Ripartire dal concetto di «cura» e dalla tradizione mediterranea

A colloquio con la professoressa Luisella Battaglia, insignita del premio internazionale Fritz Jahr per la ricerca e la promozione della bioetica europea

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Ripartire dal concetto di «cura» e dalla tradizione mediterranea
Luisella Battaglia. Foto: IVAN VRANJIC

Il premio internazionale per la ricerca e la promozione della bioetica europea Fritz Jahr per il 2020 è andato a Luisella Battaglia, professoressa di Filosofia Morale e di Bioetica alla Facoltà di Scienze della Formazione dell’Università degli Studi di Genova e di Bioetica all’Università Suor Orsola Benincasa di Napoli. Nel 1992 ha fondato, a Genova, l’Istituto italiano di bioetica di cui è presidente e dal 1999 è membro del Comitato nazionale per la bioetica, organo della Presidenza del Consiglio dei Ministri, con il cui patrocinio ha ideato e organizzato, a partire dal 2001 ogni anno conferenze nazionali di bioetica per le scuola. Nel 2017 ha dato vita al Festival nazionale di bioetica a Santa Margherita Ligure. L’anno successivo ha organizzato all’Università di Genova la giornata Eguaglianza, giustizia ed equità in occasione del World Bioethics Day. È stata insignita del Premio UNESCO per la bioetica e dell’onorificenza di Commendatore al merito della Repubblica Italiana. Nell’ottobre dell’anno scorso la prof.ssa Battaglia è stata a Fiume per ritirare il premio Fritz Jahr 2020 assegnatole dal Centro per la documentazione e ricerca per la bioetica europea Fritz Jahr che opera presso la Facoltà di Scienze della Salute dell’Università di Fiume e dal Centro scientifico di eccellenza per la bioetica integrativa di Zagabria. Un’occasione per approfondire il dialogo e allacciare, possibilmente, nuovi legami.

Un’esperienza emozionante
Come è venuta a conoscenza del pensiero di Fritz Jahr, quando ha sentito parlare di lui per la prima volta?
L’ho scoperto attraverso molteplici indicazioni. In particolare, è stato il professore di Filosofia della Scienza Ragazzi tra i primi ad avermelo segnalato, rilevando come ci fosse ancora un’idea della bioetica legata a Van Potter, definito arbitrariamente e impropriamente inventore della bioetica. È da lì che ho iniziato le mie ricerche fino a risalire a Fritz Jahr. Al di là di questo, nella mia ricerca, nella mia riflessione sulla bioetica avevo impostato le mie indagini proprio su quelli che sono i fondamenti della bioetica elaborati da Fritz Jahr. È stato quindi emozionante perché, pur senza conoscerlo, ero legatissima a Fritz Jahr. È stato come ritrovare un amico, un padre. Dico che è stato emozionante perché nel panorama italiano mi sentivo molto sola e invece ho scoperto che già nel lontano 1927, un secolo fa, c’era stato qualcuno che aveva intuito le potenzialità di quest’enorme, stupenda riflessione che è la bioetica. D’altra parte, nei confronti di Van Potter avevo tutta una serie di riserve perché ritengo che la bioetica debba essere molto più ampia rispetto alla visione di Van Potter, che pure parlava di global bioethics. La sua però era una bioetica globale di tipo vetero-positivistica in quanto persisteva un legame molto forte con la biologia che, in qualche modo, detta le regole all’etica. Il legame tra due discipline però non deve essere di tipo deduttivo, bensì deve esserci un’interazione e l’idea di Fritz Jahr – quella di un’etica che guarda all’intero mondo vivente e che comprende non soltanto gli animali ma anche le piante, e che oggi trova conferma nella neurobiologia vegetale –, io la vivo nella mia mente. Quando parlo di un oblio dell’origine della bioetica mi riferisco al fatto che abbiamo dimenticato le origini e che pensiamo alla bioetica nei termini di un’etica medica, perdendo di vista quello che è il senso profondo e, direi, la novità rivoluzionaria dell’insegnamento di Fritz Jahr, ovvero la bioetica come etica del bios, ovvero dell’intero mondo vivente. Se non accettiamo questo la bioetica continuerà ad essere un’antropo-etica, cioè un’etica dell’uomo che si affaccia appena a quelli che sono i suoi interessi in materia di biotecnologie.

Oltre a quelle di Friz Jahr, quali altre idee hanno influenzato maggiormente il suo percorso professionale e i suoi studi?
Sono molto legata al pensiero dei classici. Della bioetica europea trovo molto bello che non ci si sofferma soltanto ai precursori, ma si guarda oltre, agli antenati. Lo dico perché a mio avviso dobbiamo ritrovare l’eredità dei classici: il pensiero greco e quello latino. Anche prima di conoscere il pensiero di Fritz Jahr mi sono occupata, ad esempio, di Cicerone e della sua visione di bioetica, di Epicuro e della sua idea della felicità… Sono soltanto due esempi, ma ben illustrano, a mio avviso, che l’insegnamento dei classici deve essere profondamente rimeditato, perché se la bioetica vuole guardare al futuro deve tornare a impadronirsi del passato.

Una prospettiva rivoluzionaria
Crede che in Europa, in Italia in particolare, la bioetica si riduca troppo spesso all’etica medica?
Purtroppo sì. Lo constato con molto dolore, perché da vent’anni, dal mio ingresso nel Comitato di bioetica, mi sono impegnata molto, in parte con successo, per aprire la bioetica ad esempio alla dimensione animale. Al mio ingresso nel Comitato la prima cosa che chiesi fu che venisse inserito un medico veterinario, poi ho creano un gruppo di lavoro in cui si è parlato per la prima volta di bioetica e medicina veterinaria. Fu una novità dalla quale nacquero poi diverse ricerche. A livello istituzionale, e lo dico con molto rammarico, la bioetica è ancora tutta incentrata sull’uomo ed è una bioetica che perde di vista quella che è la sua novità fondamentale, perché diventa una forma aggiornata di etica medica e non credo sia questo quello di cui noi abbiamo bisogno. Penso che non dovremmo perdere di vista la prospettiva rivoluzionaria, cioè quella di un’etica che riguarda l’intero modo vivente e che quindi è chiamata a elaborare delle idee, dei principi, delle visioni che siano adeguate a questa nuova sfida. Tra l’altro, anche il Covid ci ha posto drammaticamente la sfida del salto di specie, dello spillover. Noi siamo legati agli animali, siamo legati all’ambiente e dobbiamo prenderne coscienza. Più tardiamo a farlo, più tempo perdiamo.

A suo avviso, nel panorama italiano, la bioetica europea ha attecchito di più nelle Università, in alcuni centri di ricerca o in gruppi individuali?
Il nostro Istituto ha diverse sezioni in tutt’Italia, a Roma, nel Lazio, in Lombardia, in Sicilia… È nelle sezioni che le idee nascono e si sviluppano. Quindi la bioetica europea la vedo. È a livello istituzionale che c’è ancora una chiusura sostanziale. Se si vanno a vedere alcuni testi di bioetica che vengono pubblicati si vede un legame con la visione classica, quella per la quale la bioetica è sostanzialmente bioetica medica, ma traspare anche, voglio dirlo, la divisione ideologica tra bioetica laica e bioetica cattolica. Anche qui, il nostro Istituto ha dichiaratamente voluto andare oltre questa divisione. Per esempio, nel nostro Istituto è del tutto secondario sapere se una persona è credente o non credente, non è questo il punto. Il punto è invece comprendere la visione che la persona ha della vita, il suo rapporto col mondo vivente. Abbiamo cercato di modificare quello che era l’impianto “classico” della bioetica italiana allargando la prospettiva alla bioetica ambientale a quella animale. Ci siamo riusciti, anzi ci stiamo riuscendo con fatica.

Recuperare i classici
Qual è secondo lei il significato della bioetica europea?
A mio avviso è importante sganciarsi dalla bioetica nordamericana, anglosassone, ma non perché io provi un senso di ostilità, ma perché credo che ci sia una tradizione che muove dai classici greci e latini e che poi si dirama attraverso una variegata moltitudine di autori che fanno parte della nostra cultura. È a questo patrimonio che dobbiamo attingere, è questa la nostra forza. La bioetica europea pertanto deve a mio avviso essere ripensata, sia recuperando l’eredità del mondo classico sia aprendosi a tutto questo enorme patrimonio letterario, ma anche, perché no, cinematografico. Io mi sono laureata in cinema e devo dire che trovo che ad esempio il cinema sia molto importante, ma non strumentalmente bensì perché è un mezzo molto potente per farci capire la complessità che ci circonda. Se ci si occupa di bioetica e non si ama l’interdisciplinarità, ma si vuole rimanere esclusivamente all’interno del campo d’indagine dove ci si sente protetto, si ha sbagliato mestiere. La bioetica invita alla curiosità, a studiare continuamente quelli sono i confini che sono stati assegnati. Ci vuole curiosità, ci vuole coraggio e anche una certa dose d’immaginazione.

Il mondo mediterraneo
Quando parliamo di bioetica europea, possiamo parlare anche di bioetica mediterranea?
Lo penso da tanti anni; penso alla bioetica mediterranea, alla bioetica latina e a mio avviso c’è una specificità che le distingue. Va detto però che la bioetica europea è una prospettiva più ampia. Insieme ad un’altra persona ho pensavo invece a un diverso approccio della bioetica, che fosse come dire mediterraneo e latino. Il termine chiave è cura, nel senso del “care”, dell’apertura alle ragioni dell’altro. Ho scritto molto sul tema del “care”, è questo uno dei temi forti del nostro Istituto, credo che sia profondamente legato al mondo latino. Noi siamo figli della cura, siamo soggetti ed oggetti di cura. Se ci si chiede dove collocare il concetto di cura la risposta è nel Mediterraneo e nella cultura del mondo latino. Si tratta di una visione che secondo me si pone in alternativa a quella legata a un altro paradigma, altrettanto importante, quello dei diritti. Questi due paradigmi devono in qualche modo giocare insieme, funzionare insieme. È in questo senso che parlo di bioetica latina o di bioetica mediterranea, perché è qui che vedo che c’è qualche cosa di specifico che ci appartiene e che dobbiamo rivendicare. Credo che non contraddica con l’idea della bioetica europea, ma penso che in qualche modo possa consentirci di definire meglio. Il Mediterraneo è pieno di storie e di ricordi e adesso e anche di dolore. Insomma, è una storia e noi dobbiamo farcene carico.

Abbiamo sconvolto l’equilibrio
Come vede il futuro della bioetica europea? Crescerà negli anni?
Dipende da noi. Se siamo solidali, se siamo convinti che questa è la strada da intraprendere, la bioetica dovrebbe crescere. Il dramma del Covid è spaventoso però dobbiamo trarre un insegnamento da questa vicenda spaventosa. Dovrebbe aiutarci a prendere coscienza del fatto che abbiamo alterato l’equilibrio. Viviamo un momento di cui dobbiamo cogliere la rilevanza dal punto di vista storico. Dobbiamo cambiare il nostro rapporto con l’ambiente, col mondo, con noi stessi, tutto è collegato. Il Covid ci ha dimostrato che siamo legati agli animali che diventano per noi nocivi, ma perché siamo stati nocivi noi per loro. Quando mi chiede come vedo il futuro, le rispondo che lo vedo in termini di un grosso impegno che dobbiamo fare coinvolgendo varie dimensioni per cui la bioetica deve entrare a far parte dell’educazione politica, dobbiamo trovare le giuste connessioni.

Quale sarebbe, a suo giudizio, il suo più grande successo professionale in bioetica?
Non saprei proprio dirlo. Credo che ancora dobbiamo guardare molto avanti. Dobbiamo veramente lavorare molto. Sono molto confortata dalle cose che state facendo. Mi sento meno sola. Mi sento ormai coinvolta in una rete internazionale. Il cammino è lungo, ma noi dobbiamo provare gioia nel sapere che facciamo qualcosa di significativo per chi verrà dopo di noi.

Per lei questa è la prima permanenza in Croazia, ma in passato ha avuto delle collaborazioni con colleghi croati?

Il professore Amir Muzur è stato una volta a Genova e fu veramente una visita straordinaria. Visitò il nostro Istituto e da lì iniziò una collaborazione che ora si sta aprendo a ulteriori collaborazioni. Noi ci sentiamo meno soli e c’è una tale solidarietà e condivisione che mi commuove, mi emoziona.

Le conferenze nelle scuole
Uno dei tentativi che ho fatto – dice la prof.ssa Battaglia – e che ha prodotto risultati è quello di organizzare il Festival della bioetica. Ci sono riuscita anche perché ho avuto la fortuna di trovare Paolo Donadoni, un sindaco bioeticista, cosa insolita, il quale mi ha capita. Credo che questo ci dia molta forza. Noi abbiamo bisogno di essere sostenuti non perché dubitiamo delle nostre idee, ma perché vorremmo caldamente che queste idee penetrassero in quella che è la quotidianità della vita. Appena entrata a far parte del Comitato la prima cosa che ho chiesto, e che ho fatto molta fatica ad ottenere, furono le conferenze per le scuole. Dissi: “Lasciatemi provare” e devo ringraziare Giovanni Berlinguer, grande studioso e allora presidente veramente illuminato del Comitato che disse “proviamo”. Da quel momento ogni anno organizziamo conferenze su temi rilevanti della bioetica. È stato questo un modo per aiutare i discenti, i ragazzi, ma anche i docenti che poco ne sapevano a entrare in un mondo che non gli apparteneva. Secondo me – sottolinea – è questa la strada da percorrere.

Dobbiamo imparare a comprendere l’altro
Qual è il modo migliore per insegnare agli studenti la bioetica? Ci sono differenze di approccio tra le diverse professioni?
Questo è un discorso molto affascinante e molto interessante. Una delle preoccupazioni più grandi che aveva bloccato il mio progetto era proprio l’indottrinamento. Per superarla abbiamo fatto riferimento a un documento che, secondo me, è ineccepibile: la Dichiarazione Universale dell’UNESCO. Noi dobbiamo stimolare i giovani a pensare criticamente e soprattutto a scoprire il valore delle argomentazioni. Dobbiamo farlo, lo dico anche a noi adulti, perché credo che troppo spesso nei dibattiti politici la prima cosa che si chiede è: “Tu come la pensi? Da che parte stai?” Non mi riconosco nelle etichette. Il nostro sforzo deve essere quello di abituare i giovani e i meno giovani a uscire da questo steccato pericolosissimo delle ideologie e soprattutto da quello delle risposte preconfezionate. Se si affronta un problema grave bisogna capire l’altro, dobbiamo capire quelli che hanno un’opinione diversa, cercare di comprendere quali sono le loro ragioni. E non si può dire che le ragioni e le opinioni degli altri non valgono. Credo che sia questa la strada che gli studenti devono intraprendere, va insegnata loro l’importanza di non indietreggiare davanti alle difficoltà e di ascoltare le ragioni degli altri. Scoprire che magari le ragioni dell’altro sono più forti delle tue non è sconvolgente.

*research associate
Cattedra per le scienze sociali e umanistiche in medicina
Facoltà di Medicina – Università di Fiume

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