Ottantacinque anime nel silenzio di Buccari

ESCLUSIVO L’Arcidiocesi di Fiume ha aperto per la prima volta le catacombe della Concattedrale di Sant’Andrea Apostolo, dove il porto seppellì i propri figli e dove riposano reliquie di Santi riscoperte solo di recente. Le abbiamo ripercorse assieme al parroco, don Zdenko Lendl, in vista del 13 luglio, festa di Santa Margherita di Antiochia, patrona della città

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Ottantacinque anime nel silenzio di Buccari
Le catacombe della Concattedrale

Ci sono luoghi di cui la storia degli stessi non si legge nei libri. La si respira. La si percepisce camminando sulle loro pietre, ascoltandola nel soffio del vento, scorgendola tra le onde che si infrangono contro la costa. Uno di questi luoghi è la città di Buccari. Situata come una perla incastonata tra le colline rocciose, rappresenta una storia che si può sfiorare. Chi la osserva oggi, vede il profilo di un orgoglioso centro marittimo, un tempo feudo di nobili casate, marinai coraggiosi e mercanti d’alto mare. Ma la vera sorpresa, questa volta, non è visibile alla luce del sole. Si trova nel sottosuolo.
Dalle feroci persecuzioni di Diocleziano, passando per le Crociate, fino alla Francia medievale, dove Giovanna d’Arco assunse il comando degli eserciti francesi guidandoli nella guerra di liberazione della patria, per giungere infine tra le pietre di Buccari, si dipana il filo invisibile del martirio. Un cammino secolare che custodisce la grandezza d’animo di una giovane fanciulla, disposta ad abbracciare il martirio in nome di Cristo. È la via tracciata da Santa Margherita di Antiochia, il cui culto divenne uno dei più diffusi d’Europa, consacrandola come una delle figure più fulgide della cristianità.

Il respiro profondo del sottosuolo sacrale

Siamo a metà luglio. L’aria profuma di sale e l’estate riempie le strade. Eppure, alla vigilia del 13 luglio, l’attenzione si sposta altrove. Sotto terra. Per la prima volta nella storia, l’Arcidiocesi di Fiume ha deciso di aprire al pubblico le antiche catacombe della concattedrale di Sant’Andrea Apostolo. Non si tratta, tuttavia, di una semplice attrazione turistica. Per i fedeli e per gli amanti della storia, questo è un pellegrinaggio nel silenzio, laddove la pietra si fa testimone. Un cammino in un mondo sotterraneo dove, per secoli, si sono custodite la preghiera e la devozione di un intero popolo.
Sul sagrato ci attende il parroco, don Zdenko Lendl, mentre alle sue spalle si eleva la mole monumentale della concattedrale di Sant’Andrea Apostolo. Questo imponente edificio è la chiesa parrocchiale più grande dell’intera Arcidiocesi metropolitana di Fiume e, storicamente, la terza in Croazia per superficie, superata soltanto dalle cattedrali di Zagabria e di Đakovo. Costruito a metà dell’Ottocento sul sito della precedente chiesa, distrutta da un terremoto, il tempio colpisce per la sua monumentalità. Vanta ancora oggi lo storico titolo di concattedrale: qui, infatti, a causa delle invasioni ottomane, molti vescovi trovarono rifugio e stabilirono la propria sede, segnando profondamente la storia e l’importanza della città.
Oltrepassiamo la soglia per ammirare l’interno di questa imponente chiesa, ricca di storia e custode di preziose opere d’arte, fino a raggiungere il cuore del presbiterio. Lì, sopra l’altare maggiore, domina la figura fiera di Sant’Andrea Apostolo, ritratto in una splendida tela con la sua caratteristica croce decussata, a forma di X.
Dopo una sosta davanti all’altare, la nostra visita prosegue verso il basso: insieme a don Zdenko scendiamo i gradini di pietra che conducono alla cripta, definibile a tutti gli effetti come le catacombe di Buccari, trattandosi di un vero e proprio cimitero sotterraneo. Il rumore del mondo esterno svanisce nel silenzio. All’ingresso di questo spazio sacro, il parroco traccia il segno della croce e invita i presenti a raccogliersi in una breve preghiera per i fedeli defunti, una devozione che la Chiesa coltiva fin dai suoi albori.
Tuttavia, questo cimitero sotterraneo si distingue dalle celebri catacombe di Roma e di Napoli per un dettaglio fondamentale: non custodisce i corpi dei martiri della prima cristianità, ma costituisce invece il luogo di sepoltura di ottantacinque cittadini di Buccari. Qui, gli uni accanto agli altri, senza distinzione di rango, riposano nobili, vescovi, canonici e capitani marittimi che hanno fatto la grandezza di questo porto, insieme a semplici fedeli e gente comune. Molti avelli rimangono completamente anonimi e avvolti nel mistero. “C’è ancora moltissimo da indagare e da studiare”, spiega il parroco, sottolineando come queste pietre celino segreti storici non ancora svelati. Si ipotizza, infatti, che il numero dei sepolti sia di gran lunga maggiore: l’attuale struttura ottocentesca sorge sulle fondamenta di una precedente chiesa dell’XI secolo, stratificando secoli di memoria nel silenzio del sottosuolo.
È proprio in questo austero spazio sacrale che oggi ha inizio il nostro incontro con la storia. All’interno della cripta, l’intero patrimonio sacro è stato ordinato e distribuito in due vetrine principali, offrendo un quadro chiaro della devozione che ha plasmato questo territorio nel corso dei secoli.
La prima vetrina cattura immediatamente lo sguardo, esponendo le testimonianze più insigni dell’antichità cristiana e della liturgia itinerante. Al suo centro risalta la celebre mano di Santa Margherita, fulcro storico della devozione cittadina e patrona di Buccari, il cui culto è radicato nella comunità fin dal Medioevo. A questa preziosa reliquia si affianca il cranio di santa Orsola, la vergine cristiana martirizzata a Colonia, in Germania, presumibilmente nel IV secolo e oggi patrona della città tedesca. Secondo la tradizione, Santa Orsola avrebbe subito il martirio insieme a undicimila vergini, la cui profonda venerazione indusse Cristoforo Colombo a denominare, in loro onore, le remote Isole Vergini nel Mar dei Caraibi.
La stessa vetrina accoglie, inoltre, i resti sacri di San Remigio, vescovo del V secolo e figura di grande rilievo, che battezzò Clodoveo, re dei Franchi, inserendo di fatto la Francia nella storia cristiana. Il percorso della teca si arricchisce ulteriormente con la reliquia di San Damiano, medico che, insieme al fratello San Cosma, anch’egli medico, curava i malati senza chiedere alcun compenso; entrambi subirono il martirio sotto Diocleziano insieme agli altri tre fratelli e oggi San Damiano è il patrono dei farmacisti e degli speziali. L’assortimento di questa prima sezione si completa con l’antico reliquiario tascabile da viaggio, concepito per chiudersi come un libro. Questo manufatto veniva utilizzato dai sacerdoti, nei secoli passati, per officiare la Messa in luoghi remoti e privi di altari consacrati. Secondo le antiche norme della Chiesa, infatti, la celebrazione eucaristica era consentita soltanto in presenza di reliquie sacre. Aprendo questo piccolo reliquiario su un tavolo comune, i resti dei Santi custoditi al suo interno lo trasformavano temporaneamente in un vero e proprio altare.
Spostando lo sguardo verso la seconda vetrina, l’esposizione svela un patrimonio altrettanto straordinario, arricchito da una recente scoperta che ha riportato alla luce tesori rimasti a lungo nell’ombra dei depositi parrocchiali.
“Stavo cercando un lezionario all’interno di un vecchio armadio”, racconta don Zdenko, con lo sguardo di chi ricorda un momento provvidenziale. “In quell’istante un raggio di sole ha illuminato lo scaffale, filtrando proprio dietro il volume. Qualcosa ha riflesso la luce, un bagliore improvviso. Ho spostato il lezionario e, nascosti dietro di esso, ho scoperto questi antichi reliquiari dimenticati”.
La vera novità archeologica di questo ritrovamento risiede proprio in quelle reliquie rimaste a lungo nascoste, tra cui le costole di quattro Santi ben precisi, fino ad allora celate nell’ombra e oggi restituite alla venerazione del pubblico. Il primo di questi sacri pegni appartiene a San Vittore, soldato romano che, per aver rifiutato di compiere i sacrifici pagani imposti dall’imperatore Massimiano, subì il martirio a Milano all’inizio del IV secolo; oggi è invocato come patrono dei carcerati e degli esuli. Accanto a lui riposano i resti di San Fedele, anch’egli soldato e martire dell’epoca dioclezianea, celebre evangelizzatore della regione di Como e del suo lago, ai quali si aggiunge la reliquia di Santa Seconda, giovane e coraggiosa martire romana del III secolo. Il percorso di questa riscoperta si completa con San Leopoldo il Pio, margravio e patrono dell’Austria e della città di Vienna, storicamente ricordato anche come il “padre dei poveri”, che fondò e rinnovò numerosi monasteri.
In questa medesima seconda vetrina spicca, inoltre, la reliquia della mascella di Santa Felicita, una schiava cristiana che subì il martirio a Cartagine nel 203, sotto l’impero di Settimio Severo. Incinta al momento dell’arresto, la giovane donna pregava intensamente Dio affinché le fosse concesso di partorire prima dei giochi pubblici, cruenti spettacoli durante i quali i cristiani venivano dati in pasto alle belve per il diletto della folla. La legge romana, infatti, vietava rigorosamente l’esecuzione delle donne gravide, una norma che avrebbe inevitabilmente posticipato il suo martirio. Spinta dal profondo desiderio di ricongiungersi ai suoi fratelli in Cristo, la sua supplica fu esaudita: diede alla luce una bambina nell’oscurità del carcere appena due giorni prima di essere condotta nell’arena. Lì, sopravvissuta al feroce assalto degli animali, incontrò la morte per decapitazione insieme alla sua compagna di martirio, la giovane patrizia Santa Perpetua. A coronamento di questa sezione risplende il prezioso reliquiario d’oro. Al suo interno, la tradizione conserva intatte alcune tra le più importanti reliquie della cristianità, legate alla Passione di Cristo e alla Sacra Famiglia. Custodite in questo sacro scrigno vi sono, presumibilmente, come spiegato dalla nostra guida, una spina della santa corona di Gesù, un frammento del velo della Beata Vergine Maria e un frammento del tessuto attribuito a San Giuseppe. Il medesimo reliquiario custodisce inoltre i resti di San Pietro d’Alessandria, vescovo che subì il martirio verso la fine delle persecuzioni dioclezianee, insieme a quelli di San Francesco d’Assisi, di Sant’Antonio di Padova e di Santa Margherita da Cortona. Quest’ultima, mistica e penitente del XIII secolo, appartenente al Terz’Ordine francescano, edificò un ospedale per i malati e i bisognosi, fondando l’associazione delle “Poverelle”, costituita da giovani donne dedite al servizio degli infermi e dei poveri.
Si tratta di una disposizione mirabile, che unisce la storia antica della città a questo recente e prezioso ritrovamento, trasformando definitivamente le catacombe di Buccari in uno scrigno della fede cristiana d’Europa: resti sacri che, dopo secoli di oblio, ritornano finalmente alla luce.

Il martirio di Santa Margherita di Antiochia

Ma chi è, in realtà, la figura che si cela dietro quella celebre mano sacra custodita nella teca di Buccari? Il suo stesso nome evoca una bellezza pura: deriva infatti dal greco margarites, che significa “perla”, un termine che riflette la rarità e la lucentezza della sua testimonianza. Se le catacombe della concattedrale accolgono le spoglie dei cittadini illustri del porto, questa reliquia apre una finestra sulla sanguinosa epoca dell’imperatore Diocleziano, richiamando il tragico destino di altri martiri qui esposti, come San Damiano e San Vittore.
Per svelare l’origine di questo profondo legame dobbiamo compiere un viaggio a ritroso nel tempo, fino al cuore dell’Impero romano. La nostra meta è Antiochia di Pisidia, nell’odierna Turchia, dove San Paolo aveva fondato una delle prime comunità cristiane della storia. In questa terra, nell’anno 289, nasce Margherita. La sua infanzia si svolge in un contesto interamente pagano: il padre, Edesio, è infatti un sacerdote devoto ai culti tradizionali di Roma. Rimasta orfana di madre poco dopo la nascita, la neonata viene affidata alle cure di una balia residente fuori dalle mura cittadine. È una donna semplice che custodisce nel cuore una scelta clandestina che, in quell’epoca, poteva costare la vita: l’adesione al cristianesimo.
Lontano dagli occhi del padre, la balia guida Margherita sulla via del Vangelo. Crescendo secondo i principi della dottrina cristiana, la giovane riceve segretamente il battesimo e consacra la propria purezza al Signore attraverso un voto di verginità perpetua. Quando Edesio scopre la verità, la sua reazione è segnata da un profondo sdegno: decide così di ripudiarla e di allontanarla definitivamente dalla casa paterna. Ma il vero dramma deve ancora compiersi.
Olibrio, il governatore romano di Antiochia, nota Margherita e se ne innamora. Intenzionato a farne la propria sposa, le promette ricchezze e prestigio sociale, ponendo però una chiara condizione: la rinuncia alla fede in Cristo e l’offerta di sacrifici rituali agli dèi di Roma. Di fronte a tale richiesta, la risposta della giovane, appena quindicenne, si rivela di una fermezza sorprendente: “Io appartengo solo a Cristo, mio Sposo celeste. Non posso adorare idoli di fango e di pietra”.
Questo netto rifiuto segna l’inizio del suo martirio. Olibrio, vedendo respinta la propria autorità, ne ordina l’immediata carcerazione, convinto che il rigore della prigione, la fame e la sete riescano a piegarne lo spirito. Erano gli anni della grande persecuzione ordinata dall’imperatore Diocleziano, l’estremo tentativo dell’Impero di arginare la diffusione della nuova fede. Margherita viene così sottoposta a una spietata tortura: viene flagellata, il suo corpo è lacerato con tenaglie di ferro roventi e immerso in un calderone di olio bollente. Eppure, nonostante le violenze subite, Margherita mantiene intatta la propria fedeltà allo Sposo celeste, affrontando ogni tormento con una forza interiore che supera di gran lunga la sua giovane età. La tradizione cristiana vede, infatti, nella sua figura la testimonianza di come l’unione con Cristo doni la forza di sopportare patimenti che vanno ben oltre i normali limiti della resistenza umana. È la stessa realtà che la Chiesa celebra ancora oggi nella liturgia dedicata ai martiri, quando, nel Prefazio, eleva la sua preghiera dicendo: “Il sangue versato dal Santo martire a imitazione di Cristo e per la gloria del tuo nome manifesta i tuoi prodigi, o Padre, che riveli nei deboli la tua potenza e doni agli inermi la forza del martirio”.
La tradizione cristiana conserva inoltre la memoria del drammatico scontro spirituale avvenuto nell’oscurità della prigione, nel quale la figura di Margherita viene tradizionalmente associata alla vittoria sul male, rappresentato sotto le sembianze di un drago. In questo confronto, che l’iconografia sacra ha elevato a simbolo universale, la forza del male soccombe di fronte alla potenza della Croce: Margherita ne esce spiritualmente intatta, calpestando le insidie del mondo pagano che minacciavano l’integrità della fede e dell’anima. Da questo profondo significato teologico nasce la secolare devozione dei fedeli, che invocano la Santa nei momenti di prova spirituale e la considerano un baluardo contro ogni forma di oscurità interiore.
Di fronte a una simile fermezza, constatando che ogni tormento risultava vano, i giudici romani decretarono la condanna a morte. Il suo fermo rifiuto di rinnegare Cristo la condusse inevitabilmente al sacrificio supremo sulla piazza della città, dove, il 13 luglio del 304, fu eseguita la sentenza di decapitazione. Prima che la spada ponesse fine alla sua esistenza, Margherita innalzò una preghiera ad alta voce, chiedendo a Dio una grazia perenne: che ogni donna, nelle sofferenze del parto, potesse trovare sollievo e dare alla luce il proprio figlio in sicurezza invocando il suo nome. Con il martirio, la sua esperienza terrena si concluse e Margherita divenne la Santa patrona delle gestanti e delle partorienti.
Conosciuta e venerata dai cristiani d’Oriente con il nome di Santa Marina, il suo culto superò ben presto i confini regionali per radicarsi nel tessuto europeo, conoscendo nel Medioevo una straordinaria fioritura. In Francia, in Italia e in Inghilterra, la devozione raggiunse una popolarità immensa, sostenuta sia dalle Crociate sia dalle rotte percorse da pellegrini e mercanti. Una devozione straordinaria, capace di attraversare i secoli e di ispirare, molto tempo dopo, persino le mistiche visioni di Giovanna d’Arco durante la Guerra dei Cent’anni.
Fu in questo clima di espansione che il culto mise radici anche nell’antico porto di Buccari. Sebbene le fonti storiche non abbiano conservato il nome di chi portò la sacra reliquia della mano, né l’epoca esatta del suo arrivo – verosimilmente legato a qualche mercante o alle rotte dei navigatori –, la devozione divenne straordinariamente solida. Per generazioni, i marittimi locali si affidarono alla sua intercessione prima di intraprendere lunghi viaggi, mentre la popolazione del porto vide nella Santa una protezione costante contro le tempeste, le epidemie e le avversità del tempo. Attraverso i periodi più tormentati della storia cittadina, la devozione a Santa Margherita è rimasta così un simbolo di speranza e di unità per l’intera comunità.

Le Voci del cielo

Questa vasta diffusione europea toccò il suo momento più alto e carico di significato nel XV secolo, legandosi alla vicenda di una delle figure più affascinanti dell’intero Medioevo: Giovanna d’Arco, la Pulzella d’Orléans. Grazie ai dettagliati verbali del celebre processo celebrato contro di lei, la vita di Giovanna rappresenta oggi una delle testimonianze storiche meglio documentate dell’intera epoca medievale.
La vicenda si svolse in Francia, nel pieno dei drammatici sconvolgimenti della Guerra dei Cent’anni, un conflitto che vide il Paese devastato e in gran parte occupato dalle forze inglesi. In questo clima di profondo smarrimento, nel piccolo villaggio di Domrémy, la giovane Giovanna iniziò, all’età di tredici anni, a percepire quelle “Voci” celesti che le annunciarono di essere la prescelta da Dio per salvare e liberare la Francia e condurre il sovrano alla consacrazione regale. Nei verbali del processo, la stessa Pulzella d’Orléans dichiarò a più riprese che tali ispirazioni provenivano dall’arcangelo Michele, comandante delle milizie celesti, da Santa Caterina d’Alessandria e da Santa Margherita d’Antiochia.
Tra queste due Sante esisteva un legame profondo, essendo entrambe giovani vergini che affrontarono il martirio durante le persecuzioni di Diocleziano; inoltre, la devozione a Santa Margherita era da sempre familiare a Giovanna, poiché la statua della Santa si trovava proprio all’interno della chiesa del villaggio. Indipendentemente dalle diverse interpretazioni del misticismo di quell’esperienza interiore, il dato storico si rivelò sorprendente. Spinta da un totale affidamento a Dio e nonostante la giovane età di diciassette anni, Giovanna riuscì a riunire l’esercito francese, conducendolo a una serie di straordinari successi militari. Oltre alla celebre liberazione di Orléans, la Pulzella guidò le truppe nelle vittorie di Jargeau, Meung-sur-Loire, Beaugency e nella decisiva battaglia di Patay: successi fulminei che aprirono la strada alla solenne incoronazione di Carlo VII nella cattedrale di Reims, esattamente come le Voci celesti le avevano predetto.
Catturata a Compiègne dai Borgognoni e successivamente consegnata ai loro alleati inglesi, la giovane affrontò un celebre e documentato processo. Per la Pulzella, questo cammino passò attraverso una dura e logorante prigionia, durata un anno; tra le mura della cella patì continue violenze, umiliazioni e privazioni, sopportando ogni abuso con la medesima fede incrollabile, fino alla condanna al rogo, eseguita a Rouen nel 1431. La sua condanna non derivò dalla tradizionale persecuzione contro il credo cristiano, ma da complesse motivazioni di natura politica; eppure, lei scelse con fermezza la morte pur di non tradire la propria fedeltà a Cristo e alla missione che riteneva affidatale da Dio. Solo vent’anni più tardi, un processo di revisione ne decretò la completa riabilitazione, aprendo la strada alla successiva canonizzazione, avvenuta quasi cinque secoli dopo, nel 1920.
Come la martire di Antiochia, anche la Pulzella d’Orléans lasciò un’impronta indelebile: due figure femminili distanti nel tempo, eppure unite dall’aver vissuto la medesima prova tra l’oscurità della prigione, il dolore e la totale dedizione a Dio. Entrambe condivisero una forza d’animo che non si piegò di fronte alle minacce umane, permettendo loro di andare incontro alla morte con nobile fermezza e assoluto abbandono alla volontà di Cristo. La testimonianza di Margherita divenne così un punto di riferimento spirituale per la giovane francese, dimostrando come l’eredità dei Santi potesse attraversare i secoli, scuotere i troni e orientare il cammino dei popoli.

Un’eredità secolare

Da queste ampie vicende europee, la storia ci riporta infine tra le mura di Buccari. L’apertura delle catacombe, voluta dall’Arcidiocesi di Fiume, rappresenta il primo passo nella riscoperta di questa eredità secolare.
Nel lasciare la sacralità di questi ambienti sotterranei, comprendiamo che l’oscurità non è oblio, bensì custodia. Vegliando sull’eco di un trionfo millenario della Croce, i resti dei martiri dei primi secoli si rivelano, nell’ombra, come silenziosi testimoni di una fede perseguitata che, infine, piegò l’Impero.
La presenza di alcune tra le più importanti reliquie della cristianità, tra le quali la mano di Santa Margherita rimane il fulcro storico della devozione locale, dimostra come Buccari abbia preso parte alla grande storia della Chiesa. Gli antichi abitanti scelsero, infatti, di affidare il destino della propria città proprio alla protezione di questa martire.
Il 13 luglio, giorno in cui la sacra teca viene offerta alla solenne venerazione dei fedeli, la distanza del tempo e dello spazio sembra dissolversi. In quell’istante, i viaggi missionari di San Paolo, il martirio di Antiochia, le antiche rotte dei mercanti, l’impresa delle Crociate, le visioni di Giovanna d’Arco e le preghiere dei marinai sembrano fondersi in un unico momento.

Gli interni della Concattedrale di Sant’Andrea a Buccari
Le reliquie di San Vittore, San Fedele, San Leopoldo il Pio e Santa Seconda
La reliquia della mascella di Santa Felicita
I siti di sepoltura e le antiche croci sepolcrali
Il reliquiario tascabile da viaggio

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