrazia con l’elezione del loro “console” o sindaco, in base alla Grande Charte del 1343. Un periodo importante della storia è proprio questo – la fondazione della Comunità degli Escartons, testimoniata con il diritto alla libertà individuale e alla proprietà, insieme all’autogestione del territorio, all’elezione dei consoli e al potere di gestire i tribunali locali. Comprendeva 51 Comuni e mentre l’Europa si trovava in pieno feudalesimo, questa comunità alpina aveva “praticamente sancito senza conflitti la fine del potere nobiliare, con 450 anni di anticipo sulla Rivoluzione francese”. Il territorio fiorì per la presenza del commercio e per una particolare attenzione all’istruzione: il 90% dei suoi abitanti sapeva leggere e scrivere alla fine del Cinquecento. Purtroppo, nel 1713, la Comunità perse per sempre la sua autonimia, ma vi rimase la ricchezza culturale ereditata, testimoniata in tutte le sue forme: dalla lingua d’òc (area linguistica occitana) parlata in ambito familiare ancora oggi, dall’architettura delle case, dall’uso delle meridiane, dai gigli e delfini che ornano ancora i battacchi dei portali e dalle pietre delle fontane. Gli ultimi due secoli hanno portato a questo territorio montano l’industrializzazione che ha dato un futuro più consistente agli abitanti con l’apertura delle miniere di calciopirite dove si ricavavano zolfo e rame, di cui una portò all’incidente minerario con più vittime in Italia.

Si riparte dalla tragedia del Beth
Era il 1904. Faceva ancora molto freddo a metà aprile e le pendici della montagna erano appesantite dalla neve nuova che non prometteva niente di buono. A 2.785 metri di altitudine, sul Colle del Beth, i minatori avevano deciso di scendere a valle, rimasti senza scorte alimentari e a causa delle condizioni del tempo sfavorevoli. Iniziarono a scendere, in fila indiana, per precauzione; divisi in tre gruppi, per non essere investiti insieme da una possibile valanga. Non è servito a nulla. Un boato tremendo precedette la mostruosità dell’impatto. Una tragedia immane che ha segnato per sempre la vita nella valle. E si doveva ripartire dalla tragedia per continuare a vivere, piangendo le vite perdute. La montagna si era forse ribellata, chissà? Nella sua ribellione, si è presa le vite di 81 uomini che svolgevano uno dei lavori più difficili al mondo. Ormai, le miniere sono chiuse da tempo. Rimane tra la gente della valle la pietà, il ricordo e il rispetto per il sacrificio.

Si riparte dai Valdesi
Nel XIV secolo, i Valdesi si insediarono nelle vallate dove trovarono rifugio sulle pendici del monte Albergian. La loro presenza cambiò la vita delle valli per sempre. Descrivere la loro storia richiederebbe uno spazio enorme. Dopo decenni o secoli di repressioni e persecuzioni, subite per il fatto che rappresentavano un movimento religioso definito “ereticale”, sopravvissero nelle valli delle Alpi Cozie: Val Pellice, Val Germanasca e parte della Val Chisone, note anche come Valli Valdesi. L’attenzione che da subito ebbero nei confronti dell’istruzione, legata alla cultura e alla religione, riconosceva l’importanza della capacità di leggere che consentiva loro l’accesso ai testi sacri, ma non solo. Sin dal XVI secolo, l’analfabetismo era sconosciuto in queste valli. Una grande vittoria civile e culturale. Mi limito perciò a descrivere brevemente solo un periodo: l’apertura delle piccole scuole che ancora oggi vengono chiamate “scuole Beckwith” o “scuolette”, la cui presenza risale alla prima metà dell’Ottocento, grazie al sostegno del generale inglese Charles Beckwith, grande benefattore dei valdesi, che si era ritirato nelle loro montagne (dopo la battaglia di Waterloo) per costruire edifici semplici, adatti alle attività scolastiche. Beckwith capì che orientare questo popolo francofono verso l’Italia e la lingua italiana era la miglior via verso il riconoscimento. Inoltre, fondò scuole speciali destinate alle ragazze dai dieci ai sedici anni, le “écoles des filles”, con l’obiettivo di insegnare loro un mestiere. Le scuolette Beckwith erano in quei tempi delle scuole all’avanguardia perché offrivano ai bambini e ai giovani l’istruzione gratuita, diventata poi obbligatoria in tutto il Paese, grazie ai decreti ministeriali e statali. Il personale delle scuole era fin dai primi tempi altamente qualificato mentre i materiali didattici spesso venivano importati persino dall’Inghilterra. Le scuolette vengono apprezzate ancor’oggi per il loro valore non solo simbolico che riguarda l’inclusione e il riscatto sociale.

Si riparte dalla lingua o dalle lingue
Nelle borgate delle valli si possono udire parlate diverse tra l’italiano, il piemontese, il francese, l’occitano e persino lingue provenienti da vari Paesi del mondo, maggiormente dalla Penisola balcanica. Per una serie di varie circostanze, più o meno felici, hanno trovato lavoro e vita nelle valli, dimostrandosi grandi lavoratori e integrandosi con successo nella società locale. Così, oltre alle lingue del territorio, anche il rumeno e il croato echeggiano a pari passo con l’antica “lenga d’òc”. Negli incontri occasionali che poi occasionali non erano affatto, sono venuta a conoscenza del passato personale delle persone e delle loro famiglie provenienti dalla nativa sponda dell’Adriatico e del continuo spostamento di vite che superarono le sfide della miseria e delle guerre in realtà mai terminate. È un continuo riproporsi in modi diversi e nuovi e questa caratteristica rende le persone straordinariamente resilienti.
La lingua occitana che spesso viene chiamata dalla gente locale “patois”, termine coniato dai francesi per determinare una lingua “minore”, ha superato il significato originale del termine, dandogli un valore aggiunto – il fascino di una lingua antica e rara, che merita di essere rivalorizzata insieme alla sua cultura.

Si riparte per ritornarci e per rinascere
Dopo questi accenni di vita, storia e cultura, sono consapevole che ho solo sfiorato i vari temi perché l’impressione dell’immensità della vita non può essere espressa solo con le parole. Va vissuta per poter essere pienamente compresa. Le sue dimensioni infinite che ho ricevuto nel respirare l’aria di montagna, hanno fatto nascere in me nuovi universi espressivi che necessitano di cure e sapienza per essere raccontati e condivisi. La montagna parla a chi la vuole ascoltare e quando entra nel cuore, lo conquista e costruisce in esso nuove vette da scalare, quelle emotive e spirituali. Il richiamo della montagna è qualcosa di magico, se vogliamo dirlo in parole povere e semplici. La magia, la sua intensità, l’occasione di vivere il passato, il presente e il futuro nello stesso momento, porta alla liberazione dello spirito, simile a un volo d’aquila che, sospesa nell’aria osserva, si solleva, volteggia, scende e poi entra in picchiata. Si dice nelle leggende popolari che l’aquila quando, con l’invecchiamento perde le sue forze e la sua vitalità, si rifugi in montagna e inizi un processo doloroso di trasformazione, strappandosi le vecchie piume, il becco e gli artigli, attendendo la loro riscrescita per poter tornare a volare. Forse a questo periodo di trasformazione è dedicata la Punta dell’Aquila dove sarebbe bello ritornare, magari sulla neve, con le ciaspole. Sulla Punta dell’Aquila, per rinascere un’altra volta, come le aquile. E mentre si fa sera, penso alle cose belle donatemi gratuitamente, rimanendo infinitamente grata per tutta la bellezza che la speranza vissuta mi ha regalato.

Si riparte per ricostruire
Nella valle, ho conosciuto persone straordinarie, tra cui una che porta il nome di Marina. Mi ha regalato un libro molto importante, scritto da sua mamma, una maestra che insegnava nelle “scuolette”; dal nome simbolico: Lina Dolce. Ha scritto molti libri tra cui “Le margherite giganti” in cui descrive la propria vita attraverso la quale ci si può identificare nei suoi giorni difficili tra le montagne e nel riscatto personale che lei conclude con le seguenti parole: “Le difficoltà, incontrate nella mia vita giovanile, non mi hanno depressa, non mi hanno annientata, ma mi hanno insegnato a volare… poiché il narrare ha in sé tante magie: ridà vita al passato, donandogli la gioia del presente, e promette di diventare favola nel futuro, quando i posteri leggeranno”. Infatti, la narrazione nasconde una magia particolare, quella della creazione e dona vita sia all’opera che sta nascendo, che al suo autore.
Riprendo il pensiero iniziale in cui ho cercato di vedere la vita come una continua ripartenza, un continuo rinnovo, una continua rinascita, un continuo riscatto, un continuo costruire e ricostruirsi. Vorrei fermarmi alla fine e ritornare alla figura della cicala: in fin dei conti, tutti siamo un po’ cicale che vorrebbero volare come le aquile. Ci piace vivere la vita allegramente, cogliere l’attimo e perderci in esso, ma poi ci innalziamo, osserviamo il mondo da un altro punto di vista, ci ritiriamo, contempliamo, ci trasformiamo per ridonarci al mondo con maggiore forza interiore, ritornando a ricostruirlo per continuare a cantare come le cicale e rinnovarci come le aquile. La bellezza della vita sta proprio lì, in mezzo al dolce canto delle cicale e il maestoso volo delle aquile.


Nel mezzo c’è tutto il resto
E tutto il resto è giorno dopo giorno, e giorno dopo giorno è silenziosamente costruire
E costruire è sapere
È potere rinunciare alla perfezione (…)
Niccolò Fabi, “Costruire”
(2 e fine)
*docente del Dipartimento di Studi Italiani dell’Università di Zara
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