Questa intervista era attesa da tempo. Non solo perché il suo protagonista è Petar “Pero” Lovrović, una figura che a Fiume e dintorni non ha bisogno di presentazioni, ma perché incarna un’intera epoca giornalistica ormai quasi scomparsa. Una volta fissata la data, un ultimo rinvio aveva posticipato il nostro incontro di un mese. Nulla, tuttavia, che potesse intaccare l’importanza del momento. Nel frattempo, però, un evento inaspettato ha attraversato il nostro dialogo prima ancora di cominciare: le fiamme che hanno avvolto il vecchio edificio del Vjesnik a Zagabria, un fatto molto significativo per il protagonista.
Lo abbiamo chiamato subito: la voce breve, accorata. “Girare per le stanze del Vjesnik… è un pezzo del mio passato che non tornerà. Lì ho lasciato emozioni immense, momenti irripetibili. Quando il giornale era grande, e i giornalisti erano davvero tali. Una parte di me è andata perduta tra quelle fiamme. Un vero peccato”.
Da fienile a galleria
Torniamo a circa un mese fa. Arriviamo alla sua casa di Praputnjak, dove convivono vita privata e passione: la Galleria Pjer, ricavata da un vecchio fienile che Pero ha trasformato nel suo universo parallelo. L’ingresso è un tuffo in un’altra epoca: scaffali carichi di macchine fotografiche, bacheche di vetro, stampe d’epoca, negativi, attrezzature che sembrano uscite da un museo della tecnica.
“Questa è la mia raccolta – esordisce –, frutto della mia passione, quasi una malattia, per gli apparecchi fotografici antichi”. Poi indica un oggetto prezioso: “Questa era di mio nonno Zakarija, classe 1892, il fotografo dell’isola di Selve (Silba). Un vero pioniere. Era lui a ripetermi che per venire bene in una foto si deve restare immobili. Da lui ho imparato la solennità dello scatto”. I suoi genitori, aggiunge, sono originari proprio dell’isola. Nasce così un filo rosso che attraversa tre generazioni. Tra le decine di fotografie che ci mostra, ce n’è una che brilla di luce propria: il presidente Josip Broz Tito, immortalato nel 1979, prima del suo ultimo viaggio verso Lubiana.

La reception del Bonavia
Per 42 anni Pero ha lavorato come receptionist al Grand Hotel Bonavia, uno dei luoghi più iconici della Fiume del dopoguerra. Eppure, dietro il banco della reception, viveva contemporaneamente la sua seconda vita: quella del fotoreporter. A introdurlo in questo mondo fu il celebre fotoreporter Petar ‘Ćućo’ Grabovac, uno dei fotoreporter più rispettati del periodo.
“Grabovac era ospite abituale del Bonavia. Una volta vide la mia macchina fotografica e mi chiese: ‘Che te ne fai?’. Poi mi portò con lui allo stadio. Lì è cominciato tutto. Eravamo dietro la porta. Non era generoso nei consigli, ma io osservavo ogni suo gesto: tempi, diaframmi, inquadrature. Guardavo e imparavo. All’epoca non era come oggi: bisognava carpire ogni segreto”.
Dal Monte Maggiore a Segna
Pero ha lavorato come collaboratore esterno per il quotidiano Vjesnik di Zagabria, e anche per il Večernji list, quando tutte le principali pubblicazioni facevano parte dello stesso grande gruppo editoriale: riviste, quotidiani sportivi, settimanali culturali. L’ufficio di corrispondenza di Fiume coprivano l’area dal Monte Maggiore e quella quarnerina fino a Segna. “Eravamo in due per coprire tutto: io e Damir Herceg, giornalista. Un territorio immenso”, ci dice.
Di notte lavorava al Bonavia e al mattino, quasi senza dormire, era presente alle riunioni di redazione delle 9. Un ritmo che oggi sarebbe impensabile. Durante la notte, però, era sempre informato su ciò che accadeva. “Avevo una ricetrasmittente che captava le frequenze della polizia, così ero sempre bene informato”.
La prima Smena
La sua passione per la fotografia nasce sui banchi della scuola “Josip Brusić”, oggi “Brajda”. Usava una Smena e poi una Certo, un modello popolare all’epoca, oggi un reperto, per lui di valore museale. Il professor Ivo Sirka, che guidava la sezione tecnica, è uno dei volti che ricorda con più affetto. Ricorda perfettamente il laboratorio con le vasche di sviluppo: “Il negativo si asciugava alla luce, poi si lavorava nella camera oscura, dove solo la luce verde è consentita. Bastava sbagliare la sensibilità del film e bruciavi tutto. Mi è capitato tante volte…, e allora dovevo correre al Novi List per recuperare una foto”.
Parla della fotografia con un entusiasmo inesauribile: “Ho imparato tutto strada facendo. La fotografia è una grande scienza. Devi saper cogliere l’attimo. Adoro la fotografia perché è statica. Per questo l’ho sempre preferita al video”.
La resistenza al digitale
Pero è stato però uno degli ultimi a cedere al digitale. “Per anni i colleghi mi hanno salvato in extremis. Ero timido a chiedere aiuto. Quando arrivò la fotografia digitale, non la volli accettare per un anno intero. Tutti erano già passati al digitale. Io no. Ero fedele ai miei rullini. Oggi quelle foto non valgono più niente. Ma la testardaggine fa parte del carattere”. Le Polaroid, invece, restano la sua passione eterna: “Una magia irripetibile”.
Ci mostra altre macchine fotografiche: “Solo una decina sono mie. Le altre le ho ricevuto in regalo da amici e conoscenti. Non volevano buttarle via, si sono ricordati di me e io le ho accolte ben volentieri”.
Parla anche dei colleghi, e tra un aneddoto e l’altro gli vengono in mente nomi, come, ad esempio, quello di Boris Sušanj, per lunghi anni fotoreporter del nostro quotidiano.

Leggere le persone
Tra un ricordo e l’altro emergono anni di esperienza dietro il banco del Bonavia. “Sono stato quarantadue anni receptionist, 18 anni fotoreporter. E mi emozionavo sempre. Quelle emozioni ispiravano anche i giornalisti che lavoravano con me”.
Pero ha cantato, inoltre, per 28 anni nel coro “Jeka Primorja”. Ci fa ascoltare una sua interpretazione di The Way It Used to Be di Engelbert Humperdinck: voce sorprendentemente bella. Intendiamo la sua, non di Humperdinck.
Ha studiato ad Abbazia per diventare cameriere, ma alla fine è diventato receptionist. “L’altare migliore”, dice. Una scuola di vita che gli ha permesso di imparare quattro lingue e, soprattutto, di imparare a leggere le persone. “Bastavano pochi secondi per capire se un ospite era onesto, se era nervoso, se portava problemi, se aveva soldi o no. Le persone disoneste hanno il medesimo linguaggio del corpo e ripetono le stesse frasi”.
Non era solo un hotel…
Il Bonavia non era solo un hotel: era un crocevia di politica, affari, cinema, perfino diplomazia internazionale e noi dovevamo fare molta attenzione a chi consentire di pernottarvi. Durante la guerra degli anni ‘90, il Bonavia diventò un punto nevralgico. “Si incrociavano quattro servizi segreti diversi: l’ex esercito jugoslavo, la sicurezza dello Stato, le future autorità croate e i futuri servizi segreti croati. Io mi sentivo come James Bond: tutti cercavano informazioni e pretendevano che le dessi solo a loro. Io restavo neutrale, perché chiunque avrebbe potuto silurarmi”.
Una volta ricevette persino la delegazione del protocollo croato del neoeletto presidente Tuđman e, il giorno dopo, incontrò la stessa persona faccia a faccia a Kraljevica, per il varo di una nave, anche se l’ordine era… “nessun giornalista”.
Il «paradiso» Facebook
È uno di quei tipi che piacciono subito a tutti. Gli abbiamo chiesto qual è il suo segreto: “Semplice: a chiunque ti venga incontro, concedi in anticipo il perdono e lo accogli con positività. L’ho imparato alla reception”.
Racconta anche di quando arrivò la segnalazione che alcuni delinquenti del quartiere avrebbero potuto sparare contro di loro: evitarono la morte solo grazie a buoni contatti. Non è mai stato membro di un fotoclub, ma da quando esiste Facebook lo considera il suo paradiso: lì pubblica le sue foto, digitali e analogiche, grazie allo scanner. Ha anche un ruolo prezioso nella conservazione della memoria: raccoglie e pubblica vecchie fotografie d’epoca che, senza internet, non arriverebbero mai agli occhi della gente e finirebbero nel dimenticatoio come se non fossero mai esistite.
La passione per la musica
È molto attivo nei gruppi dedicati a fotografie storiche, ai luoghi e ai “tempi passati”. Ama la musica classica e Tom Jones, gli evergreen che mantengono smalto anche con il passare degli anni. Ci ha mostrato anche gli accrediti per eventi speciali, tra cui quello che gli ha consentito di stare nei pressi di Papa Giovanni Paolo II durante la sua visita a Fiume nel 2003, o di “passare sotto le transenne” nei casi di cronaca nera. “La cronaca nera era il mio mondo”, dice senza esitazioni, raccontando di arresti, incidenti mortali, processi drammatici.
Ha posseduto per 45 anni un registratore a quattro canali, all’epoca una novità, che ancora oggi usa per ascoltare il suono originale di alcune registrazioni tramite megafono.
La forza dell’adrenalina

Quando lavorava come fotoreporter, iniziava la notte alla reception e alle nove era già in redazione. E il sonno? “Se non succedeva nulla, prima di mezzogiorno ero a casa e dormivo fino alle 16. Ho sempre dormito quattro ore e mezza”.
“L’adrenalina era altissima: quando squillava il telefono del centro 985, dovevo partire immediatamente. Una volta, mentre lavoravo alla reception, alla stazione ferroviaria si verificò un incidente mortale: arrivai subito, con l’uniforme del Bonavia, assieme al collega Sergej Drechsler. Con la polizia del tempo avevo ottimi rapporti: mi aprivano porte e passaggi, avevano fiducia in me, e io sapevo che mi avrebbero chiamato in caso di emergenza. Poi venivano a fare merenda al Bonavia: avevo libero accesso alla cucina, potevo fare un panino senza problemi.
Tra gli episodi più memorabili un gravissimo incidente stradale a Diračje. Ricordo anche un uomo arrivato da Belgrado: tremava, pagò immediatamente, e capii subito che era agitato. Voleva lanciarsi dal settimo piano: lo fermai appena in tempo seguendolo con un altro ascensore e entrando in stanza con la master-key. Voleva farla finita perché aveva trovato il vicino a letto con sua moglie. Siamo rimasti amici fino all’inizio della guerra. Il conflitto bellico ha cancellato tanti rapporti”.
L’amore della maturità
“A 55 anni mi sono sposato per la terza volta. Ines e io lo abbiamo fatto 33 anni fa, e da allora vivo con lei in questa casa che era di suo padre”. Il luogo che oggi tutti conoscono come Galleria Pjer era, in origine, il fienile per il bestiame. Giù, nell’attuale cantina, c’erano persino due mucche. “Dal 2008 questo è diventato una galleria: era il mio grande sogno”.
“Non faccio pagare lo spazio: lo concedo gratuitamente ai fotografi anonimi. Non alle star della fotografia. Questo è un posto dove il talento deve farsi conoscere, e così anche i principianti hanno diritto alla loro occasione. La fotografia deve tirar fuori l’uomo”.
Organizza tutto lui: comunica con i media, con la radio, con chiunque serva. L’autore che espone ha solo un obbligo: offrire qualcosa da bere nella cantina. “Abbiamo il parcheggio, abbiamo tutte le condizioni per una buona mostra”.
Chi espone deve trovare una persona che gli apra ufficialmente la mostra. Lui, come padrone di casa, saluta il pubblico e dà la parola a qualcuno che sappia dire due parole critiche sull’autore. Quasi dopo ogni mostra segue la festa giù in cantina.
Silba, la famiglia e gli affetti
“Mia madre e mio padre, originari dell’isola di Selve (Silba), si trasferirono a Fiume nel 1947. Io nacqui nello stesso anno a Fiume, mentre mio fratello è nato a Zagabria. Mio padre era contabile e ha gestito per 28 anni una famosa libreria sul Corso; si chiamava Šime. Mia madre, Mirna, era casalinga. Mio fratello di professione ingegnere navale… Amo profondamente l’isola di Selve e i suoi tramonti, che fotografo ogni sera: non sono mai uguali”.
Ha tre figli: Denis – purtroppo scomparso prematuramente – che era anche lui fotoreporter; Bojan, che vive a Londra; e Iva, 30 anni, biotecnologa che lavora presso il Centro clinico-ospedaliero di Fiume, nel reparto di ematologia.
La cronaca nera
L’amore per la fotografia non lo ha mai abbandonato. Ricorda i tempi della cronaca nera, la sezione che seguiva con più passione. Racconta quando, per ben 16 giorni e 16 notti, aspettò davanti al tribunale di Fiume la sentenza per il “caso Mirko Norac” e vide da vicino le profonde spaccature ideologiche della gente: alcuni gli portavano da mangiare, altri gli sputavano addosso.
“Tutto quello che accadeva tra la raffineria e Segna, io correvo lì, facevo le foto e le passavo ai colleghi. Se succedeva qualcosa verso Abbazia, i colleghi del posto scattavano e poi davano la foto a me. Erano altri tempi… si viaggiava di più, le notizie arrivavano più lentamente”.
Ricorda che si lavorava sempre “per mandare al Novi List”, per rispettare i tempi della rotativa. “Avevo qualche ora prima che spedissero tutto. Andavo in reception: lì mi aspettava la foto pronta”.
Non accadeva tutti i giorni: solo quando succedeva qualcosa di cronaca nera. Si trattava di incidenti mortali, omicidi, processi; ore e ore nelle aule dei tribunali aspettando i vari arrestati. “Tutto questo è finito con l’arrivo dei cellulari e del giornalismo digitale”. Ricorda anche un dato: all’inizio degli anni Novanta la tiratura era di ben 110.000 copie.
“Ho seguito anche la guerra. Ha assistito da vicino alle negoziazioni per l’evacuazione dell’ex esercito jugoslavo, alle esplosioni di Podhum e Santa Caterina, ai bombardamenti verso Kukuljanovo. “Ho filmato bombe cadute vicino alle case. Erano giorni strani: silenzio e terrore insieme”. Pochi sapevano dove si trovasse il centro informativo 985, oggi 112. Io ero tra i pochi a conoscere il rifugio, allestito nei sotterranei del Palazzo del Governo”.
Un archivio che salva la memoria
Pero è metodico fino all’eccesso: “Ogni rullino è catalogato. So dove si trova qualsiasi foto”. Una memoria vivente che oggi salva immagini d’epoca, digitalizzandole e pubblicandole sui social per evitarne la scomparsa.
“Spesso i clienti ricchi e famosi non erano ospiti facili, ma ricordo con piacere alcuni momenti alla reception. Le vicende più semplici, legate all’umanità quotidiana, sono quelle che rimangono impresse e creano i legami più solidi. Ho visto di tutto, ogni tipo di persona. Non tutto è per gli occhi dei lettori. Ho affrontato ladri armati di pistole finte, ho partecipato all’irruzione nella villa dell’ex generale jugoslavo Mamula, vedendo con i miei occhi i collegamenti telefonici con Mosca e restando colpito dallo sfarzo con cui il generale viveva.
Ho partecipato a conferenze come quella legata al caso Benić, famosa all’epoca in Jugoslavia, ho viaggiato sulla nave Slavija. Ricordo le raffiche di bora che impedivano di attraccare, e i dispositivi di trasmissione fotografica a distanza, antenati di Viber o e-mail. Ho fotografato veramente di tutto.

Ricordi di cinema e celebrità
Pero ci ha raccontato che al Bonavia sono passati molti personaggi famosi. Kirk Douglas, ad esempio: non era molto alto, un’immagine che frantumò subito il mito del grande cowboy possente che aveva in mente. Per farlo apparire più grande sullo schermo, venivano usate porte più piccole e scorci strategici, come si può vedere in alcune fotografie dell’epoca.
Ricorda Peter Falk e la stanza 603 che ancora porta quel nome nella sua memoria. Avvicinare Tito era praticamente impossibile, ma ci parla di Tuđman nei giorni della guerra. E poi Ali MacGrow, George Scott nella stanza 701 che impersonava Mussolini, e lui che portava da mangiare sul set. Anche la famosa attrice italiana Elsa Martinelli. Nel 1987, una volta gli chiese di portarle da mangiare: era nuova sul set, e lui lo fece anche il giorno dopo. Da questi episodi nacque il servizio catering del Bonavia.
Ci racconta poi dello chef del Bonavia Ivan Linardić, il celebre autore della “pasta verde”, che guadagnava più del direttore stesso dell’hotel e divenne una vera star al Bonavia: gli italiani venivano apposta per assaggiare le sue creazioni.
Nonostante l’Ambasador di Abbazia e l’Esplanade di Zagabria fossero gli hotel più esclusivi della Croazia nell’ex Jugoslavia, tutto ciò che accadeva a Fiume trovava qui un punto di svolta, al Bonavia.
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