«Riconoscere il dolore altrui»

Dopo vent'anni passati a documentare conflitti in tutto il mondo, il fotogiornalista Mario Boccia è consapevole di quanto sia fragile la pace e dell'importanza di preservarla. Per questo parla della sua esperienza nelle scuole, dove crescono i cittadini del domani. Partendo, come ricorda, da quanto recitato al Memoriale di Potočari: «Affinché Srebrenica non accada mai più, a nessuno, da nessuna parte»

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«Riconoscere il dolore altrui»
Foto IVOR HRELJANOVIĆ

La guerra non finisce quando le battaglie cessano e con la firma dei trattati di pace. Il seme del conflitto può durare anni, decenni dopo, da quella che è la sua conclusione formale. Le società post-belliche, una volta gettate le armi, devono fare i conti con l’eredità acquisita, fatta di traumi, tensioni latenti e divisioni tra cittadini. Oltre il campo di battaglia c’è una vita quotidiana da ricostruire e una coesione sociale da restaurare; per fare ciò, è necessario imbracciare pazienza ed empatia. Mario Boccia, fotogiornalista che nel corso della sua lunga carriera ha seguito diversi conflitti, è consapevole di quanto complesso possa essere il percorso verso la pace, e di quanto importante sia difenderla. Dopo aver seguito i conflitti nell’ex Jugoslavia per tutta la loro durata – dal 1991 al 2001 – Mario ha continuato a frequentare la regione, seguendone gli sviluppi fino ad oggi. Da quello che ha potuto osservare, requisiti fondamentali per la riconciliazione e la pace duratura sarebbero il superamento del sentimento della vendetta e il riconoscimento del dolore altrui. Questa esperienza Mario la porta anche nelle scuole italiane, dove parla del rispetto di tutti e del valore della bellezza contro l’orrore. In questa terza e ultima parte della lunga intervista concessa al nostro giornale in occasione dell’apertura della sua mostra negli spazi dell’Istituto Italiano di Cultura di Zagabria, Mario parte dal ruolo svolto dalla fotografia nelle zone di conflitto per arrivare poi ad un’ampia riflessione sulla riconciliazione.

Che ruolo ha la fotografia nel contesto della guerra?
“Può avere un ruolo di propaganda. Le faccio un esempio: nel 1991 ho frequentato gli uffici stampa dei vari Governi in Croazia, in Serbia e in Slovenia. Le foto che mi venivano mostrate rappresentavano soltanto i loro lutti e i torti subiti, per giustificare la loro posizione politica, quindi in quel caso c’era un utilizzo strumentale delle immagini. Tuttavia, la fotografia può avere anche un ruolo di denuncia degli orrori compiuti. Io mi sono sempre illuso che mostrando l’orrore il pubblico possa avere una reazione di presa di distanza. Purtroppo, forse, questo non basta più. Oggi infatti siamo sommersi di immagini che vengono da Gaza, dal Libano e dall’Ucraina, nelle quali è talmente evidente l’orrore che le persone stanno subendo che è come se si guardasse in diretta un genocidio. Nonostante ciò che sta accadendo sia così evidente, ci preoccupiamo soltanto dei prezzi della benzina che aumentano. C’è un forte egoismo di fondo: ci preoccupiamo soltanto quando le disgrazie ci colpiscono direttamente”.

Foto Josip Mikacic/PIXSELL

Ad oggi le modalità di documentare le guerre sono cambiate, anche per via della circolazione sempre più veloce di notizie ed immagini sui social media.
“Assolutamente. Le notizie circolano più velocemente, e questo è un fatto positivo, più informazioni circolano e meglio è. Naturalmente c’è il rischio della manipolazione delle notizie e delle immagini, ma questo accadeva anche in passato. Perciò, la necessità del controllo delle fonti di informazione e delle immagini rimane forte. Purtroppo, dall’altro lato, nonostante ci sia un positivo incremento nella diffusione delle notizie, non c’è un’adeguata risposta per isolare internazionalmente i Paesi responsabili dei maggiori conflitti e delle maggiori ingiustizie. Penso che quello che sta accadendo a Gaza sia un esempio clamoroso: i giornalisti stranieri non possono entrare, il materiale fotografico che arriva è tutto prodotto dai fotografi palestinesi. Non sono mai stati uccisi tanti reporter e giornalisti in nessun altro conflitto come in quello in corso a Gaza. Ciononostante, quelle foto e quel lavoro non sono sufficienti per far sì che un Governo imponga delle sanzioni nei confronti di Israele”.

Tornando alla sua carriera, Lei ha seguito le guerre in ex Jugoslavia dal 1991 fino al 2001. Come valuta lo stato della riconciliazione nei Paesi al giorno d’oggi?
“Ci sono dei luoghi in cui le tensioni sono state superate perché si sono create le condizioni affinché potessero essere superate. In altri posti, invece, dove crisi economica e corruzione sono diffuse, le tensioni sono rimaste”.

Foto Josip Mikacic/PIXSELL

Ci può fare degli esempi?
“Se prendiamo ad esempio la Bosnia ed Erzegovina, ritengo che l’impianto istituzionale e costituzionale risultante dagli Accordi di Dayton sia inadeguato. Il sistema previsto nei trattati è stato utile per fermare la guerra; tuttavia, dal momento che riconosce l’esistenza di entità fondate su base etnica, rappresenta un ostacolo alla riconciliazione nel Paese. Elementi di divisione li troviamo anche nell’istruzione, con il modello delle cosiddette due scuole sotto lo stesso tetto, che prevede che all’interno di uno stesso istituto scolastico gli alunni vengano divisi in base all’appartenenza nazionale per seguire programmi scolastici diversi; con questo sistema si sta preparando la divisione del Paese, potenzialmente un nuovo conflitto. Vediamo anche che la popolazione diminuisce anno dopo anno, i giovani scappano, cercano un futuro all’estero”.

Ci sono segnali di speranza in questa situazione?
“Certo, ci sono realtà nelle quali, come ho accennato, le tensioni sono state superate perché si sono create le condizioni affinché potessero essere superate. Un esempio, sempre dalla Bosnia ed Erzegovina, è quello della Cooperativa agricola Insieme di Bratunac, fondata nel 2003. Questa cooperativa offre lavoro a tutti, senza distinzione etnica. Tra le persone che lavorano in fabbrica e tra quelle che lavorano nei campi dopo vent’anni le tensioni sono passate, si vive insieme attorno a questa impresa comune. Nella cooperativa lavorano molte donne, sia cristiano ortodosse che musulmane, e diverse di loro sono vedove dalla guerra. Tra di loro le une hanno sempre partecipato al dolore delle altre e delle loro famiglie, ed è questo che nel tempo ricostruisce un tessuto sociale e comunitario comune”.

Foto Josip Mikacic/PIXSELL

Secondo Lei, qual è la base della riconciliazione?
“Vorrei toccare tre punti. In primis, il riuscire ad andare oltre la vendetta. La pietra all’ingresso del Memoriale di Potočari recita Affinché Srebrenica non accada mai più, a nessuno, da nessuna parte. Penso che riuscire a lavorare su questo significa lavorare nella direzione di una riconciliazione. Un altro tema fondamentale è ribadire che le vittime sono tutte uguali, e che rappresentarle tutte, non solo una parte di esse, è la premessa per una riconciliazione futura. Nella narrazione vittimistica nazionalista ognuno parla delle proprie vittime; ci sono i musei di guerra e ognuno parla dei torti subiti, ma mai delle atrocità commesse, e questa è una strada che rende impossibile una riconciliazione futura. Infine, la premessa per la riconciliazione sta anche nel riconoscimento del valore del dolore dell’altro. Il dolore è un sentimento egoistico, e spesso, forse per rispetto nei confronti di chi abbiamo perso, pensiamo che il nostro sia più importante di quello altrui. È invece importante aprirsi a riconoscere il dolore altrui”.

Prima di approdare a Zagabria, la sua mostra fotografica sull’assedio di Sarajevo è stata a Belgrado. Come ha trovato la ricezione del pubblico nella capitale serba?
“Gli organizzatori locali erano entusiasti dell’idea della mostra, che si è tenuta negli spazi del Museo degli anni Novanta, una realtà molto vicina, dal punto di vista culturale, ai movimenti degli studenti, che nell’ultimo anno e mezzo hanno riempito le piazze di tutta la Serbia, contestando il sistema politico del Paese. Il giorno dell’inaugurazione alla mostra erano presenti molte persone della mia età, che hanno perciò vissuto la guerra; tra loro, c’erano anche tre note attiviste delle Donne in Nero di Belgrado, che conobbi personalmente nel 1991, quando si opponevano al conflitto e per questo subivano la persecuzione da parte del Governo. Erano presenti però anche tantissimi giovani, che facevano delle domande e si emozionavano così come i loro coetanei di Zagabria e di Sarajevo. Questi ragazzi si sono avvicinati alla storia dell’assedio di Sarajevo a partire dalle storie delle persone coinvolte, si sono riconosciuti e hanno percepito un’empatia istintiva nei loro confronti”.

Foto IVOR HRELJANOVIĆ

Lei visita molte scuole italiane, condividendo la sua esperienza. Come percepiscono gli studenti una guerra da loro apparentemente lontana?
“Nelle scuole parlo dell’importanza della difesa di una comunità molteplice durante un conflitto, del rispetto di tutti e del valore della bellezza contro l’orrore. Conservo una raccolta di bellissimi pensieri contro la guerra che mi vengono restituiti da questi studenti, nella fascia di età dagli otto ai vent’anni, che hanno riflettuto su questi temi a partire dalle storie che racconto. Quello che cerco di fare è fornire loro elementi che li aiutino a riflettere sulle somiglianze tra le situazioni che racconto e quelle che loro stessi vivono. Per esempio, in una qualsiasi classe di una scuola elementare di Roma possiamo trovare culture diverse, religioni diverse, origini diverse, ma gli studenti si sentono tutti parte della stessa comunità molteplice. Le storie in cui questa comunità viene divisa a seconda di criteri imposti vengono percepite come ingiuste e sbagliate. L’istinto umano prescinde dalle religioni e dalle culture di appartenenza e sta a noi cercare di stimolarlo. Se invece introduciamo elementi di divisione si comincia a seminare odio. Quello che cerco di fare è lasciar parlare i bambini, perché spesso quello che dicono è molto più avanti di quello che dicono i loro genitori; viene perciò da chiedersi quale sia il momento in cui un essere umano passi da una fase infantile a una fase adulta e diventi peggio di come era prima, perdendo quella spontaneità, quella pulizia, quel buono istintivo e innato”.

(3 e fine)

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