Ingegnere meccanico di formazione, insegnante per professione e musicista per una passione che, dopo una lunga parentesi, è tornata a occupare un posto centrale nella sua vita. Petar Čučak Migliaccio, fiumano, classe 1970, ha studiato pianoforte alla Scuola di musica “Ivan Matetić Ronjgov” e, poco più che ventenne, è entrato nei “Putokazi”, vivendo per cinque anni un’intensa stagione artistica in cui canto, danza e dimensione scenica si fondevano. Nel 1993, con il gruppo “Put”, vinse la prima “Dora” e rappresentò la Croazia all’Eurovision Song Contest in Irlanda. Dopo circa trent’anni lontano dal canto corale, nel 2018 la musica lo ha ricondotto alle neonate “VoCI di Abbazia”, delle quali tre anni fa ha assunto quasi per caso la direzione. Da allora gli undici elementi sono diventati ventotto e il cammino dell’ensemble ha progressivamente oltrepassato la dimensione locale, tra esibizioni, festival e appuntamenti internazionali, conquistando anche una menzione speciale alla 58ª edizione del Concorso d’Arte e Cultura “Istria Nobilissima”. Lo abbiamo incontrato per ripercorrere una storia fatta di ritorni e nuove partenze e per scoprire che cosa accade quando esperienza e intuizione, disciplina e libertà, voce e gesto trovano un loro personale equilibrio.
Voci fuori dal rigo
È ormai prossimo al compimento del suo terzo anno alla guida delle «VoCI di Abbazia». Come si è evoluto il coro durante questo periodo e che cosa ha significato per lei assumere la direzione di un gruppo del quale era già membro?
“Sì, sono trascorsi quasi tre anni e, nel frattempo, molte cose sono cambiate. Ho la sensazione di avere dato qualcosa al coro e, allo stesso tempo, di avere ricevuto moltissimo dai suoi componenti. È uno scambio molto bello. Quando ne ho assunto la direzione eravamo in undici, mentre oggi siamo ventotto. In una formazione amatoriale, composta anche da persone prive di precedenti esperienze di canto d’insieme, un organico più numeroso contribuisce a rendere il suono più morbido e pieno. Occorre inoltre tenere conto delle assenze dovute al lavoro, alle ferie o agli impegni personali, per cui alle prove e alle esibizioni siamo solitamente una ventina. I nuovi membri si sono inseriti molto bene e tutti condividono il medesimo obiettivo, quello di preparare un’esecuzione di qualità e, al tempo stesso, stabilire un contatto autentico con il pubblico. Quando salgono sul palco, si avverte il desiderio di divertirsi e di vivere pienamente l’esibizione, e questa disposizione interiore fa davvero la differenza. Talvolta, naturalmente, il risultato ci soddisfa meno e allora occorre accrescere la concentrazione e il rigore, ma il gruppo è ottimo e continua a progredire. Sono molto felice di quanto sta accadendo, anche perché tre anni fa non avrei mai immaginato che un giorno mi sarei trovato a dirigere un insieme vocale. Per me è un’esperienza completamente nuova, soprattutto sotto il profilo pedagogico, e mi accorgo sempre più di quanto direzione e insegnamento si alimentino reciprocamente. Avevo invece già una lunga familiarità con il canto corale, avendo fatto parte di diverse formazioni, fra le quali i ‘Putokazi’, nei quali entrai intorno ai vent’anni. Avevo cantato anche durante gli studi alla scuola elementare di musica, benché all’epoca il calcio mi interessasse più del pianoforte. Con i ‘Putokazi’ ebbi per la prima volta l’opportunità di incidere un disco e compresi concretamente che cosa significassero la registrazione e la preparazione di un progetto musicale. Furono cinque anni molto intensi, ai quali seguì un lungo periodo in cui la musica corale rimase ai margini della mia vita. Trascorsero così circa trent’anni, finché, nel 2018, su iniziativa di una decina di persone entusiaste, nacquero le ‘VoCI di Abbazia’. All’inizio desideravamo semplicemente cantare e divertirci insieme”.
Da quell’impulso iniziale il gruppo è cresciuto rapidamente. In quale momento ha compreso che avrebbe potuto sviluppare una propria identità artistica?
“Avendo cantato anche in altre formazioni, mi ero reso conto che il canto corale, in assenza di un percorso di crescita sufficientemente stimolante, rischia di diventare statico e ripetitivo. Dopo l’avvicendamento di diversi maestri, mi proposero di assumere la direzione. Accettai di provare, ponendomi fin dall’inizio un obiettivo preciso; desideravo creare qualcosa che si discostasse dal modello più tradizionale. Non possiedo una formazione accademica da direttore e ho quindi sviluppato un metodo personale, riprendendo e approfondendo le conoscenze musicali acquisite in passato e cominciando a scrivere arrangiamenti concepiti appositamente per le voci e le caratteristiche dei nostri componenti. Nelle impostazioni più convenzionali accade spesso che ai soprani venga affidata la linea melodica principale, mentre alle altre sezioni spetta prevalentemente una funzione di accompagnamento. Esistono esempi splendidi costruiti in questo modo, eppure sentivo che al nostro gruppo occorresse qualcosa di diverso. Avendo sempre cantato come baritono o basso, conoscevo bene la sensazione di dover eseguire parti poco gratificanti. Nelle ‘VoCI di Abbazia’ ho cercato quindi di modificare questo equilibrio e di valorizzare tutte le sezioni, affidando anche a contralti, tenori e bassi passaggi ben caratterizzati e musicalmente significativi. In questo modo ciascuna voce contribuisce attivamente alla costruzione del brano e trova nell’esecuzione maggiore interesse e soddisfazione”.
Una partitura di relazioni
Come hanno reagito i coristi a questa diversa distribuzione delle parti e a un metodo che si discosta dalle convenzioni della scrittura corale?
“In un primo momento i soprani hanno accolto questa impostazione con una certa perplessità. La consideravano poco seria o, quantomeno, insolita. È proprio il diverso modo di combinare le voci, tuttavia, a permetterci di ottenere un suono particolare. Con il tempo tutti hanno compreso il senso di questo approccio. Forse non segue rigorosamente le regole, però funziona”.
La sua autorevolezza sembra derivare soprattutto dall’esperienza maturata come cantante e dalla conoscenza diretta del gruppo. Come costruisce il rapporto con i coristi e come traduce le sue intuizioni in indicazioni concrete?
“L’assenza di un titolo accademico in direzione corale, in alcune circostanze, mi fa sentire meno sicuro. Quando vuoi spiegare qualcosa a un’altra persona, devi conoscere bene ciò di cui stai parlando e, nel mio caso, questa consapevolezza nasce soprattutto dall’esperienza. Già quando frequentavo la Facoltà di ingegneria meccanica trovavo più interessanti i docenti che, oltre a presentare la teoria, ne mostravano le applicazioni concrete, per esempio attraverso la progettazione di una gru. Era nella pratica che emergevano dettagli e problemi che difficilmente un manuale avrebbe potuto trasmettere. Qualcosa di simile accade quando cerco di spiegare ai coristi quale forma desidero dare a una canzone. Nella mia mente l’idea è chiara, anche se talvolta mi mancano i termini specialistici per esprimerla con altrettanta precisione. Nel corso degli anni ho comunque studiato molto, partecipando anche a seminari e ad altre occasioni formative. Conosco profondamente questo gruppo perché ne facevo parte prima di assumerne la direzione. Vi cantano mia moglie, i miei compari, alcuni amici di lunga data e molte persone con le quali è nata un’amicizia nel corso degli anni. Siamo quasi una grande famiglia allargata e proprio per questo avverto una responsabilità particolare, che considero inscindibile dall’impegno di arrivare alle prove sempre ben preparato”.
Una relazione tanto stretta può rendere più immediata la comunicazione e può anche generare qualche tensione. Come gestisce questo delicato equilibrio?
“Qualche tensione emerge. Proprio per la confidenza che ci lega, a volte rischio di essere troppo brusco con alcune persone, dando per scontato che comprendano le mie intenzioni. Con qualcuno accade, mentre altri possono reagire diversamente. Anche queste dinamiche, tuttavia, fanno parte del nostro percorso e contribuiscono a definire il modo in cui lavoriamo insieme e, più in generale, l’identità del gruppo”.

Spostare l’orizzonte
Il gruppo conosce la direzione artistica che propone e sembrano accordarle fiducia anche quando li conduce oltre le consuetudini. Qual è il principio che tiene insieme le sue scelte musicali e sceniche?
“I coristi sanno che cosa stanno facendo. Se un esperto osservasse alcune delle nostre partiture, probabilmente rileverebbe diversi elementi che si discostano dalle regole tradizionali. All’ascolto, però, il risultato funziona. In certi casi bisogna concedersi la libertà di andare oltre la teoria. Le nostre scelte guardano anche alla dimensione scenica e al rapporto con il pubblico. Ci avviciniamo alla formula dello show choir, ancora poco diffusa in Croazia, nella quale al canto si affiancano il movimento e alcuni elementi coreografici. Ci ispiriamo a questo modo di concepire l’esibizione, pur sapendo che, a livello professionale, richiede una mole di lavoro difficilmente compatibile con una sola prova settimanale. Ricordo che, durante la preparazione del secondo album dei ‘Putokazi’, lavorammo per mesi sulle parti musicali. Dopo la registrazione dedicammo altri due mesi, ogni giorno, esclusivamente alle prove coreografiche. Era l’unico modo per costruire una presenza scenica coerente”.
Dopo tre anni sente che abbiano ormai assimilato la sua visione e siano disposti a seguire anche proposte il cui significato, inizialmente, può risultare meno evidente?
“Sì, e anche loro avanzano le proprie proposte. Abbiamo già otto arrangiamenti pronti che non siamo ancora riusciti a studiare, perché ogni brano richiede tempo prima di raggiungere una forma convincente. Sono soddisfatto perché lavoriamo continuamente su qualcosa di nuovo e cerco sempre di mantenere vivo il loro interesse. Prossimamente andremo a Vienna per partecipare a un festival, dove in una giornata canteremo in una cattedrale e in quella successiva in una sala da concerto. Per l’occasione prepareremo tre brani, fra i quali un ‘Kyrie eleison’ di grande forza espressiva, eseguito da pochi cori”.
Il successo ottenuto con i «Putokazi» le aveva fatto pensare alla possibilità di intraprendere una carriera artistica?
“Da giovane ci pensai. Avevo appena concluso gli studi universitari, ma poco dopo iniziai a lavorare e la mia vita prese un’altra direzione. Un’attività può essere molto piacevole finché rimane una passione e una forma di svago, mentre trasformarla in una professione o farne la propria vocazione comporta responsabilità e scelte di tutt’altra natura”.

Una musica da vedere
Assistere a una vostra esibizione significa osservare anche il suo modo molto personale di vivere la scena. I suoi gesti nascono spontaneamente dalla musica oppure appartengono a una figura scenica elaborata per il pubblico?
“Quando ascolto la musica vedo delle immagini e mi è difficile spiegare esattamente come avvenga. Se balliamo insieme in modo spontaneo, mi viene naturale esprimere qualcosa attraverso il movimento. Mi succede anche nella vita quotidiana, persino a casa. Credo che il mio modo di dirigere nasca soprattutto da due aspetti. Anzitutto, non ho imparato la direzione secondo un metodo accademico. Inoltre, se io per primo provo piacere nel fare musica, desidero che lo provino anche gli altri e che questa sensazione arrivi, di conseguenza, al pubblico. Avverto immediatamente la reazione degli spettatori e, allo stesso modo, dai volti di chi canta comprendo quanto siano partecipi dell’esibizione. Il loro coinvolgimento si trasmette naturalmente alla sala e anch’io, partecipe di quella stessa energia, talvolta mi giro verso gli spettatori”.
Quanto incide sulla vostra presenza scenica la scelta di cantare senza spartito e di assimilare profondamente ogni brano?
“Per me è fondamentale evitare che un coro trascorra l’intera esibizione guardando lo spartito. Naturalmente, in una formazione accademica impegnata in composizioni molto complesse, la lettura può essere indispensabile. Quando si eseguono pochi brani, invece, sarebbe preferibile conoscerli a memoria, perché altrimenti si rischia una certa rigidità. Una volta interiorizzato il pezzo, i cantori sono più liberi e possono eseguirlo con la stessa naturalezza con cui si accompagna una canzone trasmessa alla radio. È proprio questa sensazione che cerco di trasmettere durante le prove. Prendiamo, per esempio, ‘L’italiano’ di Toto Cutugno. Chiedo a ciascuno di imparare la propria linea vocale e di cantarla insieme alla registrazione originale, come farebbe spontaneamente ascoltando la canzone. In seguito elaboriamo il brano tutti insieme e solo allora prende davvero forma, con un risultato che si percepisce anche all’ascolto. Perché una canzone venga davvero assimilata occorrono, nel nostro caso, almeno sei mesi. A quel punto riescono a cantarla con la libertà di una festa, mantenendo allo stesso tempo il controllo necessario e la precisione della propria parte”.
La scelta del repertorio determina in larga misura l’identità di un coro. Come individua le canzoni adatte alle «VoCI di Abbazia» e come le mette in relazione con il luogo e con il pubblico?
“La responsabilità del repertorio ricade prevalentemente su di me, nel bene e nel male. Mi affido a una sensibilità personale che, qualche volta, potrebbe anche condurmi verso soluzioni discutibili. Ritengo che la musica e l’arte possano muoversi entro confini molto ampi, purché ogni brano venga proposto con rispetto, misura e attenzione al contesto. Recentemente ci siamo esibiti nella chiesa di San Francesco a Rovigno, in un concerto con il Coro della Società artistico-culturale ‘Marco Garbin’ della locale Comunità degli Italiani, diretto da Ana Debeljuh Giudici. Dovevamo presentare dieci brani e ho riflettuto a lungo sulla loro successione e sul rapporto fra le diverse atmosfere, cercando di costruire un programma interessante, coerente e adeguato allo spazio sacro”.
Quali esperienze corali, croate o internazionali, rappresentano per lei un riferimento sul piano musicale e scenico?
“Mi piacciono formazioni come i ‘Perpetuum Jazzile’ e i ‘Vox Now’, nelle quali la componente spettacolare è parte essenziale dell’esibizione. Amo particolarmente i gruppi a cappella che rinunciano agli strumenti, come i ‘Neri per caso’. Le voci svolgono le diverse funzioni di un complesso musicale, mentre il corpo contribuisce a creare il ritmo, gli effetti sonori e gli elementi onomatopeici. Anche le ‘VoCI di Abbazia’ cantano sostanzialmente senza accompagnamento strumentale, fatta eccezione per una piccola percussione utilizzata forse in un solo brano. Con le sole voci si possono creare moltissime cose. I nostri limiti dipendono soprattutto dal tempo che ciascuno può dedicare a questa attività, mentre l’entusiasmo deve rimanere costante. Sarebbe molto bello riuscire a coinvolgere anche persone più giovani, che possano portare nuove voci e nuove idee”.

Il movimento delle emozioni
La musica è entrata nella sua vita attraverso l’ambiente familiare oppure l’ha scoperta autonomamente nel corso degli anni?
“In famiglia ci venne chiesto di studiare uno strumento come attività complementare. Mio fratello suonava il violino e io il pianoforte. Con i miei figli ho compiuto una scelta diversa, forse perfino discutibile. Pur essendo entrambi molto musicali, non li ho spinti verso lo studio di uno strumento. Se un giorno ne avvertiranno davvero il desiderio, potranno imparare. Io stesso, per esempio, cominciai a suonare la chitarra durante il servizio militare. In realtà sono sempre stato attratto soprattutto dalla danza e dal ritmo, due dimensioni strettamente legate alla musica. In altri Paesi la formazione che integra canto, movimento e presenza scenica è molto più sviluppata. Ricordo un documentario su Britney Spears. Già a sei, sette o otto anni aveva maturato moltissime esperienze sul palco e studiava intensamente canto, danza classica e contemporanea. Sono competenze che richiedono un lungo percorso di apprendimento, oltre a una predisposizione personale e alla capacità di esprimerla davanti agli altri. La scena, del resto, presuppone una certa disinvoltura. Io non provo disagio quando devo esibirmi o rivolgermi direttamente al pubblico. Gli spettatori desiderano percepire la persona che hanno davanti e potersi riconoscere in essa. Occorre quindi una certa apertura, compresa la disponibilità a scherzare su sé stessi e a comunicare con immediatezza. Se dovessi tenere una conferenza accademica, probabilmente la situazione sarebbe diversa”.
Nelle sue riflessioni ricorre spesso il tema dell’emozione. Come si trasforma un sentimento individuale in un elemento musicalmente leggibile dal coro e dal pubblico?
“L’emozione è essenziale, perché arriva con grande immediatezza a chi ascolta. Cantiamo ‘L’Italiano’, una canzone che non appare particolarmente esigente, ma in cui il protagonista chiede di poter esprimere ciò che sente e affermare la propria identità. Per interpretarla bisogna comprenderne davvero le parole e il significato. Il verso ‘Lasciatemi cantare’, nella prima parte del ritornello, deve suonare quasi arrabbiato, come se ci si stesse confrontando animatamente con qualcuno; pochi battiti più tardi, invece, le stesse parole devono essere cantate come una supplica, quasi chiedendo agli altri di lasciarci cantare. Tutto questo non è scritto esplicitamente da nessuna parte, ma la frase musicale, almeno nella mia mente, suscita proprio questa sensazione. Quando ciò accade, vedo immediatamente la differenza nei volti e nei corpi di chi canta. Riesco a capire se stanno esprimendo ciò che avevo immaginato. Si tratta di variazioni minime, quasi impercettibili, che tuttavia incidono profondamente sulla percezione di chi ascolta. Credo che molti lettori, a questo punto, riascolteranno ancora una volta il ritornello di questo brano e riusciranno a sentire ciò che Toto prova mentre pronuncia per due volte esattamente le stesse parole”.
Dirigere un gruppo amatoriale richiede anche un considerevole investimento umano. Quanto impegno comporta motivare persone che arrivano alle prove dopo una settimana di lavoro e con disponibilità molto diverse?
“All’inizio avevamo stabilito di incontrarci il venerdì alle 19, quando tutti avevano concluso la settimana lavorativa. L’idea era offrire un momento piacevole e distensivo. Quando ne facevo ancora parte come cantante, anch’io vivevo le prove in questo modo. Ora mi trovo dall’altra parte e spetta a me motivare gli altri. Vorresti iniziare subito a lavorare, mentre loro arrivano pieni di entusiasmo e si fermano volentieri a chiacchierare. Altre volte, invece, giungono stanchi. In entrambi i casi bisogna trovare il modo di coinvolgerli e portarli gradualmente alla concentrazione. Sono una persona piuttosto impaziente e desidero vedere rapidamente i risultati. Sotto questo profilo, la direzione comporta per me un notevole dispendio di energie”.
Quali prospettive immagina per le «VoCI di Abbazia» nei prossimi anni e quali sono i progetti che vorrebbe realizzare?
“L’appuntamento più imminente è quello del prossimo fine settimana, il 10 ottobre, a Laurana, in occasione della ‘Marunada’. Invito quindi tutti coloro che non hanno ancora avuto modo di ascoltarci e vederci dal vivo a venire e a divertirsi insieme a noi. A dicembre saremo coinvolti in uno spettacolo musicale legato a un progetto di Laura Marchig e il 26 dello stesso mese ci esibiremo nella cattedrale di San Vito nell’ambito del concerto ‘Gente, è Natale!’ (Božić je, judi). Il prossimo anno sarebbe bello partecipare a un concorso, anche se al momento non so se saremo pronti. Nell’ottobre del 2027 si terrà inoltre un interessante festival nei pressi di Venezia, al quale ci piacerebbe prendere parte, mentre un coro di Torino ci ha contattati per organizzare un incontro, che valuteremo anche in base agli aspetti organizzativi del viaggio. Nel frattempo manterremo il nostro ritmo abituale, preparando circa tre nuovi brani ogni anno, anche in funzione delle opportunità che via via si presenteranno. Gli inviti per esibizioni e collaborazioni, del resto, non mancano e, guardando un po’ più avanti, cominciamo già a pensare al decimo anniversario delle ‘VoCI di Abbazia’, che cadrà nel 2028. Ci sono dunque molti progetti all’orizzonte e ciò che desideriamo è crescere ancora, conservando intatti l’entusiasmo e il piacere di fare musica insieme”.
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