Quei valorosi anti-eroi che morirono per un’Italia da completare

La tragica storia dei fratelli Calvi, alpini nella Grande Guerra, e della loro madre Clelia, è quella di un patriottismo cavalleresco che ha lasciato in eredità valori come altruismo, solidarietà e volontariato

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Quei valorosi anti-eroi che morirono per un’Italia da completare
La famiglia Calvi in una foto d'epoca. Foto gentilmente fornita da Roberto Boffelli

È sempre la notte la via di accesso più facile agli incubi. L’insonnia allunga le ombre, amplifica i rumori, attenua le difese interiori fino a strappare il bavaglio al dolore. Per Clelia Pizzigoni Calvi, l’ora più difficile scoccava proprio quando il brusio della vita andava affievolendosi, il ritmo generale rallentava e giungeva il momento di spegnere la luce, dimenticando per qualche ora gli affanni quotidiani. A lei, gravata dal peso di un incomparabile e tanto anomalo lutto, dormire era concesso di rado. E così cercava di arginare l’onda montante del pianto scendendo giù in salotto per sedersi al pianoforte e mettersi a suonare i suoi amati preludi di Chopin. I vicini sentivano vagare nell’aria quelle note struggenti e accentate di tristezza. Qualcuno mugugnava infastidito per il sonno interrotto, ma la maggior parte si mostrava indulgente e solidarizzava con lei in silenzio. Qualcuno anche si commuoveva. A Piazza Brembana, piccolo Comune bergamasco ai piedi delle Prealpi Orobie, ci si conosceva tutti. E la tragedia di una famiglia apriva una ferita che bruciava nel corpo dell’intera collettività. Come non capire, d’altra parte, lo strazio di una donna che nel giro di soli quattro anni, dal 1916 al 1920, aveva perduto tutti e quattro i figli maschi? Natale, Attilio, Santino e Giannino avevano fatto la Grande Guerra e si erano immolati coraggiosamente alla patria in conflitto con l’Impero austro-ungarico e la Germania. Attilio, classe 1889, e Santino, classe 1895, caddero in battaglia. Giannino, un “ragazzo del ‘99”, venne stroncato ancora in divisa dall’epidemia di Spagnola due mesi dopo la fine delle ostilità. Natale detto “Nino”, il primogenito (1887) scampato alla morte sulle montagne, mutilato e pluridecorato al valore, si ricongiunse infine agli adorati fratelli precipitando durante una sconsigliata scalata sullo stesso Adamello che già l’aveva visto protagonista di memorabili azioni belliche.
Donna Clelia rimase totalmente sola a trascinarsi il peso sovrumano del dolore. Non poté esserle di sostegno il marito Gerolamo, già stimato ex sindaco del paese, che morì di crepacuore nel 1919. Prima ancora della disgraziata ascensione di Nino il 16 settembre 1920 e prima del saluto ufficiale che l’Italia intera tributò alle quattro bare allineate nei funerali solenni celebrati il 23 ottobre 1921 a Bergamo, con destinazione finale il piccolo cimitero di Piazza Brembana. L’ideale dell’Italia da completare riunificando Trento e Trieste alla nazione, era una motivazione potente. Una fiaccola luminosa di idealità che nulla aveva da spartire con i progetti coloniali dell’Italia liberale e le successive allucinazioni imperialistiche di Mussolini. I Fratelli Calvi erano quattro eroi cavallereschi, di stampo ottocentesco e di slancio patriottico garibaldino, ben lontani dai canoni dannunziani e superomisti che si andavano affermando prepotentemente in quell’età di mezzo che volgeva verso l’emergente Italia nazional-fascista. Il regime utilizzò abilmente a proprio uso e consumo la specchiata epopea dei fratelli bergamaschi, ma osannava una nuova tipologia di eroi, ben rappresentati dalle gesta solitarie di campioni volitivi come un Ettore Muti o un Italo Balbo. Forse anche per questo, i romantici patrioti nati fra le Orobie sono stati ricordati sempre con rispetto e ammirazione anche nell’Italia democratica e repubblicana.

Riproporre il ricordo

Qualcuno rammenterà forse quanto osservava Luigi Pirandello nella commedia “Il piacere dell’onestà”, scritta nel 1917, l’annus horribilis di Caporetto e delle decimazioni ordinate dall’alto per contrastare i dilaganti ammutinamenti: “È molto più facile essere un eroe, che un galantuomo. Eroi si può essere una volta tanto, galantuomini si dev’essere sempre”. E loro, Natale, Attilio, Santino e Giannino Calvi, erano sì eroici combattenti, pronti a dare l’esempio nelle imprese più audaci, ma anche – si racconta – veri galantuomini. Ufficiali profondamente affezionati ai loro soldati, tanto che in più di una occasione non avevano mancato di esprimere disappunto per il cosiddetto “metodo Cadorna”, l’utilizzo della truppa come carne da cannone da sacrificare negli assalti allo scoperto, baionetta inastata, per conquistare le trincee nemiche, senza una motivata ragione di ordine strategico.
Riproporne oggi il ricordo, a distanza di oltre un secolo, in tempi di eclisse dell’eroismo, ma non di un ambiguo e strumentale patriottismo, può essere utile per rimettere al loro posto concetti e valori strapazzati con eccessiva disinvoltura da chi insegue il “basic instinct” politico e gioca sul fascino sempre perverso dell’autoritarismo. Non dimentichiamo quanto scriveva negli anni Trenta un triestino di vasta cultura italiana ebraica e mitteleuropea come Umberto Saba: “Patriottismo, nazionalismo e razzismo stanno fra di loro come la salute, la nevrosi e la pazzia”.
Sarebbe ingiusto declassare il destino amaro dei Fratelli Calvi e lo strazio portato nel cuore con tanta dignità per tre decenni dalla loro madre, come frutto inutile di una guerra evitabile con le armi assai più affinate e civili della diplomazia. Né si deve dimenticare, allo stesso tempo, il monito inascoltato di Papa Benedetto XV, che nel 1917 denunciò l’”inutile strage” in corso nell’Europa del tempo. Inefficace, quanto poco influente, risulta essere nell’inquietante quadro geopolitico contemporaneo il pacifismo vaticano. A partire dalla lucida analisi di Papa Francesco, che ci metteva in guardia dall’espansione corrosiva della “terza guerra mondiale a pezzi”, per giungere agli odierni appelli di Leone XIV “ad assumere la responsabilità morale di fermare la spirale della violenza prima che diventi una voragine irreparabile”.
A vent’anni è quasi impossibile non farsi influenzare dalle scelte politiche e dalle ideologie del momento. Contestualizzare storicamente i fatti è, pertanto, imprescindibile. Non ci si può stupire allora se anche un giovanissimo Attilio Calvi combatté nella guerra italo-turca in Libia, distinguendosi nel 1912 nella decisiva battaglia di Derna per aver difeso, col Battaglione Alpini Edolo, la ridotta Lombardia. Patriottismo sfumato in un inconscio colonialismo? O solo puro senso del dovere? Il confine interpretativo corre labile.

Roberto Boffelli, Gruppo Alpini di Piazza Brembana. Foto gentilmente fornita da Roberto Boffelli
Federica De Giuli. Foto gentilmente fornita da Federica De Giuli

«I fratelli trentini e giuliani»

E se gli Alpini nella Grande Guerra vissero il momento più “alto” della loro epopea di valorosi combattenti di montagna, decisivi per le sorti del conflitto in alta quota, ben diverso è il quadro che si presenterà venticinque anni dopo. Difficile ritrovare sui vari fronti dell’umiliazione in Grecia, in Albania, in Jugoslavia, in Russia, l’afflato unitario che accompagnò le lunghe e sanguinose operazioni sull’Adamello, sull’Ortigara o sull’Isonzo fra il 1915 e il 1918. Chi ha avuto un nonno o un bisnonno fra i reduci della disastrosa campagna di Russia nel 1942-43, sa quanti Alpini vi restarono sepolti o vi patirono inumane sofferenze senza capirne mai bene il perché. Quanto fossero disorientati e demotivati, lo racconta bene Mario Rigoni Stern nel suo immortale “Il sergente nella neve”. Trincerati nella loro postazione sul Don, mentre subivano l’ennesimo bombardamento di artiglieria russo, insonni e infestati di pidocchi, “tentavo di scherzare – scrive – ma il sorriso si spegneva presto tra le barbe lunghe e sporche. Nessuno pensava ‘se muoio’; ma tutti sentivano un’angoscia che opprimeva e tutti pensavamo: ‘quanti chilometri ci saranno per arrivare a casa?”.
I fratelli Calvi appartengono a un’altra generazione, quella che accorse a liberare dal giogo degli odiati Asburgo i “fratelli trentini e giuliani”. Le loro prodezze riempirono le cronache dell’epoca, come molto ben documentato nel libretto “I Fratelli Calvi”, promosso dal Comune di Piazza Brembana e dal locale Gruppo Alpini. Roberto Boffelli, segretario del Gruppo Alpini di Piazza Brembana e coordinatore delle penne nere dell’Alta Valle Brembana, ne è uno degli autori.
“Se vogliamo capire veramente chi sono stati i Calvi – è la sua analisi –, bisogna contestualizzarli storicamente. Soprattutto per il senso del dovere e il patriottismo che caratterizzava la loro epoca. Non ambivano ad apparire, a primeggiare, come altri che nel Ventennio sentiranno il bisogno di compiere gesti eclatanti, ma unicamente ad essere al servizio della riunificazione nazionale. Erano ragazzi umili, provenienti da un paese di montagna, anche se avevano tutti studiato ed erano diventati tutti ufficiali. E tutti erano accomunati da uno spirito libero e anticonformista”.
Ma è la figura di Clelia Pizzigoni Calvi che, secondo Boffelli, consolidò il mito dei fratelli-eroi e lasciò un’eredità culturale duratura soprattutto nelle valli bergamasche. “A Mamma Calvi venne intitolata una Fondazione quando morì nel 1953, con lo scopo di proseguirne l’opera di educazione e sostegno morale alle giovani generazioni da lei portata avanti per tutta la vita, in nome degli ideali di patriottismo, lealtà e umanità incarnati dai suoi figli. La fondazione erogava il ‘premio Mamma Calvi’ agli studenti più meritevoli, io stesso – gli scappa un mezzo sorriso – lo vinsi da ragazzo. È importante ricordare che, per quanto il fascismo l’avesse elevata a simbolo della nazione, lei rimase sempre e solo un’ardente patriota e non perdonò mai a Mussolini l’alleanza con Hitler. Vale a dire con i tedeschi e gli austriaci che gli avevano ucciso i figli”. Il miglior ritratto di questa madre coraggio lo ha tratteggiato una quindicina d’anni fa il drammaturgo e attore Mariano Dammacco in “Fiori nel ghiaccio”, sottotitolo “Storia dei fratelli Calvi e della loro Mamma”, da cui ne trasse anche una fortunata pièce teatrale con Lella Costa. “Clelia Pizzigoni Calvi – vi leggiamo – divenne un simbolo ma, ancor più concretamente, divenne un riferimento per la sua gente, e per gli Alpini. Rispondeva personalmente a tutte le lettere che riceveva, quasi tutte spedite dal fronte, dai commilitoni dei suoi figli”. La “mamma degli Alpini”, come la definisce Dammacco, incontrava continuamente persone nella casa di Piazza Brembana: gli Alpini, le altre madri colpite dalla guerra, ma da lei “andava anche la gente che aveva bisogno, andavano a chiedere aiuto e Clelia non negava aiuto a nessuno”. In un articolo sul Corriere della Sera del 17 febbraio 2015, dal titolo “I soldati Ryan di Piazza Brembana”, Aldo Cazzullo ricorda come la retorica del tempo trasformò Donna Clelia “nel simbolo della Mater Dolorosa”. Nelle foto d’epoca appare, in effetti, così: austera, con un’espressione di ferma dignità e composta tristezza. Ma nella vita reale amava i fiori, che curava con zelo, suonare il piano e insegnare i canti patriottici ai nipotini.

Azioni inconcepibili ai giovani di oggi

Chiedo a Roberto Boffelli quale esempio possano ancora costituire, per i ragazzi della generazione Zeta, quei quattro coetanei che cent’anni fa diedero la vita per l’ideale unitario. “Le loro azioni, agli occhi dei nostri giovani, risultano inconcepibili. Ma non sono passate invano, resta oggi un’eredità importante: la disposizione verso l’altro, un sincero altruismo. Il patriottismo di allora si è trasformato in solidarietà e volontariato, i valori che animano ancora gli Alpini, in grado di attirare ancora molti i giovani. Basta vedere il successo dei nostri richiestissimi ‘campi-scuola’”.
Federica De Giuli, 63 anni, è pronipote, per parte paterna, di una delle tre sorelle Calvi, Elisa, che purtroppo non ha fatto in tempo a conoscere perché morta prima di venire al mondo. Lavora come medico anestesista e rianimatore agli Spedali Civili di Brescia, ma da anni è anche maggiore medico e direttore sanitario operativo della Sanità Alpina, ruoli che svolge da volontaria e in virtù dei quali ha partecipato come ufficiale della Riserva Selezionata a missioni umanitarie in Libano e Giordania. Ha contribuito, fra l’altro, a mettere rapidamente in piedi l’ospedale Covid di Bergamo nell’anno nero 2020. Un curriculum che le fa onore e che lei orgogliosamente riconduce alle proprie radici familiari. “Io, come mia cugina Ines e gli altri parenti, siamo cresciuti sentendo parlare di mia bisnonna Clelia e di quei prodi che erano stati i suoi figli. I valori che i fratelli Calvi ci hanno tramandato sono la dedizione agli altri, il senso della patria, la grande bontà, il grande altruismo. Perché anche nelle loro azioni in guerra, si distinsero per aver soccorso i compagni feriti, mio padre e i miei zii insistevano molto su questi aneddoti nei loro racconti. Un altro De Giuli, mio zio Gianni, ha lavorato moltissimo come vicepresidente dell’ANA (Associazione nazionale alpini, nda) per diffonderne e valorizzarne la memoria. Io credo che il fascino dei fratelli Calvi consista anche nell’essere stati, sostanzialmente, degli anti-eroi, perché erano dei ribelli come carattere, né diplomatici né conformisti. Eppure hanno compiuto imprese di indiscutibile valore. Trovo abbastanza incredibile che non esista una medaglia d’oro assegnata a loro”.

*giornalista, scrittore e direttore
della rivista “IL DIARIOonline”
di Mogliano Veneto

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