Quando il giornalismo incontra la guerra

L’assedio di Sarajevo raccontato in diretta. Gli eventi bellici che si abbatterono sulla capitale bosniaca attirarono la curiosità di numerosi reporter, che accorsero da tutto il mondo per narrare la surreale quotidianità dei cittadini, tra gli spari dei cecchini e la carenza dei beni di prima necessità. Dal leggendario Hotel Holiday Inn all’aiuto dei locali, venne a crearsi un’infrastruttura giornalistica tale da garantire la piena operatività dei media.

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Quando il giornalismo incontra la guerra
L'Hotel Holiday Inn oggi

L’assedio di Sarajevo dall’aprile 1992 al febbraio 1996 – il più lungo del Ventesimo secolo – durante la guerra in Bosnia ed Erzegovina attirò reporter da tutto il mondo, che raggiunsero la città per documentare la vita quotidiana dei cittadini nel contesto bellico. È così che il dramma che si stava consumando nella capitale incastonata tra le Alpi Dinariche si rivelò in tutta la sua tragicità al grande pubblico.

Alcune immagini fecero il giro del mondo e scossero l’opinione pubblica, incredula che un evento di tale portata stesse accadendo proprio nel cuore dell’Europa: corsie ospedaliere dove medici e infermieri lavoravano instancabilmente per salvare quante più vite umane; edifici squarciati a metà; viali diventati campi di gioco per i cecchini; mercati che a un tratto si trasformavano in cimiteri a cielo aperto. Eppure, accanto a tanta devastazione, la vita a Sarajevo andava avanti: uomini in giacca e cravatta e donne in tailleur si recavano in ufficio, i bambini con i loro zainetti colorati andavano a scuola, gli adolescenti allestivano discoteche in seminterrati… questi atti che in un contesto di pace sono di un’ordinarietà disarmante, nella Sarajevo assediata costituivano una vera e propria resistenza. E proprio grazie a questa resistenza, portata avanti silenziosamente dai cittadini, la capitale divenne una sorta di “bolla”, non lasciandosi inghiottire dalla distruzione che avveniva tutto d’intorno.

Bersagli viventi
I reporter che arrivarono a Sarajevo si ritrovarono immersi – tanto quanto i cittadini – nell’esperienza dell’assedio e misero la propria vita a rischio per adempiere al dovere di informare. Nelle parole dell’inviata statunitense Janine di Giovanni, i reporter erano dei bersagli proprio perché “erano parte della città”. Per svolgere il loro lavoro al meglio – e non da ultimo per sopravvivere – i reporter crearono quindi un’infrastruttura strategica che consentisse loro di muoversi. L’accesso alla città sotto assedio divenne relativamente semplice dalla fine del giugno 1992, quando l’aeroporto di Sarajevo fu riaperto sotto il controllo della missione UNPROFOR delle Nazioni Unite.
Una volta ottenuto l’accredito stampa ONU, i reporter potevano raggiungere Sarajevo tramite voli diretti che partivano da Ancona, Spalato o Zagabria. Nei primi mesi dell’assedio ai giornalisti non veniva fornita alcuna attrezzatura che permettesse loro di essere protetti da eventuali attacchi. Soltanto dopo la morte del produttore di ABC News David Kaplan, che cadde sotto lo sparo di un cecchino mentre viaggiava lungo la Strada del dragone di Bosnia (Ulica Zmaja od Bosne) – rinominata durante l’assedio non a caso viale dei cecchini – mentre viaggiava su un furgone, divenne comune per i reporter viaggiare su veicoli blindati e indossare giubbotti e caschi antiproiettile.

Il ruolo dell’Holiday Inn
Anche la riqualificazione di edifici già esistenti e funzionanti sparsi per la città, rendendoli il più possibile funzionali al contesto bellico, garantì ai giornalisti di continuare a lavorare senza sosta. L’edificio della televisione di Sarajevo, considerato una delle costruzioni più sicure della città, diventò parte centrale dell’infrastruttura che permise ai reporter di essere operativi su base quotidiana; numerose agenzie ed emittenti internazionali trasmettevano all’estero i loro servizi via satellite proprio da lì e anche l’Unione europea di radiodiffusione vi installò il suo punto di trasmissione satellitare dal giugno 1992. L’edificio divenne frequentemente oggetto di bombardamenti e attacchi di mortaio, il più grave dei quali avvenne la mattina del 28 giugno 1995, quando una bomba di circa 250 chili proveniente da Ilidža venne sparata sul fabbricato, causando una forte esplosione che uccise un poliziotto e ferì 38 civili, compresi giornalisti locali e stranieri. Nell’edificio postale, telegrafico e telefonico invece le Nazioni Unite tenevano quotidianamente incontri, ai quali partecipavano gli operatori della stampa estera. Conferenze stampa avevano luogo anche nell’edificio della Presidenza del Paese.
È tuttavia l’Hotel Holiday Inn che può essere considerata la centrale operativa chiave dei giornalisti a Sarajevo, diventando esso stesso uno dei simboli dell’assedio. L’edificio – situato nelle vicinanze del parlamento – fu costruito per le Olimpiadi Invernali del 1984. Nei mesi che precedettero lo scoppio della guerra divenne a tutti gli effetti il quartier generale del Partito Democratico Serbo, nonché la residenza del leader del partito stesso Radovan Karadžić e della sua famiglia, che vi soggiornò tra il marzo e l’aprile del 1992.

I cecchini di Karadžić
Il 6 aprile di quell’anno, alcuni cecchini affiliati a Karadžić spararono, dagli spazi dell’Hotel, a una folla di 100mila persone che si erano raccolte al di fuori del Parlamento bosniaco durante una manifestazione pacifica, uccidendo e ferendone alcune; quello stesso giorno l’Holiday Inn venne evacuato da Karadžić e dal suo entourage e fu chiuso. Venne riaperto alla fine di giugno e da allora si trasformò nello snodo centrale dei corrispondenti stranieri in città, offrendo loro non soltanto un alloggio, ma anche un posto dove lavorare. L’Hotel ben presto diventò un luogo di soggiorno molto popolare, poiché era essenzialmente l’unico edificio a Sarajevo in grado di fornire ai giornalisti i servizi di base di cui avevano bisogno per svolgere il loro lavoro e vivere in relativa sicurezza, forniti di comfort e comodità che andavano ben oltre i servizi necessari, considerata la tragica situazione che i sarajevesi stavano invece affrontando. Gli ospiti dell’Holiday Inn non soffrivano la mancanza di cibo e di solito avevano regolare accesso all’elettricità, all’acqua corrente, ai dispositivi di comunicazione e al riscaldamento, al contrario del resto della città.

Gli hotel di guerra
Anche in altri conflitti gli alberghi – denominati in questi contesti hotel di guerra – possono presentare caratteristiche simili a quelle dell’Holiday Inn: l’elevata adattabilità di questi edifici, anche in situazioni estreme e critiche, ha fatto sì che diventassero nodi cruciali dell’infrastruttura giornalistica. Nel caso dell’Holiday Inn la sua specificità sta proprio nella posizione strategica: si erge infatti sul viale dei cecchini, una delle arterie principali di Sarajevo, che collega l’aeroporto alla città vecchia. Durante l’assedio della città questa strada era sottoposta all’incessante fuoco dei cecchini proveniente dagli edifici e dalle montagne circostanti. Essendo localizzato in una zona così pericolosamente esposta, i giornalisti che risiedevano nell’hotel si trovavano in un certo senso in prima linea. Nonostante ciò, l’Holiday Inn si affermò come punto principale in cui i giornalisti si incontravano, condividevano le loro esperienze quotidiane e si sostenevano a vicenda; lì avevano anche la possibilità di entrare in contatto e di relazionarsi con traduttori, autisti e giornalisti locali.

Accesso «umano» alla città
Infine, a contribuire notevolmente al funzionamento della struttura giornalistica che si era andata a creare a Sarajevo fu il supporto fornito dal personale locale. In particolare, una volta entrati in contatto con traduttori, autisti, fotografi e giornalisti locali, i corrispondenti stranieri acquisivano un accesso “umano” alla città, il che apportava un immenso beneficio alla qualità del loro lavoro. Il personale locale, infatti, aveva una profonda conoscenza della città e delle dinamiche politiche della guerra e spesso riusciva a negoziare e trattare in quelle circostanze particolarmente delicate nelle quali i reporter stranieri potevano trovarsi coinvolti durante il loro lavoro, soprattutto quando si confrontavano con forze militari o paramilitari.
I giornalisti locali erano sicuramente meno protetti e godevano di molte meno comodità rispetto ai colleghi stranieri. Pur operando in un contesto pericoloso, i giornalisti stranieri erano, rispetto a quelli locali, meno presi di mira, poiché tutte le parti coinvolte nel conflitto erano disposte ad attirare il consenso e le simpatie dell’opinione pubblica internazionale. I giornalisti locali erano invece spesso percepiti come parziali a seconda della loro appartenenza nazionale, e per questo si trovavano spesso attaccati a vari livelli.

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