Quando il trauma diventa eredità: l’ombra lunga degli stupri di guerra

Le violenze sessuali durante il conflitto in Bosnia ed Erzegovina (1992-1995) hanno lasciato ferite che attraversano generazioni. Tra stigma sociale, vuoti legislativi e battaglie civili, migliaia di vite cercano ancora riconoscimento. La storia di Ajna e Alen

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Quando il trauma diventa eredità: l’ombra lunga degli stupri di guerra
Foto Shutterstock

Si stima che durante la guerra che afflisse la Bosnia ed Erzegovina dal 1992 al 1995, tra le 20mila e le 50mila donne bosniache furono stuprate dai soldati nemici. Come in tutti i conflitti che si sono susseguiti nella storia, anche in questo la violenza sessuale contro la popolazione civile è stata usata strategicamente come arma di guerra: meno rumoroso e meno costoso delle armi, si tratta probabilmente di uno degli strumenti più subdoli che possa essere utilizzato per incutere terrore e creare danni individuali e collettivi permanenti. Lo stupro lascia ferite destinate a non rimarginarsi mai. Diversi studi condotti sulle vittime di violenza sessuale durante le guerre hanno dimostrato come queste, a seguito dei soprusi subiti, potessero riportare danni fisici – da lesioni di diversa entità, allo sviluppo di tumori – e psichici, come per esempio il disturbo post-traumatico da stress e la depressione. Tuttavia, l’impiego strategico di questo tipo di violenza non mira soltanto a lasciare segni nella sola vittima che lo subisce, ma anche nella società in cui questa vive. In molte comunità, soprattutto in quelle più conservatrici, alla violenza sessuale viene accompagnato un forte stigma; le vittime quindi sono spesso isolate, talvolta allontanate dai propri mariti e dalle proprie famiglie. I loro corpi vengono percepiti come “contaminati” dal nemico, le loro identità indissolubilmente marchiate dalla violenza subita: in questo modo le comunità si dividono e si frammentano. Le conseguenze sociali alle quali le vittime di stupro possono andare incontro fa spesso sì che esse non denuncino le violenze subite, venendo lasciate a loro stesse ad affrontare il trauma. A questo, si accompagnano spesso lacune a livello legislativo e istituzionale nel riconoscere le vittime di violenza sessuale come vittime civili di guerra: molti Paesi faticano a fornire loro adeguato supporto psicologico e le compensazioni previste per questa categoria sono per lo più inadeguate. Si tratta di vittime silenziose e invisibili ai più.

Marginalizzazione
C’è un’implicazione degli stupri di guerra di cui si discute ancora di meno: i bambini che nascono da queste violenze, vite concepite in circostanze tragiche e drammatiche. A causa delle condizioni specifiche dalle quali nascono, questi bambini possono essere percepiti come un’eredità tangibile e concreta della violenza e del trauma subiti dalle madri, e perciò possono essere a loro volta marginalizzati dalla società. Il loro destino dipende da vari fattori, come la volontà delle donne che li partoriscono, l’accoglienza piuttosto che la stigmatizzazione da parte della comunità e il supporto fornito dalle istituzioni. I bambini nati dagli stupri di guerra sono stati raramente riconosciuti dalle istituzioni e dalle legislazioni domestiche e internazionali e la loro peculiare condizione viene per lo più trascurata. Le uniche legislazioni al mondo che li riconoscono come vittime civili di guerra sono quella norvegese, quella colombiana, quella del distretto di Brčko e quella della Federazione di Bosnia ed Erzegovina. In Norvegia, nel 2005, il Parlamento ha approvato una legge che fornisce ai bambini nati da civili norvegesi e soldati tedeschi durante l’occupazione del Paese dal 1940 al 1945, una compensazione economica per le discriminazioni subite durante la loro vita. Il Congresso colombiano ha invece approvato nel 2011 una legge che riconosce i bambini nati dagli stupri di guerra durante il conflitto civile che ha afflitto il Paese dal 1964 al 2016 – vedendo contrapposti il Governo e il gruppo paramilitare Forze Armate Rivoluzionarie della Colombia – come vittime di guerra, accordando loro compensazioni e accesso alla giustizia.
In Bosnia ed Erzegovina esiste l’unica organizzazione al mondo che si occupa specificamente delle esigenze dei bambini nati da stupri di guerra – che si aggirerebbero tra i 3mila e i 5mila, anche se il numero effettivo non è mai stato determinato ufficialmente – difendendo i loro diritti e impegnandosi a sensibilizzare l’opinione pubblica sulla loro situazione. Si tratta dell’Associazione dei bambini dimenticati della guerra (Zaboravljena djeca rata – ZDR), fondata nel 2015 a Sarajevo da alcuni dei bambini nati dagli stupri di guerra in Bosnia ed Erzegovina tra il 1992 e il 1995. Fin dalla sua creazione, la ZDR ha svolto un lavoro esteso e capillare a livello sociale e istituzionale, portando all’attenzione dell’opinione pubblica la tematica e sostenendo i diritti di questa categoria di cittadini i cui bisogni sarebbero stati altrimenti ignorati. Non si tratta soltanto di indifferenza e stigmatizzazione sociale, ma anche di ostacoli burocratici e amministrativi a cui questi bambini vanno incontro durante la loro vita. In Bosnia ed Erzegovina, al momento della compilazione di documenti ufficiali come quelli richiesti per iscriversi a scuola e all’università, per accedere ai servizi di assistenza sanitaria e per il rilascio di documenti da parte delle municipalità e degli enti amministrativi, viene chiesto arbitrariamente di fornire il nominativo del padre. Si tratta di una pratica consolidata e diffusa, che tuttavia non trova corrispondenza in alcuna base giuridica, dal momento che la Legge sui nomi personali in vigore in tutte e tre le unità amministrative del Paese stabilisce che, in mancanza di accordo tra i genitori biologici, sono gli assistenti sociali, previa valutazione della situazione, a decidere il cognome che verrà assegnato al bambino. Nel caso dei bambini nati dagli stupri di guerra, questi prendono solitamente il cognome della madre. Nonostante ciò, si trovano spesso costretti, in circostanze come quella sopracitata di compilazione di documenti ufficiali, a dover spiegare il perché non possano fornire il cognome del padre biologico, trovandosi in situazioni in cui la loro privacy viene violata, oltre che di discriminazione istituzionale. Nel 2019, la ZDR ha lanciato l’iniziativa “Nome di un genitore”, grazie alla quale molte municipalità del Paese hanno preso atto della problematicità della pratica e, sensibilizzate sul tema, permettono ad oggi al singolo cittadino di scegliere a propria discrezione il nominativo del genitore da fornire in sede di compilazione di documenti personali.

Riconoscimento dello status
Un altro traguardo significativo raggiunto dalla ZDR è stato quello che ha permesso che il distretto di Brčko e la Federazione di Bosnia ed Erzegovina riconoscessero questi bambini come vittime di guerra, secondi solo – come visto in precedenza – alla Norvegia e alla Colombia. Nel distretto di Brčko questo riconoscimento è avvenuto nel luglio 2022, con l’emendamento dell’articolo 2 della Legge sulla protezione delle vittime civili di guerra in vigore nell’unità amministrativa, e si applica a coloro che sono nati “in seguito a stupro di guerra o abuso sessuale su di una persona che gode dello status di vittima civile di guerra”. Si è trattato di un passo importante – il primo di questo tipo nel Paese –, ma con due limiti principali. In primis, alle persone nate da stupri di guerra non viene fornito alcun tipo di riparazione, al contrario di quanto avviene con le altre categorie di vittime civili di guerra che, per esempio, possono ricevere una pensione mensile e assistenza a vari livelli. Inoltre, il riconoscimento dello status di vittima può avvenire soltanto per coloro le cui madri sono state riconosciute a loro volta come vittime civili, che costituiscono soltanto una minima parte di tutte le donne che hanno subito violenze sessuali da parte dei soldati durante la guerra. Secondo dati del 2022, infatti, soltanto 1.049 donne in tutta la Bosnia ed Erzegovina avevano ottenuto il riconoscimento di vittime civili di guerra per gli abusi sessuali subiti. Nel luglio del 2023 è stata la volta della Federazione di Bosnia ed Erzegovina, con l’approvazione della nuova Legge sulla protezione delle vittime civili di guerra, che comprende anche i “bambini nati da un atto di stupro di guerra” tra le vittime civili di guerra. A differenza del distretto di Brčko, la Legge in vigore nella Federazione prevede che coloro che sono nati da stupri di guerra, oltre a godere dello status di vittima civile di guerra, ricevano vari tipi di supporto per quanto riguarda l’impiego lavorativo, la ricezione di borse di studio e l’accesso all’assistenza sanitaria. Inoltre, lo status di vittime civili di guerra nella Federazione viene riconosciuto indipendentemente da quello delle madri. Al momento, in Bosnia ed Erzegovina l’unità amministrativa della Repubblica Serba non si è ancora mossa in nessun modo per riconoscere lo status di vittima e i diritti dei bambini nati da stupri di guerra; più in generale, nel Paese manca una legge a livello statale che regoli la categoria. Dietro alle battaglie della ZDR ci sono numerosi attivisti, alcuni dei quali hanno deciso di rendere pubbliche le loro storie per sensibilizzare l’opinione pubblica e le istituzioni sul tema e combattere per i diritti di tutti i bambini nati dalle stesse circostanze.

Destini
Ajna Jusić è nata nel 1993 a Zenica ed è stata cresciuta dalla madre biologica che durante la guerra subì violenze da parte di un soldato croato bosniaco; come ha affermato in diverse interviste, è venuta a conoscenza delle circostanze del suo concepimento all’età di 15 anni. Nel 2015 ha fondato la realtà della ZDR, della quale è presidente. Ajna è ad oggi un’attivista di fama mondiale per i diritti dei bambini nati dagli stupri di guerra ed è diventata un simbolo nella lotta per i diritti umani, non solo in Bosnia ed Erzegovina, ma anche all’estero. Nel 2024 a Washington ha ricevuto il premio come “Donna internazionale del coraggio” conferitole dal Dipartimento di Stato degli Stati Uniti d’America. Anche Alen Muhić è nato nel 1993, ma a Goražde; la madre biologica, che rimase incinta a seguito di uno stupro da parte di un soldato serbo bosniaco, lo abbandonò nell’ospedale dove partorì. Alen venne adottato dal custode dell’ospedale, che lo accolse in casa propria insieme alla moglie e alle due figlie. “Muharem e sua moglie Advija mi hanno preso tra le braccia in un momento in cui la guerra mieteva vite e molti erano rimasti senza niente. Nei momenti in cui altri stavano perdendo, hanno deciso di donare”, ha raccontato Alen in una recente intervista al quotidiano “24sata”. Alen è venuto a conoscenza delle proprie origini a 8 anni. Nel 2004, all’età di 10 anni, è apparso nel film documentario “Dječak iz ratnog filma” (“Il bambino del film di guerra”), del regista bosniaco Šemsudin Gegić, che racconta la vita del giovanissimo Muhić. A nemmeno un decennio dalla fine della guerra, in una società che faceva ancora i conti con il recente passato e con le conseguenze sul presente, la visibilità che la storia di Alen acquisì grazie alla pellicola fece sì che venisse individuato il suo padre biologico. Si tratta di Radmilo Vuković che, dopo essere stato sottoposto al test del DNA, venne dichiarato responsabile dello stupro ai danni della madre biologica di Alen. Vuković fu processato e condannato nel 2007 a 5 anni e 6 mesi di prigione dal tribunale della Bosnia ed Erzegovina, ma venne assolto appena un anno dopo, nel 2008, quando due testimoni protetti dichiararono che Vuković e la donna avessero intrattenuto una relazione prima dell’inizio della guerra, dichiarazione che venne considerata un elemento di circostanza attenuante per le accuse di violenza sessuale. Nel 2015 Alen ha preso parte a un secondo documentario firmato da Gegić, dal titolo “Stupica nevidljivog djeteta” (“La trappola di un bambino invisibile”), che affronta l’identità duplice del protagonista, da una parte connessa alle origini biologiche e dall’altra alla famiglia e al contesto nel quale è cresciuto. Oggi Alen lavora come tecnico sanitario nell’ospedale in cui è nato. Recentemente ha pubblicato la sua autobiografia dal titolo “Ja sam Alen” (“Io sono Alen”), uscita l’estate scorsa.

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