Lo scrittore e poeta Franjo Švob Franina è a tutt’oggi uno dei punti di riferimento essenziali per conoscere l’anima di Fužine, la località situata a una ventina di chilometri da Fiume, praticamente all’entrata del Gorski kotar. Autore di una dozzina di libri e varie poesie, l’autore ci ha parlato dei racconti che ha scritto e di alcuni episodi personali che lo hanno maggiormente ispirato nella sua scrittura. Nato nel 1941 a Fužine, si è laureato in economia a Zagabria. La sua carriera lavorativa si è svolta nel settore dell’economia e delle finanze, ma ha coltivato nel suo tempo libero la passione per la letteratura. I primi lavori risalgono agli anni ’70 e sono dedicati al dialetto kajkavo, parlato specialmente nel nord-ovest della Croazia, ma anche in buona parte della Regione litoraneo-montana.
Come ci ha spiegato Franjo Švob Franina, i temi principali a cui attinge sono la storia locale, particolarmente la vita degli abitanti di Fužine, e le esperienze che ha accumulato durante gli anni visitando vari Paesi europei. “Quando ero giovane mettevo da parte del denaro e pianificavo di fare ogni anno un grande viaggio in Europa. Durante l’inverno preparavo del materiale da studiare per conoscere meglio la destinazione. Per esempio, quando ho visitato Praga era popolare il manuale ‘Prag – Praha, zlatni grad na Vltavi’ (di Šimun Jurišić e Vjekoslav Suzanić, nda.) e dopo averlo letto stilavo la lista di tutte le cose che volevo vedere. Nel 1975 avevo soggiornato a Parigi per un mese. In quel periodo trascorsi due giorni in Normandia per vedere i luoghi dello sbarco degli Alleati durante la Seconda guerra mondiale. Mi piaceva visitare quei luoghi dove c’erano state grandi battaglie o eventi politici di sapore storico. A Parigi, presso la Basilica di Montmartre, ero solito visitare le mostre dei pittori di strada. Avevo fatto amicizia con un francese e suonavamo insieme la chitarra e l’armonica per un periodo”.
Franjo Švob Franina non ha però apprezzato il sepolcro di Napoleone: “Ha mandato migliaia di giovani francesi alla morte nell’inverno russo e poi è fuggito. Mi dispiaceva per loro. Ho avuto sempre grande rispetto per le persone che sono state imprigionate, torturate, punite per accuse di cui non avevano alcuna colpa”.

Foto: GORAN ŽIKOVIĆ
Una storia globale
Il libro “Od Vladivostoka do Amazone” (“Da Vladivostok all’Amazzonia”), una raccolta di storie brevi, esemplifica bene il doppio binario su cui si muovono i suoi racconti. “Mio nonno, Ferdo Mance, era stato arruolato nel 1914, agli inizi della Prima guerra mondiale, dall’esercito austroungarico ed era stato mandato a combattere sul fronte orientale. Lì era stato ferito e catturato dai russi. A curarlo era stato un altro suo compagno di prigionia, il medico Franc di Kočevje. Loro due erano rimasti in Russia fino al 1923. Da prigionieri, erano costretti a lavorare alla manutenzione della Ferrovia transiberiana. Giunti praticamente a Vladivostok, sulla costa dell’Oceano Pacifico, erano riusciti a fuggire dal campo di prigionia. Le condizioni di vita erano terribili e a queste si aggiungeva l’odio della popolazione locale, che non capiva che loro erano dei semplici soldati. Nonostante la gente del Gorski kotar fosse abituata alle basse temperature, non riuscivano tuttavia ad adeguarsi a quelle condizioni climatiche estreme. “Un cittadino originario del Gorski kotar, ovvero da una regione dove si arrivava solitamente a -10 gradi, ora doveva fare i conti con temperature di perfino -35 o – 40 gradi. La cosa più difficile, come gli era stato raccontato, era riuscire a convincere le donne russe che non erano diversi da loro, ma erano semplicemente delle persone comuni; non nemici o assassini dei loro figli che si trovavano sulla parte opposta del fronte. Queste donne, spinte dall’odio, buttavano su di loro secchi d’acqua quando li vedevano lavorare presso qualche stazione ferroviaria. A quelle temperature estreme, l’acqua gelava immediatamente e causava gravi lesioni. I prigionieri imploravano le sentinelle di convincere le persone del luogo che erano semplici soldati arruolati a forza, che non erano volontari e che non avevano intenzione di occupare la Russia. Erano, essendo slavi, un popolo affine ai russi, della stessa origine e parlavano una lingua non troppo diversa, per cui eventualmente si poteva stabilire un qualche dialogo senza troppi sforzi.
Il freddo siberiano
Parlando della vita della popolazione locale in Siberia, Franjo Švob Franina racconta nel libro che i russi, quando lavoravano con le carrozze trainate da cavalli o da renne, indossavano tre paia di guanti: due completi e uno senza coperture per le dita. Non c’erano mancini o destri, bisognava lavorare allo stesso modo con ambo le mani. Dato il grande freddo, si lavorava rapidamente prima con una mano, coperta da tre guanti, e poi si cambiava, dopo circa un minuto, la mano e il terzo guanto. La mano libera veniva infilata nella tasca per farle prendere un po’ di calore. Nonostante ciò, la sera, a lavoro compiuto, il freddo lasciava sulla pelle lividi e bruciature.
Ma la storia non finisce qui. Il nonno Ferdo aveva un fratello, Joso, dal carattere molto diverso e più scherzoso. In un’occasione, negli anni ’20 del secolo scorso, costruì assieme ad alcuni compagni un piccolo carro a due ruote coperto e due entrate coperte da una tenda. In seguito realizzò un annuncio dove scriveva che a Fužine, in occasione della celebrazione del patrono Sant’Antonio da Padova, sarebbe arrivato un celebre fotografo italiano per fotografare le famiglie locali più importanti e benestanti. Venuto il giorno, tutti questi personaggi si misero bene in posa nella piazza in centro per farsi scattare la foto e venne loro detto che il fotografo si trovava nel carro. Avendo ricevuto l’ordine di sorridere, Joso spostò la tenda sul carro e mostrò a tutti loro il proprio sedere nudo. Subito dopo, scappò dal carro attraverso l’apertura sul retro e si mise a correre verso il bosco, inseguito dai gendarmi. Il nonno fuggì in Brasile dopo la Seconda guerra mondiale e lì, nel cuore dell’Amazzonia, venne ritrovato per caso da un altro paesano che faceva il marinaio sui transatlantici. Disse di averlo incontrato per caso in un piccolo paese nel cuore dell’Amazzonia, circondato da numerose bellissime giovani ragazze vestite a malapena e gli riferì che suo fratello era ritornato sano e salvo dalla Russia.
“Quando ho scritto questa novella sul nonno ho anche aggiunto una poesia: ‘bacio la mano a qualsiasi disertore di un esercito d’invasione’. Per me, tutti quelli che hanno rifiutato di servire in un esercito di occupazione sono da rispettare perché quella decisione poteva costare loro la vita”, ha constatato.

Foto: GORAN ŽIKOVIĆ
Bambini e non soldati
Nel libro “Svitanje” (“L’alba”) viene narrato un altro episodio singolare. Durante l’amministrazione italiana nella Seconda guerra mondiale, la ferrovia Zagabria-Fiume era protetta dal Regio esercito in numerosi punti. Uno di questi era il ponte sopra il fiume Ličanka che scorre attraverso Fužine. Durante una notte di tempesta un fulmine colpì il ponte e uccise sul posto un giovane soldato italiano che si trovava di guardia. Al suo funerale giunsero numerose persone del luogo perché, come Franjo Švob Franina sentì dire anni dopo, quel semplice ragazzo italiano ricordava a molte madri i proprio figli, di cui molte non sapevo nemmeno se erano vivi o morti. “Questa tragedia è solo un esempio delle tante sciagure che la guerra porta”, ha spiegato. Dopo la guerra poi, comparvero alcuni burocrati non troppo svegli, appartenenti al nuovo sistema politico jugoslavo, che riflettevano se fosse necessario punire quelle persone che avevano partecipato al funerale, considerandoli collaboratori del nemico. “Secondo me, quel bambino, quel giovane uomo, non era un occupatore. Era stato arruolato nell’esercito, aveva l’uniforme militare e nient’altro”, ha concluso. A rafforzare la sua opinione è stata anche un’esperienza personale: “Mio padre aveva costruito una sala da ballo a Fužine e ogni esercito che passava si stazionava lì. Mi raccontava che nell’esercito italiano c’erano numerosi bambini, soldati di appena 17 anni. Mia madre mi raccontava poi che un ragazzo italiano veniva da noi in casa e la aiutava ad accudirmi perché gli ricordavo sua sorella ancora piccola e la sua famiglia. Insomma, piangeva pensando al suo luogo natio”.
La vita di una volta
Sul fiume Ličanka si trovavano un tempo quattro piccole segherie che sfruttavano l’energia del fiume. Il legno veniva trasportato per il tramite di cavalli ovunque fosse necessario e questa attività era un caposaldo dell’economia locale. A Fužine c’erano inoltre 150-200 mucche. Si vendevano il latte e il formaggio. Una specialità era il formaggio immerso nell’acqua salata e conservato in contenitori di pietra calcarea. Questo pasto si metteva da parte e si distribuiva nei giorni in cui si facevano i lavori pesanti nei campi. Si trattava di una società, dunque, in cui pochissimi lavoravano nella pubblica amministrazione o nelle ditte. L’eccezione era la ferrovia, ovvero il personale dedicato alla manutenzione, alla riparazione e all’approvvigionamento della strada ferrata e dei mezzi di trasporto. Dopo la Seconda guerra mondiale tutta questa economia agraria scomparve mano a mano che il progresso tecnologico si faceva strada. Anche il numero degli addetti alla stazione ferroviaria si ridusse consistentemente con l’arrivo della locomozione elettrica.

Foto: GORAN ŽIKOVIĆ
L’amore per i cavalli
“Sono molto legato al cavallo, l’animale domestico più nobile e più fedele. Tutti gli animali sono fedeli se sei buono con loro, ma il cavallo è qualcosa di davvero speciale per me. Ricordo che la domenica, a messa, gli uomini di fronte alla chiesa si radunavano in due gruppi. Trovavo questo fatto curioso e mi chiedevo perché fosse così. Scoprii che da una parte c’erano quelli che si prendevano cura dei propri cavalli con amore, mentre dall’altra, un gruppo più piccolo, c’erano i padroni che maltrattavano i propri animali. Li costringevano a portare carichi di legna troppo pesanti, tanto da farli cadere in ginocchio stremati. E questi energumeni li pestavano poi sulle costole con la parte dritta dell’ascia per farli avanzare. Era una scena orribile che, se la vedi quando sei piccolo, ti lascia ferite per tutta la vita”. Su questo tema, Franjo Švob Franina ha ricordato un’altra storia che ha pubblicato: “Un proprietario di cavalli fu costretto a vendere gli animali data la sua età e lo stato di salute. Venne un uomo dall’Istria che li comprò. Quella stessa sera la famiglia era di buon umore vista la vendita conclusa con successo. Ma il padre, cioè l’ex padrone dei cavalli, non riusciva a riprendersi dalla perdita delle proprie bestie e la notte, quando tutti dormivano, andò in cantina e si impiccò distrutto dal dolore.
Tra kajkavo e ciacavo
Una delle particolarità della Regione litoraneo-montana è la presenza di varie lingue e dialetti. Il dialetto di Fužine è l’ultimo dialetto kajkavo prima del passaggio al ciacavo parlato sulla costa. Ed è specifico il fatto che a Lič, località a solo qualche chilometro da Fužine, si parli lo stokavo, dato che gli abitanti di quel borgo provengono da sudest, ovvero dalla Lika e dalla Bosnia. Invece a Brdo, presso Zlobin, anche questa una località non molto lontana, si parla già il dialetto ciacavo.
Vista la comunanza linguistica con Zagabria, la maggior parte delle persone a Fužine e nel Gorski Kotar preferiva scegliere la capitale croata come destinazione per gli studi superiori. Oggi, naturalmente, Fiume è diventata la destinazione preferita vista la facilità dei trasferimenti. Il kajkavo di Fužine ha mantenuto una serie di parole ed espressioni ciacave, parole spesso di origine veneta e italiana. D’altro canto, particolarmente impegnativa è la terminologia tecnica, ovvero quella dei vari utensili da lavoro, completamente ripresa dalla terminologia tedesca. Dunque un operaio del Gorski Kotar e uno di Fiume o dell’Istria devono spendere un po’ di tempo per capire tutti assieme la parola giusta da usare per ogni attrezzo. “Dalle alture sovrastanti Fužine si possono vedere i villaggi circostanti e ognuno di essi parla un dialetto diverso. Credo sia una particolarità anche visuale che non si riscontra in nessun altro luogo in Croazia”, ha osservato.

Foto: Nel PavleticPIXSELL
Economia e letteratura
Franjo Švob Franina ha iniziato a pubblicare grazie ai contatti di sua moglie Maria che lavorava nella stamperia del “Novi list” e che ha curato poi anche le illustrazioni di un suo libro. “Ho voluto ricordare tutte queste storie perché fanno parte di un mondo che fu, di una vita che nessuno potrà più raccontare tra qualche anno”. A suo parere, oggi Fužine è diventata praticamente un sobborgo di Fiume e nessuno si occupa più di allevamento e commercio, bensì l’economia è in buona parte incentrata sul turismo e sull’edilizia. “Scrivevo anche testi umoristici per la trasmissione di Radio Fiume ‘Primorska poneštrica’. Lì ho potuto incontrare scrittori che hanno realizzato recensioni e commenti sui miei testi, facendo confronti con il resto della produzione letteraria regionale e con scrittori come Drago Gervais”.
“Forse ho fatto un errore a studiare economia a Zagabria. Non sapevo cosa aspettarmi dalla vita. Volevo capire l’economia perché ero interessato al commercio. Ma il fulcro della disciplina economica sono i numeri, la contabilità, le finanze, la ragioneria. E non mi piaceva molto. La mia passione è quella di descrivere la vita del Gorski kotar. Avevo in mente di studiare filosofia e letteratura, ma alcuni miei amici accademici me lo avevano sconsigliato. In tal caso avrei perso, secondo la loro opinione, l’immediatezza e la genuinità delle mie storie. D’altro canto le mie competenze nell’economia mi sono servite per procurarmi il pane quotidiano, che di conseguenza mi ha permesso di applicarmi in quello che amo e di scrivere 12 libri”, ha concluso Franjo Švob Franina.
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